Sogno o son "destro"? Un’armata Brancaleone per scongelare la sinistra

A pochi mesi dalle elezioni non c'è un programma e nemmeno un candidato. Con un Pd dilaniato e altri gruppi autoreferenziali, M5S e destra brindano già

Foto di Filippo Montinari.

LECCE –  Ora all’appello manca solo il centrosinistra, o sinistra, o come volete voi. Il M5S ha individuato in Fabio Valente il suo candidato dopo una competizione interna non priva di dissidi; Alessandro Delli Noci ha scelto di dismettere i panni dell’assessore per intraprendere un percorso autonomo ma aperto a convergenze "nuove"; il centrodestra, superando forti frizioni, ha trovato la quadra sul giornalista Mauro Giliberti e si prepara e dispiegare le sue truppe.

L’attuale latitanza del fronte chiamiamolo con un eufemismo “progressista”, ha del clamoroso e allo stesso tempo del patologico. Clamoroso perché, visto da fuori, è impensabile che una coalizione che comprende il Pd che è l’azionista di riferimento del governo nazionale non abbia la capacità organizzativa e strategica per indicare una direzione verso l’alternativa ad una maggioranza che gestisce la città da circa venti anni, più o meno con gli stessi protagonisti. Patologico perché dipende in gran parte dall’involuzione tribale di un partito immobilizzato da lotte intestine senza esclusioni di colpi che hanno distolto i suoi principali esponenti, salvo rarissime eccezioni, da qualsiasi contatto con la città reale, le sue esigenze, le sue ambizioni.

La situazione leccese presenta addirittura delle degenerazioni rispetto a quella nazionale, dove pure il conflitto tra Renzi e la minoranza è incessante, e pare, oggi, senza vie d’uscita credibili. Dai movimenti alla sinistra del Pd, peraltro, non vengono segnali incoraggianti, anche questi preda di logiche autoreferenziali che l’esiguità dei numeri rende davvero incomprensibili: che se ne farà la città che non vota a destra di candidature dichiaratamente di bandiera, è un mistero che trova qualche spiegazione solo nel narcisismo.

E’ il Pd che porta sulle spalle, ma forse nemmeno lo sente, il peso di questa dolorosa e frustrante frammentazione. Nel corso degli anni ha avuto delle occasioni per aprire una nuova fase della vita politica cittadina, ma è mancato di coraggio e di generosità: l’ultima è stata nel 2012, quando con Loredana Capone preferì vincere a tutti i costi, e per mere logiche interne, le primarie contro Carlo Salvemini, che per una serie di ragioni politiche e personali sarebbe stato molto più attrattivo ed efficace in funzione anti Perrone, per poi finire asfaltato alle amministrative.

Acqua passata oramai, ma i danni restano tutti anche perché dopo il partito si è sostanzialmente incartato in una guerra per la segreteria provinciale che ha paralizzato ogni altra iniziativa. E non può bastare un gruppo consiliare a tenere alta la bandiera e a riportarla nei quartieri dove il consenso per la destra è da tempo su percentuali bulgare.

Questo, in sintesi, è il quadro. Come se ne esce è invece il problema, anzi l’incubo per chi non si rassegna a vedere in Lecce una roccaforte del conservatorismo. C’è un bivio all’orizzonte: da una parte una strada che porta a una autoconsolatoria e riparatoria candidatura di ceto, che sia propriamente politico o delle professioni (la cosiddetta società civile); dall’altra una scelta di rottura, probabilmente folle: quella di rinunciare al primato dei partiti, già di fatto archiviato, e di lasciare il campo libero a un movimento generazionale non compromesso dalle dinamiche laceranti e autolesionistiche dei soggetti politici attivi e indipendente rispetto al paludoso tessuto cittadino, che tutto risucchia, conformando alla propria forma mentis indolente e consociativa anche buona parte dei luoghi e dei gruppi sociali cui spetterebbe il compito di costruire un’alternativa concreta .

Un gruppo di “volontari”, incardinato su volti presentabili e competenze riconosciute, che sovverta tutte le regole finora seguite: quelle dei tavoli, dei permessi, dei veti incrociati; che si formi attraverso incontri pubblici e che si presenti alla città, senza sponsor, con una squadra già definita e con un programma che dia il senso di una prospettiva a medio termine, di una speranza da coltivare

Un’armata Brancaleone, colorata e sgangherata, che esprima il dinamismo e la disinteressata intraprendenza di chi si è fatto largo da solo, che ragioni con la propria testa e non in funzione di una briciola di tornaconto, che riporti al centro del discorso le persone comuni che a migliaia di sono allontanate non perché non abbiano una visione politica ma perché la politica manca di visione. Anche e soprattutto a Lecce.

Mentre quindi il centrosinistra ufficiale sembra oramai "condannato" a trovare un candidato, quel che sia, la sinistra sociale e civile, se ancora esiste in questa città, deve smettere di delegare l’iniziativa e giocare d’azzardo, andare allo sbaraglio per sparigliare il campo. Non c’è nulla da perdere, in fondo. Se qualcuno è interessato che si faccia avanti: sarebbe il più lodevole gesto di premura verso la città intesa come bene pubblico, perché una competizione elettorale senza una sinistra degna di tal nome è un insulto alla democrazia.

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