Terzapagina. Massimo Donno, il cantautore emergente tra "Amore e Marchette"

Uscito per Ululati, l'album d'esordio del giovane autore, originario di Corigliano, dimostra grandi qualità artistiche: undici brani, tra ironia e impegno, collaborazioni di spessore, per un disco che dosa ritmo e versatilità musicale

CORIGLIANO D'OTRANTO - Non è vero che la razza dei cantautori sia in estinzione. Se a livello nazionale, artisti come Samuele Bersani, Max Gazzé, Daniele Silvestri possono rappresentare alcuni dei riferimenti più recenti di una scuola nobile per la musica italiana, anche nel laboratorio salentino la creatività non fa difetto e arrivano risposte che è giusto sottolineare. Il caso di Mino De Santis è ormai notorio, ma non esaustivo di una vivacità di voci e artisti, che cercano di proporsi e che crescono. Tra queste, forse, la più interessante è rappresentata da Massimo Donno.

Originario di Corigliano d'Otranto e cantautore per vocazione, Donno era reduce da una lunga permanenza a Bologna, ossia in quella striscia di territorio dove la scrittura di una canzone è una vera e propria arte, quando lo scorso 2 giugno ha dato alle stampe il suo primo album "Amore e marchette", edito dall'etichetta Ululati di Cosimo Lupo. Su quel lavoro pesava l'imprimatur e le parole di stima di uno come Oliviero Malaspina, poeta, cantautore e scrittore, che nella vita ha incontrato e frequentato i più bravi, e, quindi sa riconoscere il talento.

Quella pubblicazione e un felice tour estivo, condito dall'apertura del concerto leccese di Daniele Silvestri, hanno mostrato l'abilità live di un autore dotato di qualità non comuni. E così "Amore e marchette", lanciato dal singolo che dà il titolo all'album e arricchito dal divertente video per la regia di Gianni De Blasi, si è rivelato una vera sorpresa per chi ha avuto la fortuna e il piacere di ascoltarlo.

E se a molti non era sfuggito il suono intrigante di quella canzone dai ritmi jazz, il disco non ha fatto altro che confermare quella impressione iniziale. Undici brani e collaborazioni di spessore, rendono il disco un concentrato di ritmo e ironia, con testi curati e una versatilità musicale che passa senza problemi dal jazz al blues a melodie più cantautorali.

Si direbbe un album "leggero", non come contrapposto a qualcosa di impegnato, ma come scelta precisa di sonorità mai pesanti, nonostante anche evoluzioni armoniche che alternano semplicità a maggiore elaborazione. I testi non sono mai banali, pur non rinunciando a un'ironia che sembra parte integrante della personalità dell'autore, che, tra serio e faceto, logica ed illogica, pesca nella quotidianità della vita, osservando il mondo intorno dal proprio personalissimo punto di vista.

Si finisce così a coniugare la ricerca di un appagamento emotivo come quello che si sperimenta nell'amore ("solo un viaggio nel mio cuore con i fiori e le mie rime" come recita nella mordace "Le vetrine"), con la necessità di dover pur campare attraverso la musica e, quindi, col compromesso della "marchetta" ("con ritornelli usati compro il pane" e ancora "Viviamo in un paese in cui c'è pioggia e c'è neve, ma abbiam bisogno di liquidità"). Evidenti ed impliciti sono in alcuni brani i riferimenti artistici che paiono bagaglio personale di Donno e a cui probabilmente il giovane autore si ispira. Certamente le suggestioni, in tal senso, non mancano.

Sotto il profilo delle singole canzoni, colpisce la capacità di Donno di creare attraverso il meccanismo di introspezione tutto un immaginario da consegnare a chi lo ascolta e che diventa, di conseguenza, collettivoL'esibizione a Lecce-2. "La colpa", nel suo virtuosismo letterario, è forse l'esempio più riuscito, visto che sa aprire spaccati su storie comuni, sulla politica e sulle falle della società odierna in una costruzione di piccole frasi giocate sul refrain della responsabilità (qualcosa di simile a quanto accade in "Non siete Stato voi" di Caparezza). Citazione d'obbligo, in quest'ottica, per "Il valzer del lavoratore atipico".

Sono diversi i brani di ottimo livello (almeno quattro) in un contesto complessivo davvero gradevole, in cui spiccano il testo prima citato, il "De profundis" (ispirato da quanto accaduto successivamente alla morte di Lucio Dalla), "Il mio compleanno", oltre all'accattivante "Amore e marchette".

Un album da ascoltare e sostenere, un artista che sa usare bene le parole e che dimostra appieno l'intesa con la scrittura e che, in fondo, ironicamente smentisce se stesso, quando afferma "tu non guardarmi con la faccia triste, ti avrei giurato di non cadere sull'aria di chi canta 'Parlami d'amore Mariù', lo faccio perché tengo al mio sedere, lo faccio per cercare soluzioni, lo faccio perché a scrivere canzoni probabilmente non ci riesco più". Invece no, ci riesce e ci riesce anche bene.

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