Turismo in crisi? L'assestamento serve per fare selezione nell'offerta

A fronte di interventi preoccupati, ma sempre in prudente attesa dei dati, si ripropone la questione della qualità e della competenza. Un anno addietro le prime crepe nel nostro approfondimento

Gallipoli, foto d'archivio.

LECCE - Nel lungo ciclo di congiuntura economica negativa che ha prodotto disoccupazione, desertificazione produttiva e aumento delle diseguaglianze, la citazione più in voga per trovare scampoli di fiducia è stata quella di Albert Einstein, soprattutto nella sua parte iniziale: “La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno dalla notte oscura”.

Ma c’è, subito dopo, un passaggio che credo possa essere una chiave di lettura per il trend negativo segnalato per il Salento in alcuni segmenti del settore turistico: “La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza”. La questione è oggetto di serrato dibattito in questi giorni e del resto il comparto, secondo l’ultimo rapporto di Banca d’Italia su scala regionale, è stato nel 2017 quello più dinamico: giusto dunque preoccuparsene. La crescita costante degli ultimi anni, favorita senza dubbio dalla contingenza internazionale che ha neutralizzato, per la paura di attentati, alcune mete tradizionali, è stata sbandierata ai quattro venti senza un necessario approfondimento e, soprattutto, senza che si approfittasse del momento favorevole per consolidare le radici di questa crescita rigogliosa.

La mia impressione è che competenza, professionalità, un giusto rapporto qualità-prezzo e un contesto ambientale e paesaggistico degnamente tutelato siano di gran lunga più importanti della presenza di un trasporto ad alta velocità (sarebbe meglio puntare all'efficienza, che non è necessariamente la stessa cosa). I primi fattori, infatti, creano selezione, un filtro che serve in un bacino geografico con delle dimensioni ben precise, alcune fragilità strutturali e dunque una capacità fisiologica di accoglienza che non può essere forzata senza conseguenze negative. Il secondo invece è funzionale solo all'aumento acritico delle presenze, potenziali o di fatto, che però diventano, nel periodo clou dell’estate, difficili da sopportare in una specie di stress sistemico.

Nell’ultimo decennio, in particolare nella seconda parte, si è andata diffondendo come un virus la convinzione che tutti potessero fare turismo, per esempio convertendo un appartamento in città o una casa in campagna in B&b. Si è creata così un’offerta tanto diffusa, accanto a quella delle strutture “classiche”, quanto fragile che ha dato l’impressione di reggere fino a che la domanda è stata pompata dal rischio terrorismo, ma che oggi inizia a vacillare anche sotto i colpi di mete emergenti, vicine e ugualmente belle (Albania, per esempio) ma molto più accessibili anche a quel target medio di clientela che si è invaghito del Salento facendone una meta privilegiata e quasi inevitabile. Ma, senza svolgere lo sguardo all’estero, quando si sveglierà la Calabria, cosa accadrà?

Molto significativi sono quegli aneddoti in cui si parla di pietanze frugali servite a prezzi esagerati (ricordate le frise?), di divieti, illegittimi peraltro, di consumare panini portati dal cliente all’interno dello stabilimento, di ombrelloni disposti uno accanto all’altro senza la giusta distanza e fino a ridosso del mare, di spostamenti da e per l’aeroporto più costosi del biglietto aereo: insomma, quello che pare interessare ad alcuni operatori, non a tutti per fortuna, è la spremitura del turista secondo la mentalità usa e getta. Tanto, questo il ragionamento, se qualcuno non ritorna perché insoddisfatto, ce ne saranno dieci altri pronti a prendere il suo posto. Se non ci sono dieci adolescenti disposti a spartirsi una seconda volta una casa tra due camere e due balconi, ne arriveranno altri e così via. È comprovato da tempo del resto, ed è ripetuto anche all’interno di comunicati ottimistici e trionfanti, che uno dei punti deboli resta la fidelizzazione.

Una impostazione di questo tipo ha creato una forbice molto ampia tra l’alta qualità, verso la quale tendono solo alcune strutture e isolati contesti territoriali, e la mediocrità imperante, fatta di approssimazioni per difetto, parecchio fondata su quella supposta furbizia, spocchia e indolenza tipica del Leccese (come zona, non come persona) che “se ne fotte di chi arriva e di chi parte”. Di tutto questo e di altro ancora parlammo nello speciale "Viaggio nel turismo", pubblicato a partire dalla fine dello scorso agosto per diverse settimane, allo scopo di far sentire le voci, possibilmente giovani e preparate, all'interno di un dibattito troppo istituzionale, politicizzato e svincolato da una visione prospettica. Quegli articoli, riletti meno di un anno dopo, acquistano un'ulteriore valenza.

Ecco, se c’è del fondo di verità in queste considerazioni sparse, ben vengano degli schiaffoni alla mitologia dell'estate salentina, da immaginare alla stregua di scosse di assestamento. La selezione serve perché, qualunque segmento si approcci (alto, buono, standard), l’offerta deve reggere su parametri adeguati di qualità e di rispetto delle regole, a partire da quelle che impongono dignitose condizioni di lavoro per gli stagionali. Non mi straccerò le vesti, quindi, se ci sarà effettivamente un calo di presenze o se verrà liberato qualche pezzo di arenile da arroganti invasioni non autorizzate. Fare turismo, farlo bene, non è una cosa che si impara da un giorno all’altro.

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