Pastore assassinato nelle campagne, a processo per omicidio volontario il datore di lavoro

Dopo “l’azzeramento” del primo processo in cui era accusato di omicidio colposo, Giuseppe Roi ritornerà in aula stavolta davanti alla Corte d’Assise: è accusato di aver ucciso un 23enne

PORTO CESAREO - Si riparte e stavolta per omicidio volontario. E’ questa l’accusa della quale dovrà rispondere  Giuseppe Roi, 38 anni, di Porto Cesareo, nel nuovo processo sulla morte dell’amico e pastore albanese 23enne Qamil Hyrai, freddato con un colpo di pistola, il 6 aprile 2014 nelle campagne fra Torre Lapillo e Torre Castiglione. Lo ha deciso in mattinata, il gup Edoardo D’Ambrosio, chiamato a valutare la richiesta formulata dal pubblico ministero Carmen Ruggiero, lo stesso magistrato che durante il primo processo in cui si procedeva per omicidio colposo, in seguito all’ascolto di alcuni testimoni, chiese al giudice Stefano Sernia di riqualificare il reato. Si tornò così ai nastri di partenza per arrivare all’udienza preliminare di oggi, durante la quale la questione del dolo è stata nuovamente oggetto del “braccio di ferro” tra difesa e accusa.

Anche ammesso fosse stato Roi (che si è sempre proclamato innocente) a sparare, non lo fece con l’intenzione di uccidere; si sarebbe trattato piuttosto di un tragico incidente: la tesi sostenuta dall’avvocato dell’imputato Francesca Conte. Tesi che, dopo l’arresto dell’uomo, fu sposata anche dal Tribunale del Riesame e, poi dal pm Giuseppe Capoccia (oggi a capo della Procura di Crotone) che condusse le indagini con i carabinieri della compagnia di Campi Salentina e del nucleo investigativo di Lecce. Ma, come anticipato, alcuni elementi che sarebbero emersi durante il dibattimento, avrebbero portato il sostituto Ruggiero a chiedere una modifica del capo d’imputazione, ritenendo che Roi, appassionato di armi, nell’esercitarsi a sparare, premette il grilletto di una pistola calibro 22 per due volte verso il muro di cinta dietro al quale si trovava il suo dipendente, incaricato di vigilare sul bestiame, assumendosi il rischio di poterlo raggiungere e uccidere. Certo è che un proiettile colpì un vecchio frigorifero, l’altro la fronte del ragazzo.

Di tutto questo si discuterà a partire dal 7 novembre dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Lecce. In aula, ci saranno i familiari della vittima che oggi si sono costituiti parte civile con gli avvocati Ladislao Massari e Uljana Gazidele.

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Intanto, il padre di Giuseppe Roi, Angelo, di 72 anni, ha presentato (attraverso l’avvocato difensore Denise Berio) appello alla sentenza di condanna a dieci mesi (pena sospesa) per simulazione di reato, poiché avrebbe denunciato un finto furto di animali con l’obiettivo di “coprire” il figlio. L’accusa di  favoreggiamento, però, che pure gli veniva contestata, cadde già nel primo processo.

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