"Io sono l'a-more" torna alla libreria Adriatica di Lecce

Domenica 30 giugno alle ore 19.00, Io sono l'a-more, l'ultimo romanzo della scrittrice leccese Giovanna Politi, sarà presentato per la seconda volta nella storica libreria Adriatica di Piazza Arco di Trionfo 7-7/a ( Porta Napoli ) Lecce.

L'autrice dialogherà con Domenica Sedonia Canoci e con il giornalista e scrittore Mauro Ragosta. Introdurrà la serata, Daniela Mazzotta, libraia.

Recensione a cura di Vincenzo Sparviero
(caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno di Brindisi)

Amore senza morte? Si, certo. "A-More" riconducibile ad "A Mors"? Niente di più sicuro. Così, il più nobile dei sentimenti umani viene ad identificarsi con l'infinito: un infinito a cui tutti potremmo (e vorremmo) tendere e non soltanto per questioni di...cuore.

Non ci sono dubbi: questo libro racconta un amore infinito, perché tra "a-more" e "a-mors" la sostanza non cambia nella raffinata e coinvolgente penna di Giovanna Politi, che - con il suo nuovo romanzo - ancora una volta si interroga (e ci interroga) su come possa cambiare la nostra vita "con" o "senza" l'amore, a prescindere dalla nostra volontà e da fattori esterni, che possono talvolta solo provocare pericolose implosioni che una volta esternate sono in grado di trasformare – per sempre - il nostro mondo.

"Ahhhh, l'amore...". Non saremmo molto originali nel dire che tutto ruota intorno a questa magica parola, di cui spesso abusiamo senza darle l'esatto valore. Quanto "amore" (o pseudo amore) si spreca senza realmente sentirlo? E quanto quello che ci sfugge perché non è ricambiato o non ci abbiamo creduto, se è mai realmente esistito? Certo, si può amare in modo diverso: ma non chiamiamolo amore, non ne abusiamo svalutando quello vero, quello che conta, quello che resta, "quello".

L'amore è una lama sottile, un delicato tormento, che si insinua in noi e ci trasforma: nel bene e nel male. E' proprio quello che avviene alla protagonista di questo romanzo, che idealmente ci coinvolge nel suo di amore, trasformandolo nel suo punto di partenza verso un viaggio che sogniamo (con lei) possa non finire mai, anche quando tutto sembra dimostrare il contrario: sofferenze comprese.

Ho conosciuto Giovanna Politi quando questo libro era ancora in embrione. Avevo appena letto “tuttodunfiato” un suo precedente romanzo, trovando e sottolineando alcune "fantastiche intuizioni" che solo una sensibilità fuori dalla norma poteva cogliere e trasmettere ai lettori.

In quei giorni, questo nuovo lavoro era solo una semplice idea, sia pure densa di ordinati appunti e riflessioni profonde. Ho avuto, dunque, la possibilità e il privilegio di conoscere in anteprima un progetto che mi lasciava di stucco: raccontare una vicenda ambientata in un mondo "ovattato", dal quale può comunque trasparire uno storia che trabocca di sentimenti "feroci". Non è facile "raccontare" certe atmosfere senza l'ausilio di immagini, magari rafforzate dal parlato. Diventa un'impresa, infatti, quando l'unico strumento a disposizione è la scrittura.

La Politi non si è certo spaventata di fronte alla prospettiva di trasferire in un libro un mondo che poteva solo immaginare, descrivendo concretamente e talvolta in modo pragmatico le sensazioni della "gente" che lo popola.

Aveva solo bisogno di capire: capire cosa si prova a vivere un grande amore, pur privandosi di un elemento fondamentale al pari del tatto, del gusto, della vista, dell'olfatto. Un amore duro, nato dalla sofferenza, ma che paradossalmente sopravvive per la sofferenza, nutrendosi di una passione quasi innaturale che lo rende fin troppo concreto e reale.
Quando Giovanna Politi volle vivere in prima persona le sensazioni e le emozioni della protagonista che aveva in mente, per un certo periodo decise di trasferirsi – armi e bagagli - in un centro specializzato, per vivere una realtà che lei (fino a quel momento) avrebbe solo potuto immaginare. Ha lavorato a contatto di gomito con chi vive ogni giorno il disagio di un'atmosfera "forzatamente silente" che ti fa "sentire" il mondo in un'ottica diversa, impregnata di una sensibilità che si rafforza e che fa cogliere elementi che a tanti – forse troppi - sfuggono.
Un'esperienza che, così come l'autrice desiderava, ha trasferito in tutto e per tutto nelle pagine di questo libro, che andava riempiendosi di emozioni vissute con il cuore "prestato" ad un'altra. Sarà proprio la descrizione di quelle emozioni, di quegli stati d’animo, a rendere il personaggio così concreto da sembrare fin troppo vivo e partecipe, grazie al filtro e alla sensibilità della scrittrice, che non ha mai trascurato di trasmettere nella protagonista le sue esperienze e di far sue quelle di lei per arrivare ad uno scambio che riesce a dare frutti insperati che appassionano e coinvolgono anche il più distratto dei lettori. La Politi sa bene che l’immedesimazione di chi scrive con il personaggio fa sorgere sentimenti reali e, a quel punto, l’immedesimazione del lettore sarà immediata ed efficace. Preso per mano dalla scrittrice, infatti, si calerà nel personaggio senza accorgersene e vivrà la storia che legge. Per far si che ciò avvenisse, Giovanna Politi ha lavorato a lungo sull’approfondimento psicologico del suo personaggio e dell'ambiente in cui era costretto a vivere, ma anche sulla ricerca di affinità per arrivare ad una ideale identificazione che non può in alcun modo considerarsi un'autobiografia: tutt'altro. Le pagine che andavano componendosi sui fogoli sparsi della scrittrice, semmai, erano un modo per raccontare gli altri attraverso il filtro di una sensibilità collaudata: la sua. Possiamo dire, tutto sommato, che in questo caso non è il personaggio che vive nello scrittore, ma lo scrittore in lui. La ricetta è semplice: bisogna calarsi nei suoi panni, nella sua mente, guardando la storia con i suoi occhi e indagare sulle emozioni che il contesto gli suscita. Lo scrittore, insomma, che utilizza il metodo Stanislavskij in narrativa: se la storia è la storia di un personaggio, è lui che dobbiamo rendere concreto ed è in lui che dobbiamo immedesimarci.
"Io sono l'A-More" è un libro da tenere a portata di mano anche nei momenti di sconforto, quando la lettura addolcisce i nostri sentimenti. Vale davvero la pena scoprire la storia di coraggio e determinazione di una donna che ha sofferto (e che soffre), ma che al contempo riesce ad offrire su un ideale piatto d’argento una speranza per tutti: quella di non arrendersi mai.

Vincenzo Sparviero

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