Traffico di cocaina, restano in silenzio davanti al gip "Sem" e De Matteis

Al via gli interrogatori dopo l'operazione "Amici miei". Sono ritenuti il leader del gruppo e il fornitore delle sostanza stupefacente. Si avvale della facoltà di non rispondere anche un altro degli indagati

LECCE - Sono rimasti a bocca chiusa tre degli undici uomini accusati a vario titolo di far parte di un’associazione a delinquere dedita al traffico e allo spaccio di cocaina smantellata due giorni fa con l’operazione denominata “Amici miei” (dal termine usato dagli indagati per indicare le dosi di droga pronte per la vendita).  

Questa mattina, durante l’interrogatorio di garanzia in carcere, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere: Saimir Sejidini, 27enne nato in Albania, detto “Sem”, ritenuto leader del gruppo che avrebbe fatto grossi affari con la “polvere bianca” a Gallipoli, Taviano, Matino, Alezio e nei paesi vicini, il connazionale Klodian Shehaj, di 36 anni, residenti a Taviano (entrambi assistiti dall’avvocato Stefano Stefanelli). Stessa linea anche per Vincenzo De Matteis, 42enne residente a Taviano (difeso dall’avvocato Biagio Palamà), già condannato per mafia e omicidio con sentenza divenuta irrevocabile nel 1999, accusato di aver capeggiato un altro gruppo (i cui componenti restano al momento sconosciuti) attivo nella stessa Taviano, nel basso Salento, a Racale, Alliste e Melissano e di aver fornito cocaina allo stato grezzo a Sejidini.

Gli interrogatori di garanzia proseguiranno lunedì per gli altri arrestati (ai domiciliari), a eccezione di Rrapush Tafa, 25enne albanese e residente a Racale che si trova all’estero dopo il decreto di espulsione eseguito nel febbraio del 2018.

Stiamo parlando di: Luca Di Battista, 26enne nato a Terlizzi e residente a Mancaversa; Pasquale Di Battista, 32enne nato in Germania e residente sempre nella marina tavianese; Danel Gjoci, 20enne, albanese residente a Taviano; Roxhers Nebiu, 27enne albanese residente a Melissano; Gilberto Perrone, 22enne nato a Gallipoli e residente a Taviano; Domenico Scala, 21enne nato a Gallipoli e residente a Taviano; Enri Shehaj, 25enne albanese residente a Rutigliano. 

“Un’impresa criminale” è così che il giudice Simona Panzera definisce l’associazione e nell’analizzare la sua struttura ricorre all’analogia con le partecipazioni societarie “a cascata”, dove una società principale, la holding, controlla con una partecipazione diretta un’altra società che a sua volta ne controlla un’altra , e così via; tutte le società sono collegate tra loro e dipendono da quella madre proprio come avrebbero fatto gli adepti nel sodalizio: pur avendo margini di “libertà” nella gestione di altri soggetti e nell’organizzazione dell’attività, alla fine, tutti avrebbero avuto uno stesso e diretto referente, Saimir Sejdini, che per questo veniva chiamato “Centralino”. “Il giovane Sejdini assume sempre un ruolo di rilievo per la sua autorevolezza e capacità “imprenditoriale”, quale giovane criminale emergente. Lo stesso si propone anche come mediatore degli opposti interessi dei vari gruppi, attento a rispettare le regole principali e a salvaguardare un accordo criminale tra i gruppi che consenta lo sviluppo degli interessi delinquenziali”, scrive il gip nell’ordinanza.

Stando alle indagini, svolte dai carabinieri della compagnia di Gallipoli, sarebbe stato il 27enne, che formalmente risulta dipendente nel bar dei genitori, a gestire, tra le altre cose, la contabilità dell’associazione: ogni giorno i pusher dovevano consegnargli i profitti e indicargli la provenienza di ciascun entrata. Il denaro finiva in una “cassa comune” e veniva distribuito quotidianamente: una parte serviva per pagare gli stipendi, altra le spese legali o d’interesse comune, e il resto veniva reinvestito per l’acquisto di nuove partite di droga. Sempre “Sem” avrebbe tenuto una sorta di registro dei creditori, ossia di quegli acquirenti ai quali la cocaina veniva ceduta anche “in conto vendita”. Questo lo dimostrerebbero i manoscritti sequestrati al 27enne il 13 aprile 2017, sui quali affianco a un elenco di nomi erano riportate cifre, che corrisponderebbero alla quantità e al denaro dello stupefacente. Ma la modalità di vendita utilizzata con la maggior parte dei clienti era quella del “Drug&drive”: dosi e soldi venivano scambiati dai finestrini di due auto accostate in luoghi isolati. Per i suoi uomini, Sejdini avrebbe messo a disposizione auto (sono cinque quelle sequestrate dal giudice Panzera), ma anche cellulari.

Per contattare ed essere contattati  dai numerosi acquirenti, i componenti del gruppo avrebbero utilizzato un sistema tipo “call center”: si sarebbero scambiati una stessa utenza da abbinare poi al cellulare, indicato nelle conversazioni come “il telefono piccolino” così da distinguerlo da quello a uso personale.

Le conversazioni intercettate non lasciano spazio a dubbi per gli inquirenti e per il gip: i termini impiegati dagli indagati per indicare la droga erano sempre gli stessi, come quelli di “vagnona” (ragazza), ossia la cocaina allo stato grezzo, “amici”, “birre”, “giocatori”, le dosi dello stupefacente.

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