Primo Maggio, festa del lavoro che non c'è. Tra precariato e posti a rischio

Il livello di disoccupazione nel Salento rimane troppo alto. L'ex Bat e Alba Service due casi emblematici della crisi che investe il lavoro

LECCE – Dal 1890, data in cui è stata introdotta per la prima volta, il Primo Maggio, continua a essere la data simbolo della festa dei lavoratori (in memoria dell’1 maggio 1886 quando a Chicago una manifestazione di operai fu repressa nel sangue). La sua storia risale al 20 luglio 1889, giorno in cui è nata questa festa durante il congresso della Seconda Internazionale. La richiesta principale dell’epoca era di ridurre l'orario di lavoro giornaliero a otto ore e rivendicare i diritti dei lavoratori ed il suo significato è ancora oggi molto attuale. Col tempo, però, sono cambiate le rivendicazioni e le esigenze del mondo lavoro, costretto a fronteggiare un grande male chiamato disoccupazione.

Già, perché quello odierno è un Primo Maggio caratterizzato dal lavoro che non c'è, soprattutto per i giovani. “Una festa – come ha sottolineato la leader Cgil, Susanna Camusso – della disoccupazione più del lavoro”. I dati, impietosi e preoccupanti, diffusi dall'Istat parlano di un tasso di disoccupazione a marzo pari all’11,4 per cento. Pur trattandosi del livello più basso dal dicembre 2012, è un dato nazionale ancora preoccupante, che nel Sud e in Puglia arriva a superare il 14 per cento. Il Salento paga ancora una volta un duro tributo sul fronte occupazionale.

Il mercato del lavoro della provincia di Lecce, dato l’ampio territorio e la rilevante presenza demografica, è economicamente variegato e risente in modo particolare dell’acuirsi della crisi economica, soprattutto nell’ultimo anno. I livelli occupazionali stimati dall’Istat evidenziano una forte sofferenza del mercato del lavoro, con il tasso di occupazione in decrescita (in linea con la regionale e del mezzogiorno ma inferiore rispetto al dato nazionale). Il tasso di disoccupazione negli ultimi due anni risulta in crescita (con valori superiori rispetto alla media regionale e del Mezzogiorno); il tasso di inattività (sebbene inferiore rispetto al dato regionale e del Mezzogiorno) risulta ancora in aumento.

La chiusura dell'ex manifattura tabacchi (Bat) e la successiva fallita operazione di riconversione, e lo spettro del licenziamento che aleggia sui dipendenti di Alba Service, sono solo due delle problematiche che investono il mondo del lavoro alle nostre latitudini.

Gli altri mali che attanagliano e soffocano l’occupazione si chiamano lavoro e incidenti sul lavoro. Lavoro nero e morti bianche, rappresentano da sempre lo yin e yang che distrugge l'economia salentina.  Un fenomeno che ormai è considerato quasi endemico e che ancora oggi presenta cifre importanti, difficili da cancellare in fretta. Due mali che si fondono indissolubilmente perché quelle morti bianche sono in realtà nere come il lutto che avvolge le vite spezzate. Quelle degli incidenti sul lavoro, che ogni anno hanno fatto registrare nella provincia di Lecce decessi e gravi infortuni.

In Italia ci sono quasi tre milioni di lavoratori non regolarizzati che con la loro manodopera aiutano a produrre quasi 100 miliardi di Pil (prodotto interno lordo) irregolare, pari al 6, per cento del Pil nazionale. In questo modo vengono sottratte alle casse dello Stato entrate pari almeno a 42,7 miliardi di euro l’anno, pari praticamente a 709 euro a persona. Un fenomeno che interessa soprattutto le regioni del Sud Italia, nelle quali è presente oltre il 40 per cento dei lavoratori irregolari.

All’impatto economico del lavoro nero si aggiunge quello sociale in un Salento da sempre assetato di lavoro ancor più che di acqua. Spesso, quindi, la disperata ricerca di un’occupazione porta i lavoratori a ingrossare le fila della manodopera illegale (e in molti casi anche illecita), quella priva di qualsiasi garanzia e salvaguardia. Un bisogno che sempre più spesso porta morti tragiche, dovute alla crisi economica, alla perdita del lavoro e l’impossibilità di trovarne un altro. Una crisi che capace di togliere il fiato, di stritolare stritolato e far scivolare in una depressione profonda, fino a portare al suicidio. Li chiamano “suicidi della crisi”, e sono le tristi storie legata alla grave situazione economica che colpisce in maniera particolare il Sud e il Salento. Morti che riguardano non solo la politica e il mondo dell’imprenditoria, ma un po’ tutti, poiché rovescio della medaglia della vita di tutti i giorni. 

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