Omicidio di Gallipoli, inflitti 30 anni anche in Appello a "U Tannatu”

Il verdetto conferma la condanna contenuta nella sentenza di primo grado nei riguardi di Marco Barba. Il brutale delitto fu commesso il 23 giugno del 2016

Il momento del ritrovamento del fusto.

LECCE - Confermati i 30 anni di reclusione a Marco Barba, alias “U Tannatu”, il 45enne gallipolino accusato di aver assassinato il 23 giugno del 2016 un 41enne marocchino Khalid Lagraidi e di aver immerso il suo cadavere in un fusto pieno di acido muriatico. Così ha deciso ieri la Corte d’assise d’appello (presidente Roberto Tanisi, a latere la collega Francesca Mariano, e i giudici popolari), che hanno lasciato invariata la pena contenuta nella sentenza emessa dal gup (giudice per l’udienza preliminare) Carlo Cazzella al termine del processo con rito abbreviato.

Barba rispondeva di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione e dai futili motivi e di occultamento di cadavere. Reato, quest’ultimo, contestato anche alla figlia di Barba, Rosalba che, patteggiò una condanna a un anno e mezzo di reclusione.

Fu proprio la figlia, schiacciata dai rimorsi, a denunciare il delitto. L’inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Alessio Coccioli (oggi aggiunto a Brindisi) e condotta dai carabinieri di Gallipoli, portò in carcere “U Tannatu” (in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare) che, durante l’interrogatorio, spiegò di aver agito per gelosia nei riguardi della figlia che avrebbe avuto una relazione sentimentale con la vittima.

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