“Uscire dall’economia per trovare la felicità”: la decrescita di Latouche

Il noto economista francese, Serge Latouche, ospite della facoltà di Scienze della comunicazione, spiega la strada alternativa alla distruzione del pianeta e dell'uomo: "Il Pil non genera la felicità, occorre limitare i bisogni"

Nell'ordine: Carlo Mileti, Serge Latouche e Stefano Cristante Foto LeccePrima (tutti i diritti riservati).

 

LECCE - Ospite della facoltà di Scienze della comunicazione dell’ateneo salentino, Serge Latouche - già professore di economia presso l'Università di Parigi - questa mattina ha trovato una platea di studenti e cittadini straordinariamente gremita. Probabilmente in cerca di risposte sulla crisi irreversibile dell’economia, e sul destino dell’umanità che, per l’economista francese, è quasi irrimediabilmente segnato.

Il quasi è d’obbligo ed è l’appiglio. Il punto da cui ripartire per invertire la tendenza al “consumo per il consumo”, sostenuto dai falsi bisogni indotti dal marketing che continuano a gonfiare il falso mito della crescita infinita. Una forzatura del pensiero economico illuminista, calata in un sistema reale che, al contrario, è limitato.

Se l’economia crolla sotto il peso della globalizzazione, e il liberismo esplode, ha spiegato Latouche, queste trascinano verso il baratro l’ecosistema, mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie umana. I dati sui cambiamenti climatici e la velocità in cui si consumano le fonti di energia tradizionali, petrolio in testa, parlano da sé.

Lo sviluppo che, nell’associazione mentale più immediata, è collegato al benessere è nato da una metafora che la scienza economica ha mutuato dalla vita degli organismi. Trascurando un particolare, sottolinea il professore: ogni trasformazione si conclude con la morte. E’ nella natura e spiega perché il mito della crescita infinita non è possibile, né auspicabile. La bolla mentale che avvolge la moderna società dei consumi deve, quindi, esplodere per “decolonizzazione l’immaginario collettivo dai valori dell’economia diventati centrali, se non unici”.

serge_latouche-3“Ci hanno insegnato che la ricchezza pubblica si costruisce sugli interessi privati e l’avidità personale. Questa è la famosa mano invisibile che muove il mercato – aggiunge – e che ha determinato, però, squilibri sociali, mandando in miseria i già poveri”.

Per il movimento che fa capo a Latouche, decrescita non significa immobilismo conservatore, ma imboccare la strada della “felicità” attraverso il soddisfacimento di un numero limitato di bisogni. E puntando sulle famose sei “r” che riassumono il programma: rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare.

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Se il sogno di Adam Smith si è trasformato in un incubo ad occhi aperti, “è ora di de mercificare tutto: la terra, il lavoro, la moneta e soprattutto le relazioni umane, - conclude Latouche - per uscire dalla miseria psichica e morale e non condannarci all’autodistruzione”.

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