“Clandestini” del Salento, quanto costano? Zoom sul centro di accoglienza

Duemila e 506 tra richiedenti asilo e coloro che hanno ottenuto lo status. LeccePrima racconta, oltre i pregiudizi, uno dei centri in cui sono ospitate le donne giunte coi barconi in cerca di una vita dignitosa

Alcune beneficiarie del programma di protezione

GALATINA – Provate ad anagrammare la locuzione “richiedente asilo” e vi ritroverete: “chiederai listino”. E’ il lessico che si prende beffa, ma la realtà non è molto distante: quando si parla di uno straniero che è in attesa, o ha ottenuto, la protezione internazionale, il pensiero del cittadino medio va automaticamente ai soldi. “Quanto ci costerà?”, è la frase usata nella migliore delle ipotesi.

L’alternativa si traduce invece in un frasario del tipo: “Questi li manteniamo noi”, “Campano negli hotel a 4 stelle mentre qui moriamo di fame”, “Ci rubano il lavoro” e, via via, scendendo di livello e di umanità. Come accede un migrante alla protezione, dopo il viaggio della speranza sulle rotte del Salento, a bordo di barconi scassati e scafisti dagli scrupoli ancora più precari dell’imbarcazione stessa?

Secondo i dati delle prefettura leccese e aggiornati a questa mattina (dunque perfettibili), gli stranieri sono duemila e 506 così suddivisi: 1532 ospitati nei 106 Cas (Centri di accoglienza straordinaria) in 33 comuni salentini, mentre i restanti 974 sono beneficiari delle numerose strutture cosiddette Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) presenti in 29 paesi del Tacco. Nei primi vengono ospitati migranti in attesa dell’asilo, nei secondi coloro che lo hanno già ottenuto.

Sfatiamo subito un mito. Perché il “clandestino” non esiste? In due parole: l’Italia è uno dei Paesi con un sistema di identificazione “doppio”, a volte triplo, in cui uno straniero non può certamente sfuggire all’identificazione. Nulla di più sbagliato che etichettare gli stranieri come cittadini fantasma che vagano nel buio anagrafico. Come per la sicurezza delle centrali nucleari, quello della “ridondanza” è il sistema più efficiente per ridimensionare il margine d’errore: così, il migrante che approda sulla costa della provincia di Lecce, infatti, sarà identificato in almeno tre passaggi. Tutti identici e ripetitivi.

La prima volta direttamente nel porto, una volta sbarcato/rintracciato o comunque scortato fino a riva. Qui viene fotosegnalato e vengono archiviate le sue impronte digitali. Un secondo iter, identico, sarà seguito anche nella struttura di prima accoglienza (dove dovrebbe restare per un massimo di sei giorni) come il “Don Tonino Bello” di Otranto o come altri centri, anche di fortuna, messi a disposizione dai singoli comuni salentini. I Cas sono coordinati dalle prefetture e, a dispetto del nome sono sempre meno “straordinari” e sempre più ordinari: se i comuni o gli enti non promuovono progetti o non mettono a disposizione degli edifici, le prefetture sono costrette ad aprire i centri Cas.

Per gli Sprar, invece, il discorso è diverso. I fondi giungono dal ministero dell’Interno e vengono affidati, dalle amministrazioni, alle associazioni che si occupano di migranti e di programmi di protezione internazionale. Durano sei mesi circa, ma hanno una possibilità di proroga e hanno lo scopo di inserire socio-lavorativamente parlando, gli stranieri.

Gli stessi programmi, a loro volta, si differenziano in internazionale, umanitario e sussidiario. Nel Salento sono presenti tutte e tre le tipologie: a stabilire questo o quel programma è, caso per caso, la Commissione territoriale della questura leccese, competente anche per le province di Brindisi e Taranto. Una volta compilato il primo modulo, infatti, il richiedente asilo sarà ascoltato dai funzionari locali, per motivarne la necessità.

Sulla scorta dei singoli motivi (chi è un perseguitato politico, chi rischierebbe la vita rientrando per motivi familiari, chi perché scappa da zone a zero diritti umani e così via), la questura accorda e avvia il programma di protezione, affidando a uno Sprar lo straniero. Di norma – spiegano gli operatori Arci- per stranieri provenienti da Nigeria e da una particolare area del Pakistan, si tende a non  concedere il programma, per via delle problematiche che riguardano quelle aree.

LeccePrima ha visitato uno di questi centri, con 45  rifugiati, gestito da uno dei progetti Arci del Salento. Carmelo Chianura, Fernanda Donno e Alessandra Giannachi (in foto) – rispettivamente supervisore dei progetti, referente del progetto e coordinatrice delle attività – sono tre dei circa 160 operatori che lavorano su tutto il territorio salentino nelle attività legate all’accoglienza e all’inserimento. 

“Soltanto il 10 per cento degli stranieri che giungono in Puglia attraversando il Mediterraneo costituisce il “migrante economico”. Per lo meno quelli che approdano in Sicilia partono spesso dal Mali o da altri Paesi, per raggiungere la Libia, un posto considerato favorevole per le possibilità lavorative” – spiega Chainura, che di esperienza ne ha accumulato non soltanto nei centri di accoglienza siciliani, ma anche alle spalle due anni di Palestina.

“Nel tragitto per la Libia vengono spesso sequestrati e torturati e poi chiesto il riscatto alle loro 3-8-11famiglie ignare. Cercando di accedervi dal deserto del Niger, confinante e, se va bene, si ritrovano i poliziotti (a volte corrotti, alle volte addirittura con divise finte). Gli altri, invece, vi approdano con storie strazianti alle spalle. Inutile aggiungere che l’inferno, il più delle volte, tocca in automatico alle donne”, spiegano gli operatori dell’Arci di Galatina.

La struttura della cittadina, che ha ospitato LeccePrima, è abitata da donne. Alcune anziane, altre con bambini. Hanno diverse nazionalità ma convivono. Gli operatori Arci (così come quelli di altre associazioni presenti sul territorio) curano tutte le fasi dei richiedenti asilo: da quella burocratica, a quella organizzativa e domiciliare. Psicologica. Umana.

Garantiscono assistenza legale, l’insegnamento per tutti della lingua italiana, l’inserimento dei bambini e degli adulti a scuola o nei corsi serali. Anche quelli ricreativi come il teatro o il coro. Aiutano i cittadini stranieri anche nella complessa trafila di accesso alle cure mediche e, tra gli altri servizi, offrono la mediazione linguistica.

Su quest’ultima voce andrebbe aperta una parentesi: troppo spesso, infatti, non è presente neppure nei cosiddetti hotspot, in cui giungono i migranti. Tanto che, nel compilare il modulo in cui è necessario spiegare il motivo per cui sono giunti, spesso spuntano la voce “lavoro”. Lo fanno perché, ovviamente, non ci tengono a passare per quelli che sono venuti senza fare niente. Ma la verità è spesso (non sempre) che nessuno li avverte della voce da “crociare”: quella del “Sono qui perché voglio essere protetto, perché scappo”.

E qui ritorniamo all’anagramma del “Chiederai listino”. Noi glielo abbiamo appunto chiesto. I famosi soldi che tanto spaventano alcuni italiani, certi che finiscano in contanti nelle tasche degli stranieri, esistono o no? Certo, il ministero destina a ognuno di loro una somma di 35 euro al giorno.  “Di questi soldi - spiegano gli operatori Arci che gestiscono il progetto Sprar di Galatina - soltanto 2,50 euro restano come pocket money nelle tasche dello straniero. Gli altri, invece, vanno a creare - strano a dirsi per i più reticenti - un indotto economico locale”.

A chilometro zero. Da quella somma, infatti, sarà sottratto il buono da 30 euro settimanale da investire obbligatoriamente nella spesa nei supermercati della zona, l’affitto (con contratti regolari e appartamenti a norma e con tanto di certificazioni energetiche), il materiale didattico, l’assistenza legale, il corso di alfabetizzazione, gli psicologi, gli insegnanti.

A tutto questo va sommato la manutenzione (idraulici, falegnami, elettricisti) e le farmacie per l’acquisto di medicinali.Tutti beni e servizi offerti da negozi, artigiani o professionisti del Salento. La filiera è questa e, a voler leggere il fenomeno da un punto di vista economico, a giovarne sono proprio gli italiani. Per non parlare, inoltre, degli operatori “dell’accoglienza”: spesso laureati, con esperienze all’estero, che con Arci, ma così come con altri enti, hanno la possibilità di lavoro e di assunzione con contratti regolari. Poiché l’etica e la legalità devono essere i concetti fondanti per tutti, italiani e non.

Ci sono casi in cui a cedere in affitto le proprie case non sono solo proprietari, ma ad esempio imprenditori turistici salentini che vogliono riconvertire il proprio business: mettono così a disposizione le strutture, garantendo, per una ventina di euro al giorno, il servizio. Offrono i tre pasti quotidiani, il cambio biancheria, le pulizie e tutto il necessaire per l’igiene personale e degli ambienti.

Gli operatori, Arci (e i colleghi delle altre associazioni), monitorano i contratti di affitto e procacciano gli appartamenti affinché le condizioni vengano sempre rispettate e non vi siano irregolarità. Tot metri quadrati per beneficiario, massimo sette persone all’interno di una casa, un bagno ogni due inquilini e via dicendo. Vigilano, insomma, perché non vi sia il rischio di speculazioni su queste emergenze. I 45 ospiti di Galatina sono suddivisi in sei strutture. Il progetto Arci per rifugiati è attivo dal 2009. Inizialmente inaugurato per farsi carico delle donne, provenienti da tutte le zone più problematiche del mondo. Poi il progetto è stato esteso anche agli uomini “soli”. Ma gli operatori contano anche di  far consolidare il sistema in modo da poter accogliere interi nuclei familiari. Susan ha 71 anni sebbene, nonostante un vissuto travagliato, ne dimostra tanti di meno.

2-12-17

E’ originaria del Congo e divide il suo appartamento con Zara. Lei di anni ne ha 68, ma da qualche anno è scappata dall’Afghanistan. E’ stata un paio di anni a Roma: città che deve averla colpita, vista l’intenzione di tornarci. Sua figlia ha 32 anni, vive in Canada e, si spera presto, verrà nel Salento a trovarla. Due donne di altrettanti posti tanto diversi che ora si ritrovano a doversi adattare, nonostante l’età, nonostante le differenze linguistiche e culturali. Hanno aperto le porte della loro casa con gioia e genuina ospitalità. “Si pranza assieme uno di questi giorni?”, ci siamo salutate così.

Nell’appartamento, al momento dell’arrivo, gli ospiti sottoscrivono un regolamento: contiene diritti e doveri. Codici comportamentali per la pacifica convivenza (turni di pulizia compresa), il divieto di fare uso di alcol e droghe e il calendario della raccolta differenziata. Ovviamente nel rispetto degli impegni dei beneficiari. Tutti frequentano un corso di alfabetizzazione, ma poi il percorso si differenzia.

Mama” Susan e “Mama” Zara, così si chiamano tra di loro in una forma di rispetto quasi antico, cercano di imparare il telaio, nella speranza di poter trovare un lavoro. E a volte succede. Sono diversi i migranti che si aggiudicano le borse lavoro che, dopo alcuni mesi, possono consentire l’assunzione. Non sono ad hoc per stranieri.

Semplicemente stanno lì, a disposizione di tutti, ma spesso sono gli “autoctoni” ad ignorarle. In un altro progetto Arci nel Capo di Leuca, per esempio, un rifugiato ha seguito il progetto della borsa lavoro e poi è stato assunto in un panificio. In quale mansione? Ha imparato a produrre le frise.

La percentuale totale degli assunti dei beneficiari di programmi di protezione, con questo sistema, sfiora il 30 per cento. Un dato incoraggiante e che, si badi bene, non strizza l’occhio all’irregolarità. “I beneficiari dei nostri programmi sono costantemente monitorati”, dichiarano dal progetto Arci di Galatina. “Noi dobbiamo garantire che i loro diritti vengano rispettati”.E’ anche l’aspetto più gioioso della mescolanza delle genti. Quella vera, non quella degli slogan. Sono i cittadini stranieri che spesso hanno la curiosità, anche dettata dalla necessità, di svolgere determinati lavori “più pesanti” o con orari non sempre accettati. E così si specializzano nelle attività della tradizione: non soltanto panetteria e ristorazione, ma anche il lavoro del giunco o la costruzione dei muretti  a secco.

Nell’appartamento di fronte a quello di Susan e Zara vivono cinque ragazze. Sono tutte molto giovani e due di loro hanno altrettante bambine: di due anni e appena cinque mesi. La più piccola se ne sta incollata alle spalle della mamma, non ancora 19enne, originaria della Nigeria. Treasure è ancora poco autosufficiente per giocare con l’altra “piccola” inquilina. Tutte convivono pacificamente, in uno scambio continuo tra i vari appartamenti. A trovare la figlia di Mery, 28enne della Sierra Leone, occhi profondi e scrutatori come quelli della sua vivace bambina, viene spesso anche il piccolo Giovanni. Otto mesi e ancora meno denti. Pacifico e sorridente, di braccia in braccia tra gli operatori e le ospiti della casa. Sua madre, anche lei appena 18enne, è al piano di sotto e sta studiando Gramsci. Un condominio di microcosmi non solo culturali, ma multicolor per le storie di ognuna di quelle donne. Tutte con un solco nell’anima. Cambia la profondità, ma non la traccia.

A seconda delle sensibilità locali e degli enti gestori, per i beneficiari vengono poi organizzate delle vere attività per coinvolgere tutti, anche i residenti del luogo. “A tavola con noi”, per esempio, è un’iniziativa in cui ogni famiglia, una domenica, ha ospitato un cittadino straniero. Hanno aderito quasi cento salentini nel periodo di Natale. Così come per la manifestazione “Soffio verde”: italiani e stranieri hanno collaborato per la manutenzione del verde pubblico e la riqualificazione degli spazi comuni. Iniziative che trovano la forza, e la fattibilità, anche nelle dimensioni ridotte dei comuni salentini.

Il sogno? “L’accoglienza diffusa, come è già sperimentato in Olanda e in diversi altri Paesi e i Corridoi umanitari”, prosegue Chianura dell’Arci. “Invece di un rischioso viaggio in mare, pratiche burocratiche e accertamenti direttamente negli uffici dell’Ambasciata del Paese di partenza. Saranno il futuro e qualche esperimento è già partito, come quello denominato "Resettlment”, in cui Arci ospita le famiglie siriane sul territorio", conclude. Del resto, l’accoglienza è già “futuro”. E aree del Mediterraneo come il Salento saranno proprio quelle a doversi riorganizzare in fretta. Dopo l’accordo dell’Unione Europea con la Turchia, con un  contributo di circa 6 milioni di euro all’anno elargiti al governo di Erdogan per organizzare l’accoglienza sul posto (leggasi “trattenere i migranti” sul posto), abbiamo assistito alla fuga dal Bosforo di migliaia di stranieri. Un sistema volutamente incentrato sul “chiudo un occhio”, che evidentemente un po’ conviene al governo di Istanbul.  Ma di certo non a gente che rischia la vita in mare. Come spiega lo stesso Chianura, una ulteriore criticità è poi dettata dal Regolamento di Dublino, del 2013, tutti coloro che sono fermati in uno dei Paesi europei, vengono riaccompagnati nel luogo di attracco: ergo, l’Italia.

Stando all’iter, i migranti dovrebbero dunque essere fotosegnalati in Grecia. Ma non sempre avviene. I documenti spesso “scompaiono” nell’oblio e con loro anche le impronte. In questo modo, il Paese non viene coinvolto nel fenomeno del cosiddetto “ritorno”.  “Un ragazzo approdato sulle cose del Salento- raccontano gli operatori - ha raggiunto la Germania assieme alla propria famiglia dove ha trovato una casa e ha trovato un lavoro. Nell’attesa che la pratica burocratica  venisse perfezionata, però, è stato riportato indietro, nello Stivale, nonostante vivesse lì da due anni e fosse perfettamente integrato”, conclude.

Se la comunità salentina sceglie di organizzarsi, ha la possibilità di farlo e anche al meglio. E col “pretesto” dei monitoraggi dei diritti dei migranti, forse si comincerà a premere l’acceleratore sulla legalità anche per tutti gli altri. Un’occasione per tutti. Non una condanna. Più organismi di monitoraggio della legalità ci saranno, più sarà garantita alla collettività.

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