"Altro che invasione": i migranti nel Salento e le politiche di accoglienza

Istituzioni riunite in Provincia per analizzare il fenomeno dei flussi e le ricadute sull'economia: oltre 26 mila gli stranieri che lavorano in agricoltura, nell'edilizia e nel turismo

In foto: la riunione per il progetto Meet 2In

Lecce – Trovare una sinergia istituzionale, significativa, per affrontare il fenomeno delle migrazioni che ha riguardato, seppur con percentuali molto basse, anche il Salento.

È questo l'obiettivo dei tre giorni di studio che, a partire da oggi, 7 ottobre, raduneranno operatori sociali, amministratori pubblici e policy maker nella sala consiliare di Palazzo dei Celestini. L'occasione è quella del progetto Meet 2In, Fondo asilo, migrazione e integrazione 2014-2020, del quale la Provincia di Lecce è partner e la Fondazione Casa della Carità di Lecce è capofila.

I lavori sono stati aperti dal vicepresidente dell'ente provinciale, Andrea Romano insieme all’arcivescovo di Lecce Michele Seccia, al vicario episcopale e presidente della Fondazione Casa della Carità Luigi Manca, all’assessore del Comune di Lecce, Silvia Miglietta ed al dirigente dell'area diritti civili, cittadinanza, immigrazione della Prefettura di Lecce, Claudio Sergi.

“Il Salento è stato da sempre terra di sbarchi e noi intendiamo coltivare i germogli dell'accoglienza, cercando le giuste sinergie istituzionali”, ha dichiarato Luigi Manca.

Erano presenti all’incontro anche i rappresentanti dei territori coinvolti a livello nazionale, in particolare le Caritas e gli enti locali di Lecce, Agrigento, Brescia, Firenze e Trieste.

L'obiettivo? Confrontarsi sulle buone prassi in materia di integrazione dei cittadini stranieri con regolare permesso di soggiorno, rafforzando sia la coesione sociale con le popolazioni locali, sia il senso di solidarietà e collaborazione reciproca.

La storia delle migrazioni in Puglia e nel Salento

Si parte dai dati che fotografano la situazione su scala regionale e provinciale per comprendere, anche dal punto di vista storico, l'andamento dei flussi migratori. La Puglia, in virtù della sua posizione strategica, ha accolto i primi migranti, provenienti da Marocco, Sri Lanka e Filippine, negli anni '80.

Dieci anni dopo è nettamente cambiata l'area di provenienza e nei porti di Brindisi prima, e Bari poi, sono sbarcate oltre 40 mila persone provenienti dall'Albania.

La risposta dei cittadini è stata spontanea ed esemplare: in molti hanno accolto i migranti nelle proprie abitazioni; altri si sono precipitati a portare vestiti e generi alimentari. Lo Stato è intervenuto in occasione del secondo, consistente sbarco, radunando gli albanesi nello stadio di Bari, con l'obiettivo però di procedere ai rimpatri.

Nel '92, in seguito alla crisi del Corno d'Africa, sono sbarcati Eritrei e Somali e solo nel '98 il fenomeno ha cominciato a stabilizzarsi: i migranti hanno cominciato a fermarsi in Puglia anziché utilizzare l'approdo per dirigersi verso le regioni del Nord Italia o nel resto d'Europa.

Nel '99, in conseguenza della guerra del Kosovo, la Puglia ha ospitato 150 mila profughi; nel 2002 sono arrivate le donne dei Paesi dell'Est prontamente impiegate nei lavori di assistenza e cura alla persona.

Gli sbarchi sono proseguiti fino ad oggi, comprendendo anche le regioni del Nord Africa mentre i primi arrivati, ormai cittadini a tutti gli effetti, hanno cominciato a lavorare stabilmente, ad acquistare casa e ad iscrivere i figli nelle nostre scuole.

La situazione attuale

Questa la fotografia del presente, elaborata sulla base dei dati Istat relativi al 2018: nella provincia di Lecce vivono oltre 26 mila stranieri, pari al 19 percento su scala regionale, mentre il capoluogo ospita appena l'8,3 percento di loro.

“Dovremmo ricordarci sempre questi numeri per rispondere compiutamente agli attacchi di chi continua a parlare di un'invasione”, ha commentato l'assessore Miglietta.

Ritornando alla popolazione leccese, nella maggior parte dei casi i cittadini stranieri provengono da Albania, Marocco, Senegal, Bulgaria. Le donne sono in prevalenza rumene, filippine, bulgare e brasiliane; gli uomini, invece, senegalesi, nigeriani e pachistani.

Prevalgono i giovani adulti di un'età compresa tra i 18 e i 65 anni, mentre gli over 65 sono appena il 4 percento.

Questi i settori produttivi in cui sono impiegati: l'agricoltura è al 1° posto, e gli stranieri, specialmente africani, sono impiegati come manodopera. Segue il settore edile che impiega albanesi, rumeni e bulgari; il settore domestico in cui prevalgono le donne dei Paesi dell'Est; il comparto turistico in cui sono presenti molti indiani. A Lecce sono numerosi e cuochi e i pizzaioli stranieri.

Nel Salento si contano, inoltre, 7 mila imprese gestite da stranieri di cui il 62 percento non comunitari. Il settore del commercio conta 4mila aziende; 141 sono quelle del settore della ristorazione; 104 quelle edili e 40 quelle agricole. I titolari sono per lo più senegalesi e marocchini.

In alcuni piccoli comuni poi, come Spongano, San Cesario di Lecce e Porto Cesareo, il 15 percento delle imprese è gestito da stranieri: sintomo di come spesso, nelle realtà più piccole, il senso dell'accoglienza risulti amplificato.

Gli interventi delle istituzioni locali

La Regione Puglia ha messo in atto una serie di misure per favorire l'integrazione dei migranti, a partire dall'apertura di sportelli socio-culturali e sanitari e dalle azioni mirate alle formazione professionale ed alla riduzione della dispersione scolastica. L'accesso ai servizi è stato agevolato dal coordinamento regionale per le politiche dell'emigrazione.

L'agricoltura è poi il comparto economico che richiede maggiore attenzione, in virtù dell'inestirpabile piaga del caporalato che riduce in condizione di sfruttamento i migranti, annullandone i diritti primari.

Nel 2016 a Roma è stato firmato, anche dal governo barese, il primo Protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento. La Puglia ha attivato i tavoli tematici per favorire l'incontro tra le istituzioni, i datori di lavoro e i sindacati: l'obiettivo era quello di eliminare i ghetti che si erano formati in alcune aree del foggiano.

Grazie ai 6 milioni di euro di soldi pubblici, poi, la Regione ha realizzato tre foresterie per l'accoglienza dei braccianti: una di queste è a Nardò e garantisce un alloggio dignitoso, una mensa e un servizio di navetta per il trasporto nei campi.

Il villaggio di Boncuri potrebbe contenere fino a 300 persone ma, nella scorsa stagione, ne ha ospitate circa la metà: segno che il problema è tutt'altro che risolto e che la logica del lavoro legale non si è ancora pienamente affermata.

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