Prescrizione, la riforma targata 5 Stelle che divide il mondo della giustizia

Favorevole in linea di principio l'Associazione nazionale magistrati, contrari gli avvocati penalisti che proclamano lo sciopero

LECCE – Quella della prescrizione è una riforma che divide il mondo della giustizia. La norma, collegata con un emendamento del Movimento 5 Stelle al Ddl Anticorruzione, se approvata, è destinata a influenzare l'andamento dei processi in Italia negli anni futuri. Si tratta, infatti, di una norma di diritto sostanziale, destinata a trovare applicazione solo a reati commessi dopo la sua entrata in vigore. La prescrizione è una causa di estinzione del reato dopo un lasso di tempo variabile a seconda della gravità del reato stesso. La riforma dovrebbe entrare in vigore dal primo gennaio del 2020 e prevede lo stop della prescrizione dopo il processo di primo grado, sia in caso di condanna che di assoluzione.

In Italia nel 2016 si sono prescritti oltre 145mila procedimenti, la maggior parte, oltre 85mila, nella fase delle indagini preliminari. Un dato che riguarda in minima parte la Corte d’Appello di Lecce, dove il tasso di processi che si sono conclusi per intervenuta prescrizione è uno dei più bassi d’Italia e si aggira intorno al 5 per cento. Nella relazione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il presidente della Corte d’Appello, Roberto Tanisi, aveva auspicato “una complessiva rimodulazione dell’istituto, in linea con gli altri paesi europei, che riduca in termini fisiologici la possibilità di estinzione del reato per prescrizione, un monumento all’ingiustizia nei confronti delle vittime del reato, ma anche degli stessi imputati, che hanno diritto a una pronuncia di merito”. “L’epilogo estintivo del reato, soprattutto dopo che vi sia stata una pronuncia di condanna in primo grado – aveva evidenziato Tanisi –, segna, infatti, l’insuccesso della macchina giudiziaria, si traduce in un colossale dispendio di tempo e di risorse economiche, ha rilevanti aspetti criminogenetici e finisce con l’ingenerare un inevitabile sentimento di sfiducia nel cittadino”.

Favorevole con la riforma, almeno in linea di principio, l’Associazione nazionale magistrati, come sottolinea Maurizio Saso, presidente della sezione distrettuale di Lecce. “Dopo il primo grado – spiega il giudice Saso –, si affievoliscono le ragioni della prescrizione. Certo, si tratta di una riforma meno giustificabile per l’imputato assolto, così come appare evidente il rischio di sottoporre un innocente a un processo molto lungo”. “Il vero obiettivo – prosegue il presidente distrettuale dell’Anm – è giungere a un’accelerazione della durata massima dei processi. Per farlo occorre innanzitutto ridurre il numero degli stessi, magari affrontando in maniera più “coraggiosa” la rilevanza e la tenuità del fatto, e colmando le lacune dovute alla mancanza di personale amministrativo e magistrati, con circa mille unità in meno. Per questo occorre che la riforma della prescrizione non rimanga isolata ma sia collegata alla riforma del processo penale”.

Assai diversa la posizione degli avvocati penalisti. L’Unione nazionale della Camere penali, contraria alla riforma, ha proclamato lo sciopero dal 20 al 23 novembre. “Neppure il cittadino assolto in primo grado – sottolinea il presidente della Camera penale di Lecce, l’avvocato Silvio Verri –, potrebbe ritenersi tranquillo, perché l’eventuale appello del pubblico ministero manterrebbe l’imputato assolto sotto processo a tempo indeterminato, in totale disprezzo dei principi del giusto processo e della sua ragionevole durata sanciti dall’articolo 111 della Costituzione, nonché dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. L’improvvida proposta di riforma avanzata, infatti, è espressione di una concezione autoritaria del diritto penale e del processo, che i penalisti italiani hanno sempre fieramente avversato. L’istituto della prescrizione, infatti, ha origini antiche e chi oggi ipotizza la sua sostanziale abolizione è disposto a cancellare conquiste della civiltà giuridica pur di ottenere risposte di vendetta sociale in nome di una efficienza che lo Stato non sa altrimenti garantire”.

Nel 2001 è entrata in vigore in Italia la cosiddetta Legge Pinto, introdotta per salvaguardare il cittadino dall'irragionevole durata dei processi senza dover ricorrere agli organi della Giustizia Europea. Si considera rispettato il termine ragionevole se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, due anni in secondo grado e un anno nel giudizio dinnanzi la Corte di Cassazione. Dopo la modifica del 2016 sono stati 441 i ricorsi presentati alla Corte d’Appello di Lecce nel 2017 (cui si aggiungono le numerose pendenze), con un risarcimento pari a 5,5 milioni di euro.

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Commenti (1)

  • S'è capito. Deve rimanere tutto com'è, perchè così va bene. Ai penalisti???

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