L'Inchiesta/ Xylella, il batterio invincibile. Cronaca di una morte annunciata

Tutto quello che c'è da sapere sulla vicenda che riguarda il disseccamento degli ulivi e l'economia salentina. Perché il batterio è per le piante come l'Hiv per l'uomo, quanto ci rimetteranno i produttori, quali rischi vi saranno a causa di rimedi invasivi e ci potrebbe guadagarci

LECCE È giunta l’ora di non dire più nulla di fuorviante su questa vicenda, che sta investendo il territorio con la velocità e l’irruenza di un treno in corsa, e la cui gravità non è stata ancora recepita appieno. Almeno non da tutti.

Le indagini del sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Elsa Valeria Mignone, porteranno dove devono portare. E si lascerà che le ipotesi di complotto, che vedrebbero la contaminazione degli ulivi come un dolo diretto e interessato di certe multinazionali farmaceutiche e biotecnologiche per piazzare, al momento opportuno, delle specie ogm, batterio-resistenti e chimico-resistenti, a puro scopo speculativo e, non da ultimo, quelle legate all’affarismo immobiliare sempre avido di terreni edificabili, siano pur considerate “fantasiose e visionarie” per restare, al contrario, con i piedi ben piantati per terra.

È bene chiarire però, a gran voce, che il flagello abbattutosi sull’olivicoltura salentina ha un’unica direzione di marcia dalla quale, purtroppo, non si torna indietro, qualunque ne sia l’origine e di chiunque sia la responsabilità. È il momento di pensare a quali strade intraprendere e quali scenari, d’ora innanzi, attendono il Salento, la Puglia, la gente di questa terra.

Anzitutto, va ribadito che per la xylella non c’è una cura.

Questo, ormai, è stato affermato senza tema di smentita dai più noti e apprezzati scienziati di ogni parte del mondo. Quelle parti, almeno, che sono state costrette a fare i conti con il batterio – e non con il virus – che a qui viene imputato quale principale responsabile nel “Codiro”, altrimenti noto come Complesso del disseccamento rapido dell’olivo. Complesso, appunto, ovverosia un sistema di concause e non già di una sola. Aspetto che recentemente è stato rimarcato dal professor Donato Boscia, nell’ambito del Focus sullo stato dell’arte della xylella fastidiosa promosso da Coldiretti.

Un’avanzata inarrestabile.

Il batterio per adesso sembra invincibile. Lo sanno bene gli imprenditori di Anheim, nella contea di Orange, in California che hanno visto deperire progressivamente migliaia di ettari di campi coltivati per un ceppo di xylella che attaccava gli agrumi e che cercano di combatterlo da quasi un secolo senza alcun risultato concreto. E lo sanno anche in Brasile, in Cile, in Messico e in molte altre zone temperate nelle quali il batterio ha trovato l’habitat ideale per prolificare. E se di habitat si deve parlare, è giusto ricordare che anche l’Unione Europea era ben consapevole, da diverso tempo, del rischio Xylella in determinate aree, tra cui il sud Salento era quella con la maggior probabilità di essere interessata, e aveva prontamente predisposto una mappa che evidenziava la percentuale di rischio d’infezione in base a una scala cromatica dal blu al rosso. E, indovinare un po’, qual era il colore del Salento? Naturalmente il rosso. Ciò sta a significare che le aree colpite rientrano in una fascia climatica temperata che garantisce al batterio condizioni ideali alla sopravvivenza e proliferazione trovandosi al di sopra dei 5° e al di sotto dei 34°, oltre i quali il ciclo biologico del batterio s’interrompe. Aspetto niente affatto ininfluente e che spiegherebbe la distribuzione dello stesso nelle aree temperate e sub-tropicali come la nostra, il Brasile, il Cile, l’Argentina, il Messico, eccetera.

L’infezione può soltanto essere contenuta, rallentata, non curata.

A tale scopo è stato predisposto un Piano redatto con la supervisione del commissario straordinario per l’emergenza Giuseppe Silletti. Piano che è figlio delle direttive comunitarie cui l’Italia è “obbligata” ad attenersi e che, all’interno delle zone focolaio, prevede misure drastiche. Tali misure, giudicate eccessive se non, addirittura, devastanti per l’intero ecosistema dagli ambientalisti e da una grossa fetta della categoria agricola e imprenditoriale e dalle associazioni in difesa dei cittadini, sono state riviste, ma in peggio, proprio in questi giorni dai commissari Ue.

La specifica task force dell’Unione europea in materia di Xylella fastidiosa, si è infatti riunita con urgenza allo scopo di formare un gruppo di esperti tecnici e legali in Italia e altri Stati membri potenzialmente interessati per rivedere le strategie e le misure di emergenza da applicare in Puglia. Modifiche che potrebbero già essere illustrate, da Silletti stesso, mercoledì prossimo durante un’audizione alla Camera voluta dal presidente Luca Sani. E il sospetto è che non si parlerà solo dell’estensione della fascia d’eradicazione spostata dal chilometro iniziale agli attuali 15 chilometri, ma dei metodi di contrasto diretto. Insomma, la cura potrebbe rivelarsi più dannosa della malattia.

I costi degli interventi, per adesso, sono a carico dei proprietari. Non sono ancora stati previsti indennizzi se non il mero ristoro del costo delle piante abbattute.

Questo è un capitolo che definire paradossale sarebbe solo un eufemismo. Già, perché qui non si sta parlando dello stanziamento dei 13,6 milioni di euro che serviranno per la localizzazione, il cronoprogramma e i costi d’intervento messi a disposizione dal Governo e Regione. Ma come hanno fatto notare sia Pantaleo Piccinno e Giampiero Marotta, rispettivamente presidente e direttore di Coldiretti Lecce, dei denari che dovranno sborsare i proprietari dei fondi colpiti, delle economie che saranno devastate prima dal disseccamento, poi dai mancati introiti delle vendite del prodotto e, non da ultimo, dal divieto di ripiantare per chissà quanti anni. Federazione che ha lanciato una piattaforma con tanto di decalogo “ragionato” al fine di evitare tanto gli interventi scriteriati sull’ecosistema quanto il reale sostegno finanziario alle imprese.

Così, infatti, recita in proposito il Piano degli Interventi secondo quanto disposto dal Dm 2777 del 26/09/2014 Art. 10 comma 5, lettera b, Delibera giunta regionale 1842 del 5/09/2014:  “Tali operazioni sono a carico dei proprietari o conduttori a qualunque titolo e devono essere eseguite entro il mese di aprile previa comunicazione da parte degli stessi entro il 31 marzo prossimo”.

Quindi, non soltanto il Salento è stato messo in quarantena a causa di Xylella, ma i danni che ne deriveranno – e saranno danni spropositati – non vedranno alcun ristoro dalla Comunità europea, proprio la stessa che della pericolosità del batterio sapeva già da oltre un decennio. In tutto questo, poi, bisogna aggiungere che le istituzioni e la politica hanno rinunciato a fare la voce grossa con il parlamento di Bruxelles che ha imposto misure apocalittiche, e a totale carico dei soggetti interessati dall’infezione. Come a dire che se stai affogando e non hai i soldi per il salvagente non ti resta che andare a fondo.

Qual è il rischio della propagazione e perché va assolutamente contenuta nel più breve tempo possibile?

Si potrebbe provare a rispondere a questa domanda rifacendosi a ciò che avvenne nel mondo tra gli anni Ottanta e i Novanta, quando dilagò il virus dell’Hiv. Un paragone per nulla azzardato se si considera che a farlo è stato proprio il professor Donato Boscia, responsabile Uos di Bari CNR - Istituto per la Protezione Sostenibile delle Piante - Ipsp (il quale, in realtà, ha parlato di Ebola, e più avanti si capirà perché). Un virus altamente infettivo e devastante che per gli esseri umani è ancora una minaccia concreta, nonostante la ricerca medica, dopo il disastro iniziale, abbia fatto passi notevoli per contenerne gli effetti sull’uomo e aumentare le aspettative e la qualità di vita dei pazienti affetti.

Ma Hiv non è mai stato debellato. Ebola, che pure continua a seminare morte e distruzione in molte zone dell’Africa con caratteri di recrudescenza periodica, stando alla sconfinata letteratura in materia, sarebbe scaturito da “audaci sperimentazioni” in ambito militare per testare sulla popolazione inerme gli effetti di nuove armi batteriologiche.

E guardacaso la stessa allusione l’ha fatta pochi giorni addietro il responsabile nazionale Unaprol, Michele Bungaro, riferendosi ai test effettuati nel 2010 in quel di Valenzano, dove, protetti dall’immunità internazionale, scienziati di tutto il mondo effettuarono test di resistenza su due piantine di vite infettate da un ceppo di xylella. Apriti cielo. Quest’ultima affermazione di Bungaro ha fatto scalpore portando l’attenzione, che da parte dei giudici leccesi Mignone e Licci era già alta, dell’opinione pubblica sulle modalità e i fini per cui il workshop dell’Iam, Istituto agronomico mediterraneo, di Bari potrebbe aver rappresentato una falla nel sistema di sicurezza e prevenzione del fitopatogeno da quarantena a tutti ormai noto col nome di Xylella.

Inchiesta che ha già una mole consistente di materiale, oltre agli esposti presentati, e che si è arricchita in queste ore di altre audizioni ma che si basa sostanzialmente su domande abbastanza semplici: chi ne era a conoscenza, perché ci sono stati ritardi nelle azioni di contrasto e, soprattutto, perché si è intrapreso con decisioni che lasciano il tempo che trovano, il metodo più distruttivo nei confronti delle piante infette.

Ma non sarà tralasciata la questione delle movimentazioni di denaro. C’è da ricordare, inoltre, il 3° rapporto sulle Agromafie redatto da Eurispes, Coldiretti e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare. Il primo capitolo è dedicato proprio alle ipotesi sulla Xylella che, stando alla direzione intrapresa dall’ex giudice Giancarlo Caselli, non depongono in favore di una spiccata trasparenza. Anzi.

Come uccide il killer degli ulivi.

Con Xylella la situazione è analoga a quanto appena detto. Il batterio attacca gli organismi vegetali nutrendosi della parte vitale, colonizzando lo xilema dell’ospite e occludendo i vasi xilematici con un gel proteico, e portandoli velocemente alla morte. Xylella è un batterio fitopatogeno che attacca l’olivo, ma è capace di infettare ben 150 specie di organismi vegetali tra le quali il mandorlo, il ciliegio, il pesco, l’oleandro, la vite, gli agrumi, la quercia e così via. Molte tra le specie sensibili all’infezione sono di natura infestante. Quelle, per capire, che crescono in forma spontanea come le piante a ridosso di canali, muretti a secco e terreni incolti.

Xylella è in grado di muoversi all’interno dell’ospite e pertanto può essere individuato anche nelle radici della pianta e non già, com’è stato erroneamente fatto intendere, nella sola fronda. Inoltre approfitta di organismi vettori – tra i quali dobbiamo includere l’uomo, – ecco perché un insetto appartenente alla famiglia delle Cicadellidae, detta sputacchina per via della schiuma entro cui la larva completa il suo ciclo vitale e che si trova solitamente nell’erba ai piedi degli alberi, è ritenuto corresponsabile della propagazione dell’infezione batterica.

Ad oggi, tuttavia, non si è individuato nella xylella l’unica causa della moria degli ulivi e i virologi del Cnr barese ritengono che si debba trattare necessariamente di concause: il Complesso del disseccamento rapido degli ulivi si verificherebbe, così, per la presenza simultanea nell’organismo vegetale del batterio da quarantena (la xylella), della Zeuzera Pyrina, un lepidottero altrimenti noto come rodilegno giallo e di alcuni miceti (funghi) lignicoli vascolari.

L’incubazione, che precede l’attacco infettivo, può variare da pochi mesi a un anno, a periodi indefiniti. In linea teorica, dunque, potrebbe essere anche molto lunga. Aspetto quest’ultimo che darebbe ragione a quanti vorrebbero la xylella presente sul territorio pugliese già da diverso tempo in forma endemica, salvo poi scatenarsi per una serie di condizioni favorevoli quali l’aumento delle medie temperature stagionali e l’eccessiva umidità causata dalle abbondanti piogge. Ad ogni modo l’incubazione può dipendere anche dalla specie di appartenenza dell’organismo ospite e, parlando degli ulivi, anche dalla singola cultivar.

Se poi al quadro si somma la possibile asintomaticità dell’infezione, si capisce bene che non è affatto semplice individuarla se non per mezzo di lunghe e costose analisi che, per ovvie considerazioni, non si possono estendere ai milioni di ulivi che insistono sul territorio pugliese. Per riassumere, allora, le analisi già effettuate non potevano che essere condotte a campione ed essere solo in parte indicative, perché, come ha ben illustrato Donato Boscia, una moltitudine di piante potrebbe essere infettata da Xylella e non presentare alcun sintomo, e viceversa altre potrebbero disseccare senza il suo intervento diretto.

Questo porta a dedurre che se all’interno di alcuni vivai, da molti accusati di aver diffuso il batterio a causa di scarse o inesistenti procedure di quarantena, fossero state presenti piante asintomatiche non sarebbe stato possibile, in tempi brevi, individuarle e provvedere alla loro distruzione. Da qui la propagazione per traslazione fisica delle piante che, una volta messe a dimora, avrebbero sì avuto una causa diretta nel processo d’infezione. Motivo che ha indotto una delle misure previste dal Piano d’emergenza a mettere in sicurezza i vivai. In altre parole: l’ embargo.

Il Piano imposto dall’UE e applicato dal commissario straordinario.

S’è visto quanto varia la gamma degli organismi ospiti, gli altrettanto numerosi insetti vettori, il rischio che vengano movimentate piante da vivai o da fondi privati e la possibilità che a tutto ciò si aggiunga l’imperizia, la negligenza e la superficialità dell’uomo.

L’azione di contrasto, dunque, dev’essere radicale, immediata e costante. Checché se ne dica, i Paesi con maggior esperienza sconsigliano la lotta chimica. Non resterebbe, perciò, che un’attenta e diffusa profilassi.

Essa dovrebbe essere effettuata prima della schiusa delle uova di questo parassita dell’olivo che, tra parentesi, avviene proprio in questo periodo dell’anno. Coldiretti ha suggerito un monitoraggio capillare delle aree circoscritte nella fascia di attenzione con censimento puntuale di ogni realtà privata, demaniale e rurale, senza dimenticare i fondi abbandonati, i principali imputati; l’adozione di pratiche agri-colturali appropriate che includano il diserbo, le attività di potatura, trinciatura, sarchiatura e aratura dei terreni; la lotta chimico-biologica contro gli insetti vettori e le specie vegetali infestanti.

Ma il Piano d’emergenza prevede misure più decise, che il responsabile del laboratorio fitopatologico regionale, Antonio Guario, ha illustrato la scorsa settimana e che vanno applicate, a pena d’infrazione comunitaria, nelle 4 zone individuate: la zona focolaio, nel Gallipolino, dove gli ulivi saranno estirpati; la zona d’insediamento, che è già stata interessata dall’infezione, dove all’intervento dell’Anas si affiancherà quello dei consorzi di bonifica per effettuare lungo le arterie stradali trattamenti mediante insetticidi su piante ornamentali (gli oleandri) e ripulitura dei canali dalle erbe infestanti; la zona tampone, estesa per 2 chilometri (che potrebbero arrivare anche a cinque), dove saranno effettuate verifiche costanti; e, per finire, la zona di sicurezza marginale che vedrà gli sforzi maggiori dei 40 ispettori inviati da Roma e di quelli dell’Upa. In tutte le zone, peraltro, insiste il divieto di movimentare il materiale infetto e, per ciò che concerne i vivai, è stato sospeso il passaporto per le piante di ulivo, quercia, oleandri.

Gli scenari che ci attendono.

Prima di affrontare le considerazioni conclusive che afferiscono a ciò che ci si attende a medio e a lungo termine, occorre ricordare due cose: la prima è che la vera e propria emergenza non è ancora incominciata, come avverte il professor Francesco Porcelli, entomologo dell’Università di Bari, e si prevede che il vero marasma da infezione si avrà la prossima estate con un picco tra gli anni 2016 e 2017; la seconda è che, allo stato attuale, la scienza non ha saputo produrre una cura in grado di debellare il batterio della xylella. Cura che Porcelli e Boscia, nonostante un certo pessimismo, si augurano, insieme a Coldiretti, che possa giungere attraverso la ricerca scientifica. Una ricerca che però dovrebbe essere non solo avallata dall’Unione europea, ma da essa in primo luogo finanziata. Come in moltissimi casi della vita, anche in questa vicenda tutto dipenderà da quanto e come saranno spesi i soldi.

L’eccessiva frammentazione sociale e istituzionale, l’incertezza politica soprattutto, hanno caratterizzato la situazione che nel giro di poco tempo è sfuggita di mano giungendo allo stato attuale in cui tra obblighi imposti dalla Comunità europea e sollevazioni popolari per la drasticità delle misure da adottare il rischio concreto è che vada a finire veramente male. I soldi stanziati per l’applicazione delle misure di contrasto sono assolutamente insufficienti e buona parte degli oneri vanno in capo agli agricoltori.

Categoria quest’ultima che non ha ancora realizzato ciò che nei prossimi mesi sarà costretta a vedere con i propri occhi e coartata a fare a proprio danno. A pena di sanzioni esose dal punto di vista economico. Un’intera filiera messa in ginocchio già ora, e che col passare del tempo non potrà che perire di stenti perché, di fatto, essere marchiati come zona infetta per l’Europa vuol dire chiudere definitivamente le porte alle attività economiche legate al comparto olivicolo e florovivaistico salentino.

Per quanto tempo si potrà andare avanti in queste condizioni? Si metteranno a punto, in tempi adeguati (che non siano quelli che hanno partorito lo stato di calamità), degli strumenti per consentire alle imprese e ai piccoli proprietari di riprendersi dalla scure che si è abbattuta su tutta la filiera dell’olio? Se si, contempleranno eventuali deroghe al vincolo d’inedificabilità che insiste sui terreni con vincoli paesaggistici e idrogeologici colpiti dal batterio?

Chi avrebbe da guadagnarci?

Resta quest’ultima la domanda più perniciosa cui rispondere. Considerando che l’intero comparto olivicolo meridionale è chiamato fuori, per ovvi motivi, le ipotesi che si possono fare, sempre fantasiose o “fantascientifiche” per dirla con le parole di Boscia, e per avvisare i lettori che si è sul piano delle pure illazioni, non sono tante. Ma in primo luogo ci guadagnerebbero le multinazionali farmaceutiche che nell’utilizzo massivo di insetticidi, pesticidi e tutto quanto sarà utilizzato al fine di scongiurare la calamità in atto vedranno accrescersi gl’introiti; potrebbero guadagnarci le agenzie e i laboratori di ricerca, tramite finanziamenti privati e pubblici, per l’individuazione di soluzioni innovative che inibiscano il genoma del batterio e/o realizzino specie vegetali ogm resistenti ai pesticidi e al batterio stesso; potrebbero trarne vantaggio i Paesi concorrenti nella produzione olivicola come Spagna, Grecia, Portogallo, Tunisia, Algeria, Iran, Irak, Marocco e molti altri ancora che sono appena entrati o entreranno a breve in Europa; gli immobiliaristi e i magnati della finanza internazionale che vedono nella costa e nell’entroterra salentino la Rimini del Sud da cementificare e votare a un turismo d’eccellenza (e non stupisca quest’affermazione, visto che megalopoli come Dubai e molti degli emirati arabi rappresentano il massimo del lusso e non hanno che deserto e mare); e, infine, ma non da ultimo, sempre le industrie farmaceutiche che potrebbero a un certo punto tirare fuori dal cilindro l’olivo ogm, da comprare a caro prezzo per evitare la desertificazione del territorio, e la cura “definitiva” contro la Xylella fastidiosa. Hai visto mai?

Gli interrogativi posti crescono con la stessa rapidità con la quale sta avanzando il batterio. Quando le vittime di quest’attacco al cuore dell’economia del Mezzogiorno comprenderanno la reale portata del disastro, il nostro 11 settembre sarà appena incominciato.

A tal proposito, sarebbe il caso di richiamare alla mente un aforisma di Sherlok Holmes, il noto personaggio di Arthur Conan Doyle: “È un grave errore teorizzare prima di avere dati certi. Si finisce per distorcere i fatti, per adattarli alle teorie, invece di adattare le teorie ai fatti”. Ma è pur sempre compito della stampa presentare tutte le situazioni nella maniera più obiettiva e scevra dai condizionamenti politici, economici e sociali circostanti. Anche se ciò potrebbe far storcere il naso a più di qualcuno.

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