Sussidio dell'Amp ai pescatori per le tartarughe salvate, c'è chi dice "no"

Una rete di esperti scrive al ministero. In molti ritengono inadeguata la misura: "Rischia di portare a casi di catture mirate"

ROMA – Fondazioni, centri studi e di recupero, veterinari, docenti, biologi marini. In molti, in questi giorni, hanno letteralmente storto la bocca davanti alla notizia dell’istituzione di un fondo messo a disposizione dal consorzio di gestione dell’Area marina protetta di Porto Cesareo per assegnare 100 euro ai pescatori professionisti, per ogni tartaruga marina ritrovata in difficoltà e riconsegnata viva.

Diverse sono le perplessità, rispetto  a questa decisione. In primis, vige il timore che si possa ottenere l’effetto diametralmente opposto, cioè casi di catture mirate, per accaparrarsi il premio, con il rischio implicito di aumentare la mortalità delle tartarughe.

Insomma, il provvedimento è ritenuto inadeguato, persino pericoloso. “Una sconsiderata forma di ricompensa non giustificata sul piano tecnico e tantomeno su quello etico”, scrivono i firmatari di una lettera inviata nei giorni scorsi al ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, all’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e alla Sezione tutela e valorizzazione del paesaggio della Regione Puglia. “Questo sussidio – commentano - rischia di creare un precedente pericoloso e inopportuno, mettendo seriamente in difficoltà tutti i Centri recupero tartarughe marine nei loro rapporti con i pescatori che incorrono nella cattura accidentale di una tartaruga, rapporti coltivati con anni di fatica e sacrificio”. E si tratta di un provvedimento che, a loro dire, rischia anche di “vanificare anni di lavoro spesi nella formazione dei pescatori sulle buone prassi, sulla salvaguardia delle tartarughe marine e più in generale dell’ambiente marino”.

L’Italia è stato fra i primi Paesi ad avviare un rapporto di collaborazione con i pescatori proprio per mitigare l'impatto della pesca sulle tartarughe marine. Risale agli anni ’80 del secolo scorso il “Progetto tartarughe” fra Wwf e Università La Sapienza di Roma. E già a suo tempo, a quanto pare, si discusse sul fatto che forme di retribuzione avrebbero potuto produrre risultati contrari all’obiettivo di conservazione. Nonostante non sia specie commerciale, infatti, la possibilità di trarre profitto dalle tartarughe marine, “potrebbe indurre una cattura mirata basata su aree, tempi e utilizzo degli attrezzi da pesca”.

Chi si oppone a questo incentivo, ritiene che le azioni di tutela e conservazione siano possibili solo grazie all’adozione di politiche condivise tra tutti gli enti coinvolti. Al momento, non c’è stata però risposta, rispetto a una richiesta di ritiro della delibera, inoltrata direttamente al Consorzio. Ecco perché l’interessamento del ministero, al quale viene chiesto di promuovere azioni per fermare l’iniziativa.

Primi firmatari della richiesta sono Fondazione Cetacea, Shi Commissione tartarughe e testuggini, Alessandro Lucchetti (Cnr-Irbim, coordinatore di Tartalife), Antonio Di Bello (Dipartimento di medicina veterinaria dell’Università di Bari), Marianna Marangi (Dipartimento di Scienze agrarie, degli alimenti e dell’ambiente dell’Università di Foggia) e i Centri di recupero di tartarughe marine Legambiente di Manfredonia, Wwf di Molfetta, del Museo di storia naturale del Salento.

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E, ancora, hanno aderito: Maria Cristina Fossi (Gruppo Plastic Buster dell’Università di Siena), Paolo Casale (Marine Turtle Specialist Group dell’Università di Pisa), Sandra Hochscheid (Centro ricerche tartarughe marine – Stazione zoologica Anton Dohrn), Museo di storia naturale dell’Università di Pisa e i Centri recupero tartarughe marine di Talamone (Grosseto), di Brancaleone, dell’Area marina protetta di Caporizzuto, di Mare (Calabria), di Crama  (Asinara), del Wwf di Policoro, di Cattolica ed Eraclea, di Lampedusa, di Pioppi e Pollica (Salerno).

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