Economia salentina: avanti adagio, quasi indietro

I dati della Camera di commercio annunciano una timidissima ripresa, nonostante migliori l'economia nazionale. La provincia di Lecce non sa ancora produrre. La ricetta di D'Antoni per crescere

Timidissima ripresa dell'economia della provincia leccese. Tra il 2001 e il 2006 le imprese sono aumentate del 6,9 per cento, contro la media regionale del 2,3 e quella nazionale del 5,3 per cento, interessando attività immobiliari, di noleggio, informatica e ricerca, e quelle di supporto all'attività imprenditoriale, fra cui il trasporto, la comunicazione, l'intermediazione monetaria e finanziaria. Nello stesso periodo sono aumentati gli investimenti aziendali, grazie agli impieghi bancari, cresciuti del 44,5 per cento. Tra il 2003 e il 2005 il terziario è cresciuto del 19,3 per cento, le costruzioni migliorate dell'8,8 per cento. Il pil pro capite è però al 14,6mila euro, al quint'ultimo posto nazionale, distante dalla media regionale di 15.988 euro, a conferma di una ancora scarsa produzione di ricchezza. Occupazione pari al 47 per cento, inferiore di oltre undici punti percentuali alla media nazionale (58,4 per cento). Tasso di disoccupazione, 15 per cento, tra i maggiori del Paese.

I dati sono stati forniti dalla Camera di commercio di Lecce in occasione della 5^ Giornata dell'economia. A Lecce il viceministro dello Sviluppo economico, Sergio D'Antoni, il quale ha sottolineato l'anomalia della mancata crescita del Mezzogiorno in un contesto di ripresa economica nazionale. Il prodotto interno lordo del Paese infatti sarebbe cresciuto dell'1,9 per cento e nel 2007, secondo le previsioni, aumenterà del 2 per cento, ma il sud Italia non riesce a trarne troppo beneficio. Il Mezzogiorno è nuovamente caratterizzato dall'emigrazione. D'Antoni ha ricordato questa mattina, nella sede della Camera di commercio di Lecce, che è ricominciata l'emigrazione italiana: seicentomila persone se ne vanno dal Mezzogiorno, un dato che non può essere considerato "un fenomeno di normale mobilità sociale". Il viceministro ha spiegato che gli emigranti meridionali non sono più quelli di cinquant'anni fa, i quali mandavano nella comunità di origine i guadagni: quelli odierni non riescono a risparmiare e anzi chiedono alle famiglie un sostegno economico.

Come invertire la rotta allora? Secondo D'Antoni le politiche differenziate consentono di interpretare meglio le esigenze dei territori. Politiche differenti per punti di partenza diversi. Lo capiscano, ha ammonito il viceministro, i politici di ogni schieramento. Altrimenti il cuneo fiscale sarà appannaggio delle regioni più agiate e si allargherà la forbice fra centronord e sud. Oggi, ha ricordato D'Antoni, è stata portata a un differenziale 72-28 per cento della produzione da quello 90-10 per cento. Ma occorre recuperare il deficit infrastrutturale. "Non si compete più da singoli" ha ammonito il viceministro. E ha spiegato che quando a Roma gli si presentano sindaco di Milano, presidente della Provincia di Milano e governatore della Lombardia, pur nelle differenze politiche, sono compatti. Diversamente da quel che riscontra nel Mezzogiorno, dove "annosi problemi portano a divisioni devastanti". Occorre poi, ha osservato l'ex sindacalista, lo stimolo ai giovani.

La ricetta illustrata da D'Antoni prevede il credito d'imposta d'investimento: consente meno burocrazia, risparmia tempo, quindi permette maggiori controlli; credito d'imposta d'occupazione, che è costoso, ma consente di arginare il lavoro nero e favorisce le imprese interessate all'occupazione. Il viceministro ha indicato anche la strada dei crediti formativi, basta quindi con precariato e lavori socialmente utili. E poi le zone franche. "Il Mezzogiorno - ha spiegato - ha bisogno di fattori di convenienza, come pagare meno tasse". La questione delle zone franche sarebbe stata impedita dall'Unione europea perché, secondo D'Antoni, è stata sollevata troppo debolmente dall'Italia. Piccole zone di potenziale sviluppo devono godere di sgravi contributivi e fiscali. Un principio che è stato fatto passare e che veniva prima del problema delle risorse. Lo ha specificato il ministro quando il sindacalista Biagio Malorgio, della Cisl, ha sollevato la questione delle risorse. Prima il principio, poi le risorse, ha chiarito D'Antoni. Altrimenti si hanno le risorse ma non si sa come utilizzarle.

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