Omicidio dell'imprenditore De Santis, confermata in appello la condanna per il socio

Vito Nestola, il pensionato 63enne originario di Copertino accusato di aver assassinato l'imprenditore del settore vinicolo, è colpevole anche per la Corte d'assise d'appello di Lecce. Dimostrato che tutto si consumò in due minuti

Il luogo dell'omicidio (foto LeccePrima, tutti i diritti riservati).

 

LECCE –Vito Nestola, il pensionato 63enne originario di Copertino accusato dell’omicidio di Antonello De Santis, l'imprenditore del settore vinicolo assassinato il 14 marzo 2005, è colpevole anche per la Corte d’assise d’appello di Lecce. Oggi pomeriggio i giudici (presidente Rodolfo Boselli, a latere Vincenzo Scardia e giudici popolari) hanno confermato la sentenza di primo grado. Nestola era stato condannato, nell'aprile del 2010, a 24 anni di reclusione. In primo grado i giudici della Corte di Assise avevano escluso le aggravanti dell’efferatezza e della crudeltà. La richiesta di conferma era stata formulata anche dal procuratore generale Giuseppe Vignola. La famiglia della vittima si è costituita parte civile con gli avvocati Diego Mansi e Giuseppe Bonsegna.

Nell’udienza odierna, celebrata nell’aula bunker di Borgo San Nicola, dinanzi ai giudici è comparso Lelli Napoli, il consulente nominato dalla Corte per ricostruire, in un esperimento giudiziale, le fasi dell'omicidio sulla base dei tempi e delle modalità utilizzate dal presunto assassino. Il perito ha dimostrato, attraverso riscontri e ricostruzioni minuziose, come per aggredire e caricare l'imprenditore nel Piaggio Porter (dove il cadavere fu rinvenuto) furono sufficienti circa due minuti.

L’aggressione avvenne nel piazzale esterno allo stabilimento della vittima, a meno di cento metri dalla sua abitazione. In sette o otto minuti, invece, si sarebbe potuta percorrere quella distanza, poco più di 6 chilometri. In particolare, in uno dei percorsi, l'imputato avrebbe potuto facilmente raggiungere il luogo dove fu ritrovato il cadavere, percorrendo una strada di campagna che conduceva anche nei pressi della sua abitazione. Era stata la stessa corte, dopo l’ascolto di alcuni testi, a chiedere che fosse eseguito l’esperimento giudiziale.

In quel tragico pomeriggio di metà marzo, infatti, la segretaria di un imprenditore in affari con la vittima chiamò, alle 17.59, De Santis per delle comunicazioni urgenti. Fu la moglie di De Santis a ricevere quella telefonata e a riferire al marito il contenuto della stessa prima che andasse incontro al suo tragico destino. Intorno alle 18.15 fu un altro teste, il luogotenente Salvatore Giannuzzi (comandante della tenenza dei carabinieri di Copertino) vedere il furgone in fiamme nel luogo dove fu poi rinvenuto il cadavere. L'esperimento giudiziale (che si è svolto alla presenza del procuratore generale; dei giudici Rodolfo Boselli e Vincenzo Scardia; di funzionari e agenti di polizia; degli avvocati di parte civile, Diego Mansi e Giuseppe Bonsegna; e di quelli dell’imputato, Angelo Pallara e Giuseppe Rosafio) ha dunque accertato che in quel lasso di tempo, circa quindici minuti, fu possibile per l'imputato tramortire la vittima, caricare il corpo sul camioncino, raggiungere il luogo del ritrovamento del corpo e dare fuoco al furgone.

Il corpo di De Santis, infatti, fu rinvenuto nella parte posteriore di un furgoncino bruciato. Dall'esame autoptico emerse che la vittima era stata ripetutamente colpita con un'ascia e il suo corpo abbandonato nel veicolo quando era ancora vivo. La morte dell'imprenditore fu, infatti, dovuta ad asfissia. Un omicidio maturato, secondo l'accusa, nell'ambito di forti contrasti di carattere economico sorti tra Nestola e De Santis. Contrasti legati alla cessione di un'azienda vinicola, la Ruggieri-Martinelli di Copertino, intestata alla moglie, di cui il Nestola era assolutamente intenzionato a entrare in possesso. Un progetto che si sarebbe però scontrato con le difficoltà economiche dell'accusato, che era gravato da protesto, e cui le finanziarie avevano negato l'erogazione di un prestito. L'uomo avrebbe inoltre contratto un grosso debito con De Santis: circa 240 mila euro per l'affitto dei capannoni aziendali, pagati in assegni che la vittima non aveva mai riscosso, e che furono poi ritrovati nel suo ufficio. 

 

Per l’accusa, ad avvalorare la colpevolezza di Nestola vi sarebbero state alcune intercettazioni telefoniche e ambientali. In particolare, il 18 maggio 2006, mentre percorreva la strada Copertino-Nardò, giunto all'altezza dell'uliveto dove è stato trovato il corpo della vittima, il presunto assassino avrebbe pronunciato una frase compromettente: “Adesso stai là e là rimarrai. Voi poliziotti state facendo un buco nell'acqua, l'arma non l'avete trovata”.

Vito Nestola fu arrestato il 23 aprile 2010, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Corte di Assise di Lecce su richiesta del pubblico ministero Paola Guglielmi, dagli agenti del Commissariato di Nardò. Nestola, infatti, era stato scarcerato dal Tribunale del Riesame, che aveva riformato l’ordinanza di custodia cautelare non ritenendo valide alcune prove. Dopo la sentenza di condanna la Corte, però, ritenne che potesse configurarsi il pericolo dell’inquinamento probatorio da parte dell’imputato, che avrebbe inoltre potuto sottrarsi all’esecuzione della pena o commettere reati analoghi a quello per cui era stato condannato.

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