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Cardiochirurgia, scelta sotto inchiesta. La parola al primario

Giovanni Casali, da pochi giorni insediatosi al "Vito Fazzi", risponde a Salute Salento

Il "Vito Fazzi" di Lecce.

LECCE – E’ al lavoro come primario di Cardiochirurgia da lunedì, ma il suo insediamento è stato preceduto da un dibattito piuttosto polemico legato all’inchiesta aperta dalla magistratura leccese per abuso e falso.

Il nuovo responsabile del reparto è stato selezionato all’interno di una terna che comprendeva anche Giampiero Esposito (responsabile dell’unità operativa di Cardiochirurgia presso l’Humanitas Gavazzeni di Bergamo) e Gabriele Giunti (Cardiochirurgia al Careggi di Firenze).

Giovanni Casali ha esposto il suo punto di vista all’associazione Salute Salento, che lo ha intervistato. Sulle indagini in corso, si è detto “abbastanza tranquillo” ma ha preferito un approccio più generale: “Intanto si parla di avviso pubblico e non di concorso. La differenza è che il concorso pubblico è per titoli ed esami. Quindi l’elemento merito è di fatto l’unico elemento in gioco. In un avviso pubblico oltre al merito è previsto il rapporto fiduciario con il manager. Un elemento che apre qualche margine di discrezionalità nella scelta. E addirittura, secondo me, anche nelle valutazioni. Non a caso il colloquio, che non è esame, altro non è che la verifica dei titoli nell’ambito delle esigenze di quell’azienda particolare. Quindi il peso oggettivo del merito è importante ma non è l’unico elemento”.

giovanni casali 500-3“Quando si concorre per una posizione di questo livello – ha spiegato Casali -, è difficile dire chi è il migliore. Perché sono tutte persone degne ed estremamente qualificate, quasi tutte. Penso che forse si sceglie il più idoneo, non il migliore. Un concetto che a livello mediatico non passa facilmente. Si tende alla semplificazione e si dice ‘abbiamo preso il migliore’.  Una semplificazione che va anche a screditare gli altri che magari sono molto meglio di quello che è stato scelto”.

Sollecitato sull’eterna questione sottesa alla scelte in abito sanitario, e cioè sull’interferenza degli esponenti politici, ha risposto:  “La politica si può intendere in tanti modi. Teoricamente dovrebbe essere una parola nobile.  Dipende da cosa intendiamo.  C’è poi un altro discorso in generale. C’è una normativa vigente che ha ridotto i margini di discrezionalità del direttore generale. Alla commissione si richiede di valutare il profilo più aderente alle esigenze. Se l’esigenza dell’azienda, per esempio, è  di sviluppare i percorsi dello scompenso cardiaco, un candidato può essere leader mondiale in un’altra branca ma se non ha esperienza sul campo dello scompenso, può non essere scelto. Il direttore generale si assume le sue responsabilità, perché la politica sanitaria prevede che le scelte siano aderenti alle esigenze. Un concetto che i media non veicolano”.

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