Un mistero lungo 37 anni. L'associazione Penelope: "Non dimenticare Mauro Romano"

Per l'associazione, "l’archiviazione del caso è una sonora sconfitta delle istituzioni". Mai risolta la vicenda della sparizione del bimbo di Racale. Aveva solo 6 anni. Era il 21 giugno del 1977. Le indagini, riaperte a distanza di tempo, hanno seguito più piste, ma senza mai approdare a nulla

LECCE – Sono trascorsi trentasette anni da quando Mauro Romano, un bambino di sei anni, svaniva nel nulla a Racale. Era la sera del 21 giugno 1977. Una storia piena di omertà, silenzi, verità taciute, credenze, regole opinabili, misteri e malvagità.

Una scomparsa senza perché e senza colpevoli legata, come nell’archetipo di ogni favola, a una figura misteriosa, “l’uomo nero” inafferrabile e capace di incutere timore in tutti coloro che hanno preferito tacere, portando nella coscienza il peso di una giovane vita inghiottita per sempre dal buco nero di un viaggio ritorno. Silenzi che riportano alla mente le parole di Albert Einstein: “Il mondo è pericoloso non a causa di quelli che fanno del male ma di quelli che guardano e lasciano fare”.

A chiedere che la scomparsa di Mauro non sia dimenticata, inoltrando una lettera anche a Federica Sciarelli, conduttrice di “Chi l’ha visto?”, è l’associazione Penelope, da sempre vicina alle famiglie degli scomparsi.

“I bambini, piccole creature indifese, non sempre tutelate – afferma Antonio Carbonara, referente di Penelope per la Puglia –, privati dei diritti più elementari anche lì dove le carte nazionali ed internazionali sembrano garantirli, meriterebbero più considerazione. L’archiviazione del caso in questione è una sonora sconfitta delle istituzioni, resta poco, forse nulla, probabilmente rassegnarsi. Non per l’associazione Penelope, da anni in prima linea accanto al dolore delle famiglie, un dolore condiviso, interiorizzato, sostenuto”.

Già, perché non è servita neanche una nuova inchiesta giudiziaria a portare alla verità. A portare alla riapertura delle indagini era stata, nel novembre 2010, la denuncia presentata al procuratore Cataldo Motta dai genitori della persona scomparsa, i coniugi Natale Romano e Bianca Colaianni. Loro, in tutti questi lunghissimi anni, non hanno mai dimenticato, hanno continuato a vivere nelle menti e nei cuori una scomparsa dolorosa e un vuoto incolmabile, provando a dare una spiegazione ed un volto all’autore di un simile gesto.

Una ferita mai rimarginata neanche dai decenni trascorsi, un arco di tempo lunghissimo che è servito a provare a ricostruire, tassello dopo tassello, un mistero mai risolto. Una denuncia basata sul racconto, avvenuto nel 1998, di un amico dei genitori di Mauro, morto poi in un incidente stradale circa dieci anni fa.

L’uomo, testimone di Geova come i coniugi Romano, riferì che a rapire il bambino era stato una persona vicina ai genitori, che all’epoca della scomparsa di Mauro frequentava la loro casa assiduamente. Il motivo del rapimento era da ricercarsi nel denaro promessogli da qualcuno in cambio del bambino.

“Non sporgemmo denuncia – scrissero i coniugi Romano – perché la nostra religione non lo permetteva e non lo permette. La nostra religione, infatti, non consente a un fratello di portare in giudizio un altro fratello della stessa religione”. Quel vincolo però era finalmente caduto: quell’uomo non faceva più parte della congregazione. Una pista che, però, non aveva portato a nulla, tanto che già a luglio scorso la Procura aveva chiesto l’archiviazione, poi rigettata dal gip. Come in un romanzo, infatti, la storia di Mauro Romano si era legata a quella di Vito Paolo Troisi, il boss della Sacra Corona Unita in carcere dal 1997 con una condanna all’ergastolo per omicidio. Troisi aveva chiesto, attraverso un telegramma, di essere ascoltato.

In un primo interrogatorio l’egastolano aveva dichiarato di conoscere Mauro ma di non ricordare nulla di quel pomeriggio. Secondo la ricostruzione dei fatti, il bambino poco prima di sparire aveva giocato con degli amici nei pressi di un deposito di rifiuti. E tra quegli amici c’era proprio Troisi. Un’altra pista che, però, come tante altre, non ha portato a nulla.

Quel 21 giugno del 1977 era un pomeriggio caldo, afoso, pieno di luce e di mistero come ogni solstizio d’estate. Mauro con il fratello Antonio, di pochi anni più grande, si trovava a casa dei nonni materni, in vico Immacolata a Racale. Natale Romano e Bianca Colaianni, infatti, erano partiti per Poggiomarino, un piccolo comune in provincia di Napoli, per assistere ai funerali del papà di Natale. Antonio si allontanò in compagnia di uno zio per assistere ad una gara ciclistica. Mauro, invece, scomparve nel nulla.

Le indagini, condotte dai carabinieri della stazione di Taviano, grazie anche all’ausilio di alcuni cani, indirizzarono le ricerche nella località denominata “Castelforte”. Qui in un trullo, precisamente su un giaciglio di erba secca, fu trovato un batuffolo di ovatta, usato, presumibilmente, come tampone narcotizzante. Pochi giorni dopo la scomparsa, i genitori di Mauro ricevettero diverse richieste di riscatto, pari a circa 30 milioni delle vecchie lire. Le indagini in tal senso portarono all’arresto di Antonio Scala, che raccontò che il piccolo Mauro era nella località di Castelforte, in custodia presso una donna con i capelli biondi. Tale riscontro non ebbe però alcun esito.

Quella di Mauro Romano è una scomparsa che in paese nessuno ha dimenticato. E’ tracciata sull’asse Racale-Castelforte, con ogni probabilità, la soluzione di un mistero che ha sconvolto un’intera comunità, facendo leva su omertà e connivenze.

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Forse, come sostengono nella denuncia i genitori di Mauro, la chiave di questo caso è proprio nella figura di un uomo, così vicino alla famiglia Romano, che potrebbe aver portato via il loro bambino a bordo di una Vespa blu. Qualcuno pena che quella di Mauro non fu una scomparsa misteriosa ma un tragico incidente, di una giovane vita finita in uno dei tanti pozzi di cui è disseminata la campagna del Salento. Un mistero che, ancora oggi, continua ad aleggiare sinistro e tragico tra le campagne salentine.

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