Orologi senza etichette: sequestrati 30mila pezzi

Segnalazione amministrativa alla Camera di commercio per due rivenditori di Melendugno da parte della guardia di finanza. E a Racale denunciata una donna: aveva un grosso carico di griffe contraffatte

Qualcosa come 30mila 276 orologi da polso, di varie tipologie. A tanto ammonta l'ultimo sequestro della guardia di finanza di Lecce. Sequestro amministrativo, per la precisione. Ovvero, con segnalazione di negozianti alla Camera di commercio, ma senza denuncia penale all'autorità giudiziaria, perché comunque non si tratterebbe di merce contraffatta. Sebbene se ne disconosca la provenienza esatta. Almeno, non vi sono indicazioni a riguardo. Ancora una volta, teatro della vicenda è Melendugno, dove i controlli dei finanzieri si sono concentrati in questi giorni a seguito di esposti e varie chiamate al 117, e che hanno riguardato alcuni rivenditori della zona. La segnalazione riguarda, in questo caso, la responsabile legale di un'attività commerciale, una donna di 35 anni, e l'amministratore di fatto, un uomo di 36 anni.

Il nucleo di polizia tributaria della guardia finanza, dopo un sopralluogo per verificare la fondatezza delle indicazioni, contesta ora il fatto che la merce fosse sprovvista delle etichettature informative previste dal codice del consumo. Il sequestro è quindi frutto di un'attività a tutela della salute e della sicurezza dei consumatori, volta a contrastare il commercio di prodotti non conformi alle direttive comunitarie, che garantiscono le caratteristiche di sicurezza d'uso. Le etichettature informative, infatti, servono al consumatore per conosce se nel prodotto vi sia l'eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all'uomo, alle cose o all'ambiente. Oltre a conoscere il luogo di fabbricazione. Nel caso degli orologi, spesso diverse indicazioni si possono trovare impresse nella cassa. In assenza, è comunque necessario che vi siano dati forniti su cartaceo.

E invece di contraffazione si parla nel caso di una donna di Racale, denunciata a piede libero dalla guardia di finanza della compagnia di Gallipoli. Secondo le accuse, avrebbe rivenduto la merce "porta a porta". Tutta roba proveniente dalla Cina, spiegano i militari, che in qualche modo riesce a passare alla dogana e che risulta di buona fattura, tanto che è sempre più difficile riscontrare la differenza dagli originali. In questo caso, si sta parlando di capi quali scarpe Nike (294), Hogan (66) e giubbotti di marche come Armani e Moncler (56), rivenuti dopo una perquisizione domiciliare e posti sotto sequestro. La donna, dunque, oltre ad essere sconosciuta al fisco, per la sua attività, risponde di contraffazione e ricettazione. Pezzi che vengono acquistati a poco prezzo, e rivenduti - è il caso particolare delle Hogan - ad 80-90 euro, con un notevole margine di guadagno.

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Ma come si svolgono gli accertamenti, specie in presenza di merce riprodotta con una certa fedeltà? I finanzieri si avvalgono della collaborazione delle stesse ditte, alle quali viene inviato un campione del prodotto sequestrato e materiale fotografico. E' in questo modo che, al momento del processo, si possono fornire prove essenziali per dimostrare la fondatezza delle accuse. In caso contrario, non di rado i giudici dispongono il dissequestro e la merce contraffatta (o presunta tale) rischia di ritornare in circolazione.

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