Terzapagina. La rinuncia del Papa e le verità "segrete" del "complotto"

A pochi giorni dal congedo del pontefice, lo shock delle sue dimissioni alimenta ipotesi e ragioni, nonostante molti "fattori" siano emersi nelle carte del cosiddetto "Vatileaks". Intanto il conclave si prepara al dopo Ratzinger

Roma - Un fatto storico, uno "shock planetario", una notizia che inevitabilmente segna il dibattito di un futuro imminente, ma che, per assumere i contorni della "svolta epocale" necessita di un balzo in avanti. A tre giorni dalla operatività della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato, il trauma per una scelta così sorprendente non appare superato. E il clima di gelo e tensione attorno al senso di smarrimento è tangibile.

Solo ieri, il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di stato del Vaticano, lamentava pressioni ed interferenze dei media sul prossimo conclave, convocato per decidere il successore di Joseph Ratzinger, come a volerne "influenzare l'esito": un singolare teorema, se si pensa che la Chiesa è spesso oggetto di contestazioni per ingerenze sul mondo politico e non sempre per "mero preconcetto anticlericale". È un segnale anche questo, nel quadro più generale, di quel disorientamento percepito. E del dubbio che si alimenta sul passo indietro del papa. Ma i piani interpretativi sono diversi.

LA TESI DEL COMPLOTTO. La ricerca di una "verità" assoluta comporta necessariamente la reazione a quel modello: sorgono così tante "parziali" verità, in un misto di informazione e di incompletezza che rischia di confondere ulteriormente. Nel caso di specie, è quanto mai di moda la teoria del "complotto" ad ogni livello (anzi, con una espressione biscardiana del "gomblotto"), con interpretazioni suggestive su rapporti internazionali, presunti attentati ed ipotesi fumose, che andrebbero corredate da prove. Tutto interessante, sia chiaro, ma così poco attinente con un bagaglio di dati che chiariscono molti dei punti oscuri di questa vicenda.

"Vaticano Spa" e "Sua Santità" sono due testi pubblicati da Gianluigi Nuzzi, uno dei migliori giornalisti italiani in circolazione: all'interno dei volumi, sono da tempo "anticipate" e ricostruite questioni nodali che sono alla base delle storie di attualità. È lo stesso Nuzzi ad aver innescato "Vatileaks", lo scandalo delle carte segrete di Benedetto XVI, alcune delle quali sottratte dal maggiordomo di fiducia, Paolo Gabriele (poi finito sotto processo) ed entrate a far parte della seconda pubblicazione.

FATTI NOTI. I fatti, dunque, sono "noti". Forse non approfonditi nella loro interezza, ma noti. E sono "interni" alla Chiesa, non dettati da fattori "esterni". A partire dagli "individualismi" e dalle "rivalità" delle singole "correnti" della curia romana, passando per l'incredibile e controversa gestione dello Ior, fino alla questione morale dello scandalo pedofilia in più zone del mondo (la presenza del cardinale Roger Mahony, reo di aver coperto 129 casi, al conclave è argomento di dibattito di queste ore).

Sul primo punto, emerge chiaramente la "solitudine" di un pontefice, non sempre messo al corrente su quanto accade nella curia: un paradosso se si evidenzia il rapporto stretto col cardinale Bertone, nominato segretario di Stato nel 2006. È proprio su questa figura che si concentrano molte attenzioni: l'ex arcivescovo di Genova è finito spesso nell'occhio del ciclone con l'accusa di una certa autoreferenzialità e scarsa diplomazia nel proprio esercizio: si pensi alla scomunica revocata ai lefebvriani (i reduci iper conservatori del pre-concilio fondati da Marcel Lefebvre), senza informare il papa delle dichiarazioni di un vescovo dell’ordine negazionista sui forni crematori nazisti.

La contraddizione più pesante, però, si è registrata nello scandalo degli abusi sessuali di preti e religiosi sui minori, con un atteggiamento votato alla copertura delle vicende più che all'intransigenza nei confronti di un reato. E senza dimenticare l'incidente teorico su una certa "contiguità" tra pedofilia ed omosessualità.

LO IOR E LE ECONOMIE. Altro motivo di imbarazzo è la banca vaticana, lo Ior (sin dalla gestione Caloia), con la tentata applicazione delle norme antiriciclaggio, la nomina e l'allontanamento di Ettore Gotti Tedeschi, la generica certezza della non trasparenza dell'istituto, nonostante le sollecitazioni degli organi di controllo internazionali e i sospetti su alcune ricchezze "imbarazzanti" conservate nei caveau.

Più in generale, Benedetto XVI avrebbe voluto affrontare, come dalle rivelazioni di "Vatileaks", la questione della contabilità degli enti benefici, senza riuscirci per via delle lotte di potere, che hanno narcotizzato ogni volontà riformatrice. Senza dimenticare la storia di monsignor Carlo Maria Viganò, l'ex numero due del governatorato (ente che si occupa di spese, appalti, forniture e servizi prestati in Vaticano), oggi nunzio apostolico negli Usa, che aveva denunciato economie "gonfiate", casi di corruzione e contratti poco chiari, gestiti dall'entourage dello stesso segretario.

A testimonianza delle perplessità di Viganò, c'è una dura corrispondenza indirizzata al papa, a cui hanno fatto seguito incontri privati, dove le perplessità sono state ampiamente ribadite. In una delle confessioni alla "talpa", uno dei cardinali (De Paolis, ndr), sosteneva come Benedetto XVI fosse contrariato da alcuni atti del segretario di Stato, ma non fosse nelle condizioni di rimuoverlo, per non esporlo pubblicamente alle accuse che lo riguardavano. Significativo che sia proprio Bertone ad occuparsi della gestione ordinaria da giovedì sera, quando il pontefice lascerà la sua sedefls_blobs.asp1-8.

L'ESIGENZA DI CAMBIAMENTO. Lo stallo sistemico e la difficoltà di avallare un fattivo cambiamento (cui si aggiunge un'indubbia fatica fisica) danno un senso alla bandiera bianca issata dal pontefice, che "per il bene della Chiesa" compie l'unico passo possibile per provare a rinnovare: di fatto, la rinuncia azzera le cariche e costringe il conclave ad interrogarsi su una reale svolta utile al superamento dei conflitti e delle divisioni.

Del resto, quando Benedetto XVI salì al soglio pontificio, nel suo "manifesto programmatico", risuonava l'idea di rafforzare l'autonomia della Chiesa portatrice di una verità rivelata rispetto al mondo, "schiavo del relativismo", con cui confrontarsi nella convinzione di "doversi preservare". Una scelta in continuità con quella del suo predecessore, nonostante l'apparente dicotomia sollecitata ad arte tra le due figure: lo stesso Ratzinger è stato a lungo il rigoroso interprete di Wojtyla nella gestione delle controversie sulla fede (risulta altrettanto vero il contrario).

Giovanni Paolo II per la sua presenza mediatica, i suoi gesti forti, i numerosi viaggi (che hanno visibilmente espresso l'idea di una istituzione più aperta al mondo), ha raggiunto un'immensa popolarità esplosa in una autentica venerazione di massa, che, però, non ha eliminato, come sosteneva il teologo belga José Comblin, la contraddizione della "marginalità del suo messaggio": nella sostanza, un papa adorato come una rock star, ma spesso ignorato nelle sue proposte. Benedetto XVI, a differenza del predecessore, non ha vissuto la stessa straripante popolarità, cercando una maggiore efficacia del proprio messaggio. Entrambi, però, non hanno sciolto le contraddizioni interne, né completato l'opera modernizzatrice del concilio vaticano II, tanto che oggi la sensazione è quella di una Chiesa inadeguata alle sfide della contemporaneità.

LA VERA SFIDA per il prossimo pontefice sarà risolvere il dilemma irrisolto: se perseguire una Chiesa più evangelica, coraggiosa, profetica o restare arroccata sul modello trionfalista (con le contraddizioni sotto gli occhi di tutti), ancorata ad un vago concetto di tradizione e conservatrice, nel senso di sentire il dovere di affermare con incisività la propria identità. Mentre Benedetto XVI si prepara a rimanere "nascosto al mondo" e fervono i preparativi di un conclave, vissuto dal tam tam mediatico come una sorta di "reality in salsa cardinalizia", la domanda di fondo più che sulla guida da scegliere è forse sull'istituzione da costruire. Magari rovesciando la logica del "Prima la chiesa, poi l'uomo".

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