Uccise il figlioletto sgozzandolo, invocati 30 anni per Gianpiero Mele

La pena è stata invocata dal pubblico ministero Guglielmo Cataldi al termine della requisitoria. Il brutale assassinio avvenne nel giugno del 2010 a Taurisano. La difesa ritiene, invece, che non fosse capace di intendere e volere

L'appartamento dell'omicidio.

LECCE - A distanza di oltre un anno e mezzo (era il 30 giugno del 2010), la tragica morte di Stefano Mele, il bimbo di poco più di due anni barbaramente assassinato dal padre Gianpiero, 26enne originario di Taurisano, continua a scuotere le coscienze e a suscitare dolore e tormento.
Oggi, dinanzi al gup del Tribunale di Lecce, Carlo Cazzella, è proseguito il giudizio con rito abbreviato del procedimento che vede come imputato il padre omicida. Il pubblico ministero Guglielmo Cataldi ha chiesto, al termine della requisitoria, una condanna a trent'anni di reclusione per Mele. Nel corso dell'udienza ci sono state poi le repliche dei legali di parte civile, gli avvocati Alessandro Stomeo e Salvatore Centonze.

I due penalisti hanno ripercorso la tragica storia dell'imputato, confutando, attraverso riscontri documentali e perizie mediche, la tesi difensiva secondo cui il giovane padre non era cosciente delle proprie azioni al momento del brutale omicidio. Una tesi sostenuta dal consulente della difesa, il dottor Serafino De Giorgi, che nella sua perizia ha stabilito che il 26enne di Taurisano era incapace di intendere e di volere al momento dell'infanticidio. Tesi, però, smentita dai due consulenti nominati dal Tribunale, lo psichiatra Domenico Suma e il professor Antonello Bellomo.

I due esperti, già sentiti il primo aprile in sede di incidente probatorio e riascoltati oggi, hanno stabilito, in una perizia di circa novanta pagine, che l'imputato era capace di intendere e di volere al momento del delitto. Una perizia che ha rafforzato la tesi dell'accusa secondo cui il tragico gesto di Mele sarebbe stato premeditato. Un'ipotesi supportata principalmente da due prove: la lettera lasciata dall'uomo e l'acquisto della corda e del taglierino utilizzati per uccidere Stefano. Acquisti avvenuti poco prima di quel terribile omicidio.

I legali di parte civile hanno chiesto un risarcimento pari a un milione di euro per l'ex compagna di Mele, Angelica Bolognese, e di 500mila euro per i nonni del piccolo Stefano. L'accusa nei confronti dell'imputato è di omicidio volontario con le aggravanti di aver agito con crudeltà e nei confronti di un essere indifeso per età; di aver agito con premeditazione, nei confronti di suo figlio e per futili motivi. Mele, che dopo l'omicidio cercò invano di togliersi la vita, procurandosi varie ferite all'addome e un profondo taglio alle vene del polso sinistro, usando con ogni probabilità la stessa arma con cui aveva assassinato il figlioletto, non era presente in aula.

Il padre infanticida si trova attualmente ricoverato in una clinica specializzata in provincia di Bari. Le sue condizioni non sono, secondo una perizia eseguita dal dottor Domenico Suma a fine agosto scorso, compatibili con il regime carcerario. L'udienza è stata aggiornata al prossimo 13 marzo per la discussione della difesa, rappresentatta dagli avvocati Angelo Pallara e Gabriella Mastrolia, e la sentenza.

 

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