Omicidio di Gallipoli, condanna a 30 anni per "U Tannatu". Patteggia la figlia

La sentenza emessa dal gup Cazzella con rito abbreviato. Il pubblico ministero Coccioli ha invocato l’ergastolo. Il corpo di Khalid Lagraidi fu trovato in un bidone

LECCE – Condanna a 30 anni di reclusione per Marco Barba, alias “Tannatu”, il 44enne gallipolino accusato dell’omicidio di Khalid Lagraidi. La sentenza è stata emessa dal gup Carlo Cazzella al termine del giudizio con rito abbreviato in cui il pubblico ministero Alessio Coccioli (da alcuni giorni procuratore aggiunto a Bari) ha chiesto l’ergastolo. Barba, assistito dall’avvocato Fabrizio Mauro, è accusato di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi e di occultamento di cadavere. Reato, quest’ultimo, contestato anche alla figlia di Barba, Rosalba. La donna, assistita dall’avvocato Amilcare Tana, ha patteggiato una condanna a un anno e mezzo di reclusione.

E’ stata proprio la figlia, tormentata dal rimorso, a recarsi dai carabinieri per denunciare l’omicidio. La giovane donna, accusata di concorso in occultamento di cadavere, ha poi confermato le accuse in sede di incidente probatorio nel marzo dello scorso anno.

Barba-Marco-10Da lì si è sviluppata l’indagine coordinata dal pubblico ministero Alessio Coccioli e condotta dai carabinieri di Gallipoli, guidati dal capitano Francesco Battaglia, che ha portato all’esecuzione nei confronti del 44enne di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi. Nel corso dell’interrogatorio, però, è stato il padre ad accusare la figlia, raccontando al giudice che la stessa avrebbe avuto un ruolo attivo nell’omicidio e nel tentativo di far “sparire” il cadavere, immerso in un fusto pieno di acido.

L’omicidio risale al 23 giugno del 2016. A incastrare l'assassino anche alcune intercettazioni ambientali in carcere, registrate nel corso dei colloqui tra Barba e la moglie. Secondo l’accusa, per disfarsi del corpo del marocchino il 44enne si sarebbe procurato, oltre bidone e alla calce, anche un centinaio di bottiglie di acido muriatico. Una soluzione che avrebbe eliminato, secondo i suoi piani, ogni traccia. Tesi che avvalora secondo gli inquirenti la premeditazione.

“U Tannatu” in sede di interrogatorio di garanzia ha spiegato di aver agito per gelosia, dopo aver scoperto che la figlia Rosalba aveva intrecciato una relazione sentimentale con la vittima. Una versione dei fatti che non ha mai convinto l’accusa.

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