Presunta truffa ai danni di cliente, Cassazione: no al carcere per D'Agata

I giudici della Suprema Corte hanno annullato la decisione con cui il Riesame aveva disposto nuovamente la custodia in carcere

Infophoto (repertorio).

LECCE – La Corte di Cassazione ha annullato l’aggravamento della misura cautelare (con il ripristino del carcere) per Francesco D'Agata, l’avvocato 38enne arrestato il 12 ottobre nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta truffa ordita nei confronti di una donna senegalese sua cliente. Il Tribunale del riesame aveva accolto l’opposizione presentata dalla Procura (che aveva chiesto nuovamente la custodia cautelare in carcere) dopo che il gip Cinzia Vergine aveva disposto, lo scorso 21 novembre, su istanza dei legali di D’Agata, gli avvocati Luigi e Roberto Rella la concessione dei domiciliari. Ora il Riesame aveva dovrà fissare una nuova udienza e pronunciarsi secondo quanto disposto dai giudici della Suprema Corte. D’Agata resta dunque agli arresti domiciliari.

La vicenda ruota attorno alla figura di una donna senegalese di 34 anni, vittima di un terribile incidente stradale nel 2010 (in cui ha subito lesioni permanenti) e assistita dall’avvocato Francesco D’Agata. Nei suoi confronti il Tribunale di Trieste (competente per i casi riguardanti il Fondo vittime della strada) ha disposto un risarcimento di 636mila euro. Secondo l’ipotesi accusatoria il legale avrebbe raccontato alla sua cliente che la somma stabilita era di circa 236mila euro (versati in due tranche), presentando anche una falsa sentenza e trattenendo il denaro restante, transitato su un conto aperto a nome della donna straniera ma gestito di fatto dallo stesso avvocato. Da quel conto avrebbe pagato alcune spese legate alla sua professione (ad esempio per lo studio e i compensi dei collaboratori) e personali, come viaggi e i mobili della sua abitazione e un ombrellone in un lido a San Cataldo.

D’Agata ha spiegato di aver utilizzato solo ed esclusivamente il denaro derivante dal cosiddetto patto di quota lite (la convenzione fra il cliente e l’avvocato con la quale è fissata come compenso professionale, in caso di vittoria, una parte dei diritti che formano oggetto della lite o del procedimento, in questo caso il risarcimento). Quei soldi, dunque, spettavano al legale secondo un accordo con la vittima dell’incidente stradale. L’indagato ha poi negato in maniera assoluta di aver contraffatto la sentenza, senza saper indicare il possibile autore ma certo che dalle consulenze sui pc sequestrati possa emergere l’assoluta estraneità ai fatti contestati. In quanto all’apertura del conto e la gestione dello stesso, il 38enne ha spiegato che è avvenuto secondo un rapporto di assoluta fiducia con la sua cliente, di cui ha sempre curato solo ed esclusivamente gli interessi.

A far crollare il presunto sistema truffaldino e a dare avvio all’inchiesta è stata la segnalazione di un’altra cliente originaria di Torino, nota alle cronache per un caso di mobbing che ha fatto scalpore. La donna si era rivolta al legale per un ricorso in Cassazione, mai presentato (secondo l’accusa) da D’Agata, che avrebbe raccontato alla donna che il ricorso era stato respinto, facendosi versare su un conto corrente la somma di 4mila euro. A insospettire la signora, però, è stato l’intestatario di quel conto, la stessa donna senegalese vittima dell’incidente stradale. Sentita dagli inquirenti, la donna sarebbe risultata all’oscuro dei movimenti bancari e ha presentato una denuncia. Da lì gli investigatori hanno esaminato i pagamenti e i bonifici eseguiti dal pc e dal telefono cellulare di D’Agata. L’inchiesta è stata condotta dagli uomini del Nucleo di polizia giudiziaria della guardia di finanza di Lecce, sotto la guida del colonnello Francesco Mazzotta. Le accuse sono di truffa aggravata, falso, autoriciclaggio (aggravato dall’esercizio dell’attività professionale) e patrocinio infedele.

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