Biondi rapisce Lecce con una manciata di soul

Piazza Libertini ieri sera gremita per il concerto dell'autore di "This is what you are". Il brano, ai vertici delle classifiche, riproposto da Biondi a fine spettacolo tra il delirio del pubblico

Si comincia sempre somigliando a qualcuno, per arrivare ad assomigliare solo a sé stessi, così come sei. Concerto di Mario Biondi in Piazza Libertini ieri sera a Lecce, tutto esaurito. La città prigioniera dello scirocco impossibile.
Cominciato ad apprezzare per una canzone, This is what you are, Biondi è piaciuto a tutti. Con una manciata di soul, A handful of soul, proprio come si chiama il suo cd d'esordio, ha accontentato tutti. Una manciata abbondante di canzoni altrui e tre inediti sono bastati per riempire una stagione e tutte le sedie della centralissima piazza. Bravo interprete di grandi autori, come Burt Bacharach, Billy Whithers ed Henry Mancini, ha sfoderato tutto quello che fa ricordare altro. Barry White, soprattutto. Così lo definiscono, il Barry White italiano. È molto c'è di quella voce straordinaria nata negli anni '70 e che ha raccontato quel tempo come nessun'altro. Ma come reagisce davanti al paragone? La domanda qualche minuto prima del concerto: "Lusinghiero sicuramente. Barry White è un personaggio grandioso - dice - ha fatto tante cose bellissime, ho imparato molto da lui e sicuramente imparerò ancora ma non posso che dire che sto cercando di portare avanti Mario Biondi".

Si comincia sempre somigliando a qualcuno, per arrivare ad essere, si spera, solo stessi, così come sei, Just the way you are, una delle canzoni più belle di Big Barry White. Questo manifesto degli anni dei fiori - bellissima e ben nota anche nella versione di Billy Joel - ha fatto parte anche lei della scaletta. Naturalmente.
Parte dal Sud, da Catania, Biondi. E durante il concerto saluta anche Claudio Tuma, un musicista leccese con cui ha lavorato in passato. Ma alla fine tutti erano lì per una canzone, This is what you are, "questo è ciò che sei", caro leit-motiv di identità, evidentemente.

Bellissima l'interpretazione di "I'm her daddy", di Bill Withers. Momento soul, raccolto, intenso.
Passavano da lì accenni a Bruno Martino, anche a John Martyn, Cunnie Williams. Tutta roba altrui. Malgrado quell'aspetto moderno, fisicamente ricorda un po' Saturnino, il bassista di Jovanotti, la sua partenza ammicca al passato, ed il contrasto è un po' stridente. A tratti è anche un po' Claudio Bisio, quando interrompe con semplici gag quella che potrebbe essere un'atmosfera più raccolta. Anticipazione di un'intezione un po' più teatrale che musicale. parla tanto con il pubblico.
"Come si chiama il vostro Patrono?", ha chiesto dal palco. I suggerimenti pronti partiti dal pubblico:"Sant'Oronzo"! e arrivati al palco diventa Sant'Alonzo. "O r o n z o!", scandisce qualcuno con più forza.
Un sapore latino, jazz latino, con una corrente leggera di batucada, quel movimento carioca sambista che ti fa muovere anche se sei seduto, ha attraversato quasi tutte le canzoni. Bravi i musicisti, non quelli della formazione ufficiale. Mancava la tromba di Fabrizio Bosso. Al piano c'era Luca Mannutza, al contrabbasso Pietro Ciancaglini, batteria Lorenzo Tucci, percussioni Luca Floren, e al sax Daniele Scannapieco.
Finale tutti in piedi e sotto il palco. Tutti con movimento sexy, rapiti chissà da quali ricordi e sensazioni.

Alla fine è quello che conta, probabilmente, stare bene, cosa importa "te ci si figghiu". Mani verso il cielo a scattare foto con il telefonino, rubando pezzi di concerto, per portarsi a casa un pezzettino di quella serata, scirocco compreso.
Si comincia somigliando a qualcuno... la la la la la la la… sono andati via canticchiando tutti così. This is what you are.

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