“Non schiavizzarono i lavoratori nei campi di Nardò”, undici assoluzioni

Non reggono in Appello i reati di associazione per delinquere e riduzione in schiavitù, riconosciuti nella sentenza di primo grado. Emesso il nuovo verdetto

LECCE - Era la prima volta che una sentenza aveva riconosciuto il reato di riduzione in schiavitù. Ma questa sentenza è stata ribaltata nel processo di secondo grado terminato oggi con un verdetto di assoluzione per undici imputati, accusati a vario titolo di aver fatto parte di un’associazione per delinquere che avrebbe lucrato sul sudore di braccianti provenienti dall’Africa, traditi dalla speranza di un futuro migliore.

La Corte d’Assise Appello di Lecce, presieduta dal giudice Vincenzo Scardia, ha assolto da queste accuse con la formula “perché il fatto non sussiste” e dal reato intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, perché non era previsto dalla legge come reato, gli imprenditori Pantaleo Latino, detto "Pantaluccio", 61enne di Nardò, Livio Mandolfo, 52enne di Nardò e Giovanni Petrelli, 57enne di Carmiano, condannati in primo grado a 11 anni di reclusione, e Marcello Corvo, 61enne di Nardò, che di anni ne aveva rimediati tre.

Assolti anche gli imputati ritenuti caporali del sodalizio: Saber Ben Mahmoud Jelassi, detto “Sabr”, tunisino di 48 anni; Ben Abderrahma Jaouali Sahbi, 47 enne, Bilel Ben Aiaya Akremi, 33 enne; i cittadini sudanedi Saed Abdellah, detto Said, 32enne; Meki Adem, 57enne;Nizqr Tanjar, 40enne; il tunisino Tahar Ben Rhouma Mehadaoui detto Gullit, 45enne, e gli algerini Mohamed Yazid Ghachir, 50enne, Abdelmalceck Aibeche, 41enne.

La sentenza ha inoltre annullato per tutti gli imputati, a eccezione di Corvo e Aibeche, il decreto che dispone il giudizio per la genericità delle contestazioni relative al reato di estorsione e alle violazioni al testo unico sull’immigrazione, con la trasmissione degli atti al gup.

Rideterminata dai giudici inoltre la pena nei riguardi di: Jelassi e di Akremi: il primo a cinque anni e mezzo, più 1.500 euro di multa; il secondo a sei anni e 2mila di multa.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro novanta giorni.

A difendere gli imputati ci hanno pensato gli avvocati: Anna Sabato, Vincenzo Perrone, Luigi Corvaglia, Giuseppe Cozza, Valerio Spigarelli, Francesco Galluccio Mezio, Amilcare Tana, Mario De Lorenzis, Antonio Palumbo.

L’inchiesta

Era un’associazione per delinquere. Ne era certa il pubblico ministero Elsa Valeria Mignone, il magistrato titolare delle indagini (durate tre anni) sul sodalizio che avrebbe schiavizzato i lavoratori nei campi per la raccolta di angurie e pomodori. E non solo a Nardò. Secondo l’accusa, i braccianti venivano spostati come “pedine” in Puglia, Calabria, Campania o Sicilia, in base alle esigenze di raccolta stagionale.

L’inchiesta denominata Sabr, che sfociò il 23 maggio del 2012 in 22 ordinanze di custodia cautelare in carcere, fece luce su un’organizzazione a struttura piramidale: al vertice, gli imprenditori locali accordati tra loro in una sorta di “cartello”, che si sarebbero affidati ai reclutatori, il cui compito era far arrivare risorse umane dall’estero; a seguire, i caporali o capi cellula, impegnati nella gestione di spostamenti dei lavoratori entro i confini del Bel Paese. I capi squadra, invece, si sarebbero occupati, tra le altre cose, del trasporto nei campi. Alla base della piramide, infine, i braccianti sottoposti a turni massacranti (10-12 ore al giorno senza riposo settimanale) in cambio di paghe irrisorie, decurtate dai padroni delle spese per vivande e trasporto.

Al banco degli imputati, dinanzi alla Corte d’assise di Lecce, (composta dal presidente Roberto Tanisi, dal giudice Francesca Mariano e dai giudici popolari) finirono in sedici, nove stranieri e sette imprenditori salentini.

Le accuse contestate a vario titolo: riduzione in schiavitù, associazione per delinquere, intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, estorsione, violenza privata, falsità materiale, favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza di stranieri in condizioni di clandestinità.

Durante il primo processo, cruciali nel sostenere l’impianto accusatorio, furono le testimonianze del comandante dei carabinieri del Ros di Lecce, Paolo Vincenzoni, che svolse le indagini, e di Yvan Sagnet, l’ingegnere camerunese divenuto simbolo della rivolta nei campi.

Sagnet era parte civile. Oltre a lui, c’erano anche altri sette braccianti, la Regione Puglia, (con l'avvocato Anna Grazia Maraschio), Cgil, camera del lavoro (con l’avvocato Vittorio Angelini), Flai-Cgil (con l’avvocato Viola Messa), e l’associazione Finis Terrae che gestiva la masseria Boncuri (con l’avvocato Maria Russo).

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