Torturato in un casolare, verdetto storico: 15 anni totali per gli imputati

Riconosciuto per la seconda volta il reato nella vicenda dell’aggressione di un 34enne di Porto Cesareo avvenuta il 29 novembre 2017. La vicenda riguarda Maikol Pagliara e Lorenzo Cagnazzo, 28enni di Porto Cesareo

E’ una sentenza storica quella emessa questa sera a Lecce. A memoria di chi vive quotidianamente il Palazzo di giustizia, è il secondo verdetto di condanna per tortura. E riguarda la stessa vicenda, l’aggressione subita il 29 novembre del 2017 da un 34enne in un’abitazione alla periferia di Porto Cesareo, quella per la quale è già stato condannato (a 4 anni e 8 mesi nel processo discusso lo scorso giugno col rito abbreviato) Kevin Soffiatti, 20enne di Porto Cesareo, nei cui riguardi è in corso il processo d’appello. Tortura, quindi, è questo il reato, oltre a quello di sequestro di persona e possesso di armi illegale, riconosciuto nei riguardi di altri due imputati giudicati col rito ordinario: Maikol Pagliara, 28enne di Porto Cesareo e il coetaneo e compaesano Lorenzo Cagnazzo. Al primo sono stati inflitti otto anni di reclusione, al secondo sette anni e 10 mesi.

Stando alle indagini condotte dai carabinieri della Compagnia di Campi Salentina e di Copertino, Pagliara e Soffiatti, raggiunsero la vittima che si trovava con alcuni amici nei pressi di un bar a Porto Cesareo, e con la scusa di aver bisogno del suo aiuto per spostare una motocicletta da un’abitazione, la costrinsero a salire a bordo del mezzo; la corsa terminò sulla strada per Sant’Isidoro ed entrati in un’abitazione in costruzione, ad attenderli c’era Cagnazzo che, sempre secondo l’accusa, avrebbe aggredito il malcapitato a colpi di bastone. Ma questo sarebbe stato solo l’incipit di una storia di inaudita violenza che Pagliara avrebbe ripreso con il cellulare. I tre avrebbero costretto il 34enne a spogliarsi per poi orinargli addosso; Pagliara, inoltre, gli avrebbe puntato una pistola alla tempia, dicendo che avrebbe premuto il grilletto se avesse reagito.

Solo dopo aver ultimato “l’opera” ed essersi garantiti il suo silenzio, i tre gli avrebbero consentito di andare via. La serata per il 34enne finì in ospedale: prima in quello di Copertino, poi a causa del’aggravarsi delle sue condizioni in quello di Lecce. Riportò danni in più parti del corpo: alla testa, alla mandibola, alle costole e alle dita. Nonostante la paura, trovò il coraggio di denunciare i suoi aggressori, consentendo così agli investigatori di chiudere, dopo pochi giorni, il cerchio.

Palazzo e Cagnazzo dovranno, inoltre, risarcire immediatamente le parti civili (presenti nel processo con gli avvocati Riccardo Giannuzzi e Francesco Nutricati): 23mila euro, la vittima, e 25mila, i suoi familiari (5mila a testa per  la madre, il padre, la sorella, la moglie e la figlia). Il resto del danno sarà quantificato in sede civile.

A leggere il dispositivo è stato il giudice Stefano Sernia, a capo del collegio composto dai colleghi Sergio Tosi e Alessandra Sermarini, ai quali il pubblico ministero Roberta  Licci (titolare del fascicolo d’inchiesta) aveva invocato 9 anni di reclusione per Pagliara e 8 per Cagnazzo. Non appena saranno depositate le motivazioni (entro novanta giorni), gli avvocati difensori Gabriele  Valentini e Ivan Feola valuteranno il ricorso in appello.

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