Salvatore Della Villa in "Il grigio" di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

OASI TEATRO TABOR
I rassegna teatrale anno 2018
Oasi Tabor - Santa Caterina, Nardò
dal 23 giugno al 18 agosto

Salvatore Della Villa
in
IL GRIGIO
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

18 agosto 2018 Anfiteatro di Oasi Tabor
Porta ore 20.30 - Sipario ore 21.00

Musiche Originali Gianluigi Antonaci
Sonorizzazione Rocco Angilè
Video Andrea Federico
Tecnici di regia Dante Lombardo Giovanni Capone
Organizzazione Sara Perrone
Foto di Scena Donato De Fabrizio
Progetto grafico e.design

Salvatore Della Villa riporta in scena "Il Grigio" uno degli spettacoli più applauditi di Giorgio Gaber, oltre che un testo straordinario, parte ormai della storia del nostro teatro.
Un uomo decide di vivere in una nuova casa alla periferia di una città con la voglia di allontanarsi da tutto, riflettere, ritrovarsi, rimettere un po’ a posto le cose della sua vita, lavorare. Ha la necessità e la volontà di lasciarsi alle spalle quella sua quotidianità di una vita banale intrisa di ipocrisia, volgarità, un matrimonio non riuscito, un’amante delusa, l’estraneità del figlio, e l’illusione che “ L’Amore è una parola strana. Vola troppo. Andrebbe sostituita.”
Nella ricerca di una sua ipotetica e rigeneratrice pace dovrà affrontare l’astuzia e la malvagità di un ospite inaspettato e indesiderato “ Il Grigio” che lo metterà alla prova nel profondo della sua esistenza tra trappole e inganni in un duello comico e paradossale che metterà in luce la solitudine e i sentimenti dell’uomo.
Ci sarà un motivo, anzi più d’uno, se “Il Grigio” di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, andato in scena tra il 1988 e il 1990, ancora oggi a distanza di oltre 25 anni viene rappresentato.
Un solo uomo in scena. Un uomo solo.
Si guarda la sua bella casa nuova: tutta bianca, con del verde all’esterno. Un’oasi per lui, l'ideale per lavorare e riflettere. Come ci sia arrivato lì, solo, per restare solo, per riflettere da solo (possibilmente!); che cosa porti in quella casa lui, da solo; quali arredi collochi, una volta approdato nella sua felice solitudine; quale sparuta mobilia debba sistemare (ne ha?)… Beh, tutto questo si snocciola sulla scena tra umorismo, dramma e ironia.
La sua vera casa, però, la casa interna, quella intima, non è viva né nuova. E’ impolverata e asfissiante, nulla a che fare con l’oasi!
Eppure lui, che in passato non era solo, variamente ha cercato di dare struttura alla propria dimensione interna: un matrimonio, un lavoro creativo, un figlio, e poi Gabriella… Vanamente ha cercato di dare stabilità e senso alla sua casa interna/esterna, ma il matrimonio è finito, il figlio è a lui estraneo, perfino Gabriella, l’amante, è delusa.
Non sfuggirà al pubblico che ‘lui’ in scena non ha un nome, insomma, è un “Innominato” della postmoderna società urbanizzata, che probabilmente non ha nome dal momento che qualsiasi nome di uno di noi lo denominerebbe.
E non sfuggirà neppure che lui non è affatto homo oeconomicus, piuttosto è homo agens, e nella vita si è sempre dato da fare per rimuovere le insoddisfazioni al meglio delle sue possibilità. Perfetto homo agens del suo tempo, agisce e subisce al contempo l’inesorabile frammentazione dei suoi giorni, dei nostri giorni; frammentazione che con l’ingresso nella nuova casa spera di risolvere, ricominciando un’altra vita e lasciandosi finalmente dietro i fallimenti e le macerie del passato.
Ma a sua insaputa l’oasi felice, tinteggiata di nuovo, è subdolamente abitata. Neanche qui c’è pace, perché tutto quello che aveva buttato fuori dalla porta gli entra fatalmente dalla finestra e lui non lo sopporta.
Un disturbatore è nell’oasi, è sleale e ingannatore, lo inquieta, gli toglie il sonno, lo assale. E’ subito scontro, e ad armi pari. Lui, homo perfettamente agens dei suoi tempi, agisce e subisce, più e più, la frammentazione, fino al punto di agire e di subire la propria dissoluzione. Il disturbatore, il Grigio, insinua il dubbio, provoca la lotta, rosicchia l’anima, rosicchia perfino le carte della sua migliore creatività. Ma tiene desta la mente.
Il Grigio di Salvatore Della Villa è un tam tam smagliante di umorismo, dramma e ironia. Della Villa in scena è ‘il duello’. Si offre al pubblico come duello incubato, poi tentato, infine combattuto caparbiamente con ogni mezzo. Simultaneamente disponibile e ostile al Grigio, per tutto lo spettacolo l’attore dentro di sé lavora per accoglierlo, per introiettarlo: deve prenderne le misure per poi calibrare il peso e l’azione del contrasto. Ed è un contrasto tutto chiuso nel corpo dell’attore, percettibile più con l’ascolto che con la vista, un contrasto di cui Della Villa è cassa di risonanza, attraverso una vocalità caleidoscopica, brillante, ‘tattica’. Sfidato da un Grigio “testimone, giudice, curioso, spione, sempre di là da qualche parte ad ascoltare”, l’attore indulge nella contesa e ne fa rappresentazione, esternando e talvolta anticipando ‘fisicamente’ premeditate strategie interne di lotta.
Tale duplice registro della recitazione non sfugge al pubblico attento, che può seguire lo spettacolo su un doppio binario: quello della testualità secca, che tra colpi di scena e trovate esilaranti racconta l’eliminazione dello scomodo disturbatore; quello dell’introiezione della “bestia con gli ultrasuoni” nel corpo dell’attore, che scatena contese di eccezionale portata toracica, generando poliedricità e profondità di cadenze, di accenti, di gesti.
È così che Salvatore Della Villa piega sulla scena quel destino degli uomini tanto osteggiato nel monologo di Gaber-Luporini, “quello di essere delle scorze di uomini, degli involucri... mai persone”.

Il passaggio da ‘involucro’ a ‘persona’ nello spettacolo è agìto nel duello tra l’imperterrito disturbatore e l’altrettanto audace attore, duello che le architetture sonore di Gianluigi Intonaci segnano tra trepidazione e sospensione.
L’epilogo è “una sensazione simile alla tenerezza”, che timbra di magia uno spettacolo artisticamente riuscito. Il sipario rimane aperto sulla naturalezza viva, fresca dell’attore, sul suo sorriso puro, bonariamente rivolto alla “comprensione diretta, senza impegno” della precaria esistenza umana.

Mimma Muci

PERSONAGGI
Il protagonista: un uomo quasi normale, presumibilmente tra i quaranta e i cinquanta anni di età.
Il Grigio: l'ospite.
Gabriella: ventottenne audace e istintiva. Sposata da sette anni, non ha mai abbandonato completamente il marito, anche se ha un rapporto con il protagonista.
Il Colonnello Mazzolini: un vicino di casa stile 'uomo tutto di un pezzo'.
Il figlio: ragazzo di diciotto anni, timido e introverso che cerca di proteggere le stravaganze del padre.
Renzo Maria De Ambris: impresario teatrale imponente per aspetto e temperamento.
La moglie: bella signora di trentasette anni ormai da tempo separata dal protagonista che, con l'aiuto del parrucchiere, tenta di rifarsi una vita.
Tobia: gatto del figlio. Bestia enorme ed apparentemente feroce.
Una bambina di tre mesi: figlia 'certamente' di Gabriella.
Dio.

GLI AUTORI
Giorgio Gaber, per l’anagrafe Gaberscik, nasce a Milano il 25 gennaio 1939. Nato da una famiglia della piccola borghesia, all’età di 15 anni si esercita con la chitarra per curare il braccio sinistro colpito da una paralisi. Dopo aver conseguito il diploma si iscrive alla facoltà di economia e commercio della Bocconi e si paga gli studi suonando al Santa Tecla, dove inizia la sua carriera artistica. Negli anni ’50, notato da Mogol, realizza per la casa discografica “Ricordi” i primi dischi di rock and roll. Al 1961 risale la sua prima esperienza teatrale con Maria Monti, con la quale porta in scena lo spettacolo “Il Giorgio e la Maria” al teatro Gerolamo di Milano. Nel 1963 con “Canzoniere Minimo” inizia la sua vera e propria attività televisiva come conduttore. Il lungo sodalizio artistico di Giorgio Gaber, grande cantautore e drammaturgo del nostro tempo, e Sandro Luporini, importante pittore del realismo metafisico, comincia negli anni sessanta e si evolve attraverso il Teatro Canzone, la prosa d’evocazione, fino agli ultimi album di canzoni intrise di impegno sociale.
Gaber racconta: «Noi ci conosciamo dal '59, io avevo appena cominciato questo mestiere e Luporini abitava a Milano,eravamo vicini di casa. Io allora facevo assolutamente il cantante, lui faceva assolutamente il pittore e cominciammo a scrivere delle cose insieme per divertimento in quanto il mercato della musica leggera non consentiva alcuni tipi di canzoni un po' particolari... quindi lo facevamo per il piacere di farlo, per la voglia di stare insieme e poi perchè spesso le amicizie si consolidano facendo insieme delle cose, altrimenti rimangono un po' impotenti. Questa vicinanza, questo affetto che è durato diversi anni, ha trovato poi nello spazio teatrale una dimensione più congeniale a quel tipo di cose e dal '70-'71, dal "Signor G" in avanti, quindi da tanto tempo, gli spettacoli sono stati firmati tutti Gaber-Luporini».
Negli anni ‘70 Gaber affronta una scelta molto importante in quanto chiude ogni rapporto con il mezzo televisivo proprio nel culmine della popolarità, per dedicarsi esclusivamente al teatro.
In questi anni calca il palcoscenico da attore preparando e incidendo il recital “Signor Gaber”.
I suoi lavori più significativi sono: ”Far finta di essere sani” (1972), “Libertà obbligatoria” (1976), “Polli d’allevamento” (1978), “Il Grigio” (1988), “Pensare che c’era il pensiero” (1995) e “Un’idiozia conquistata a fatica” (1998). Nel 2001 ritorna sul mercato discografico con l’album “La mia generazione ha perso” attraverso il quale affronta senza ipocrisie un’analisi lucida e spietata di quella realtà che ha visto protagonista la sua generazione.
Il 1 gennaio 2003, all’età di 63 anni, muore a seguito di una lunga malattia.

IL TESTO
Scritto nel 1988, Il Grigio rappresenta una delle opere più significative del teatro italiano contemporaneo.
Con un testo attualissimo per linguaggio, contenuti e ritmi narrativi, Gaber porta sulla scena i sentimenti, le paure, le debolezze dell’animo umano, analizzate senza pudore, nè ipocrisie.
Vertigine di fronte ad un amore “impegnativo”, del resto “l’amore è una parola strana. Vola troppo. Andrebbe sostituita”. Voglia di fuggire vigliaccamente di fronte alla responsabilità di diventare padre. Maldestri tentativi di dialogo con un figlio adolescente e con un Dio distratto. Questo rutilante monologo si dipana lungo una trama di avventure esilaranti, grottesche, surreali, in cui il rovello interiore del protagonista svela la voce della sua coscienza, quel “qualcosa che non faccia addormentare i tuoi dubbi” e che lo accompagna nel suo processo di maturazione. Cambiare casa per cambiare vita. Come se lasciarsi dietro le cose, le persone, le parole, le opere, le omissioni del passato bastasse per sfuggire alla volgarità del mondo, all’abisso delle proprie megalomanie e mediocrità. Andare a vivere da solo per costruirsi un vivere nuovo, come
se solo questo bastasse a capire il senso del proprio vivere. E poi la lotta, forsennata, crudele, ingenuamente astuta contro Il Grigio in una solitudine esistenziale che è al tempo stesso condizione dolorosa e occasione di riscatto, maschera protettiva e lente d’ingrandimento, spazio di dialogo interiore e terra di scoperta dell’altro da sè. Un indizio, una traccia per svelare il mistero de Il Grigio. Ma, attenzione!
Il percorso rischia di diventare pericoloso se gli spettatori riescono a scoprire indizi e tracce che conducono ciascuno a svelare il mistero che porta in se stesso. Non è difficile, ma è rischioso...

L’INTERPRETE
Gaber lo aveva definito “il più musicale” dei suoi spettacoli, sebbene non vi avesse inserito nessuna delle sue canzoni. La musicalità dello spettacolo, infatti, sussiste nella misura in cui la crea il suo interprete.
SALVATORE DELLA VILLA si produce in un’autentica prova d’attore, riuscendo a passare dal comico al drammatico con una rapidità e maestria da incantare e coinvolgere il pubblico dall’inizio a ben oltre la fine.
Con la straordinaria tecnica vocale dell’interprete la parola si muove attraverso una partitura di colori, timbri, altezze, intonazioni, in molteplici sonorità, senza alterare la linearità del racconto.
Lo spettacolo si sviluppa in situazioni vertiginose che portano l’attore a vivere una sfera emotiva che si alterna in un nevrotico susseguirsi di umori. Il tutto, con il gesto e l’azione scenica, assume un ritmo cinematografico, una verve da videoclip, sull’onda di vorticosi flashback e di rapidi spostamenti del focus narrativo.
La regia e l’interpretazione di questo spettacolo rappresentano per Salvatore Della Villa un significativo incontro con il Grande Teatro.

Costo biglietto: €10 (posto unico non numerato)

OASI TABOR - Strada Santa Caterina 17 - Santa Caterina, Nardò (Località Cenate)
Info e prenotazioni:
Oasi Tabor 0833.574686, 328.8360179
Compagnia Salvatore Della Villa 327.9860420
FB Oasi Tabor e Compagnia Salvatore Della Villa

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