Terzapagina. Le attese di una vita nuova dentro i pensieri di un’altra Pasqua

Un'altra festa da celebrare: questo dice il calendario rimandando ad un giorno che parla di speranza: eppure nel chiaroscuro delle strade, si consumano i disagi quotidiani della gente comune, stanca della dura legge della crisi

@TM News/Infophoto

LECCE - C’è una luce sporca vista da quaggiù nel silenzio di una città fantasma, che attraversa un’altra notte piena di pensieri. La gente è assiepata nei locali del centro a consumare le ore tra un po’ di musica e un sorso di vino. C’è chi preferisce starsene rintanato in casa, sorpreso da questa stagione incerta, dove la primavera ha sedotto e abbandonato repentinamente gli umori, in attesa che torni presto e lo faccia con maggiore decisione. Poi ci sono loro, quelli che si ammassano in chiesa, perché dalla ritualità della lunga veglia liturgica, dalla suggestione delle luci e dal canto dell’Exultet non si può prescindere.

È arrivata un’altra Pasqua da festeggiare. Questo dice il calendario. È il rimando ad una vita nuova, che risorge e sconfigge la morte. Un segnale di speranza, almeno nelle intenzioni. Eppure, nel chiaroscuro di queste strade, i volti delle persone comuni portano impressi i segni muti della Via Crucis quotidiana, fatta di fatica e speranze alle corde.

Troppo facile forse citare la crisi e l’austerity, parole di cui ormai si abusa con costante puntualità, anche se i dati resi pubblici da Codacons vanno in quella direzione e raccontano di famiglie con sempre meno voglia di festeggiare. Ammesso che possano farlo.

Sui muri, intanto, già compaiono i manifesti elettorali, con in primo piano le facce di chi è pronto ad assicurare benessere e ripresa, dopo essere stato per anni fautore delle medesime promesse disattese. Corresponsabile del disastro.

“Tie ancora ce cridi?”. L’anziano che mi passa di fianco è eloquente nella sua domanda, pescandomi fermo a leggere slogan e motti della campagna elettorale alle porte. Euro, non euro, parlamenti europei e consigli comunali che variano. Sorrido e scuoto la testa, mentre lui va via, facendo spallucce. In ogni modo la si pensi, se alla politica si dà ancora credibilità o meno, quei faccioni e i loghi dei partiti non fanno una bella impressione.

Sulla strada della stazione, scorgo un uomo dalla barba folta. Si prepara all’ennesima notte di freddo ed emarginazione. La Pasqua per lui è una serena routine di angoscia interiore. Ha il fiato appesantito dall’alcol e dalla rassegnazione, le mani consumate e scavate. Non ha un’età definita, ma lo sguardo profondo di chi sa cosa sia la solitudine.

Come lui, tanti altri invisibili raccolgono la propria vita, portandola a spasso per le vie di questa città, nell’indifferenza di chi li attornia.

Ecco. L’Exultet servirebbe fuori dalle chiese, su questi posti dimenticati da tutti o semplicemente nascosti agli occhi di chi non vuol vedere. Quel grido servirebbe a rigenerare le fabbriche che chiudono e a riscaldare il cuore di chi sente il bisogno di partire in un luogo indefinito, per trovare un lavoro e ridisegnare il futuro.

Servirebbe sulle strade di questa terra, prezioso contenitore di memorie, ma così spesso messa sotto scacco da interessi economici, che ne vogliono mutare l’aspetto. Servirebbe a scalfire i tanti disagi segreti che attraversano l’esistenza e che non si possono attestare dinanzi all’inconcludenza della fredda ammissione: “Questo è quello che offre il territorio”.

Servirebbe a spegnere il retrogusto amaro di certa retorica che non sa rinunciare agli auguri ad ogni costo, ai sorrisi di circostanza e alla mediocrità invadente. Servirebbe un’altra Pasqua. Dove la luce sia per tutti e non sia sporca, come questa che cade dai lampioni di periferia. E dove la resurrezione non resti solo un’utopia a cui aggrapparsi nelle sacche della noncuranza.

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