Terzapagina. L’omicidio Matteotti: un colpo dritto al cuore della democrazia

Il 10 giugno del 1924 la morte del giovane deputato socialista per mano della polizia segreta fascista, che lo rapì nei pressi della sua casa. Nel contributo dello storico dell'età contemporanea, Michele Finelli, alcuni aspetti poco conosciuti della vicenda

L'epigrafe scoperta lo scorso martedì, presso il palazzo di città.

LECCE - Lo scorso 10 giugno si è celebrato il novantesimo anniversario dell’omicidio di Giacomo Matteotti, ucciso da sicari della Ceka, la polizia segreta fascista, in una giornata calda e assolata, proprio come quelle di questi giorni. In Italia le celebrazioni sono sempre accompagnate da una buona dose di retorica perché in fondo ci ricordano quello che vorremmo e potremmo essere e ci concedono una sorta di autoassolvimento collettivo rispetto ai mali che affliggono il paese, dei quali ovviamente è sempre responsabile l’altro e non la collettività nel suo insieme.

L’omicidio di Matteotti sfugge a questa retorica, perché ci mette di fronte ad una dura verità. Innanzitutto la solitudine della sua morte. Una solitudine fisica, in primo luogo, poiché fu prelevato da una macchina sul Lungotevere  Arnaldo da Brescia mentre da solo si stava incamminando verso Montecitorio. All’epoca nessun partito, tranne il fascista, che forse ne avrebbe avuto meno bisogno considerata l’impunità con la quale riservava violenza agli altri, ricorreva alla scorta, neppure quella gestita dai militanti.

Eppure Matteotti il 30 maggio aveva tenuto un discorso in Parlamento nel quale aveva denunciato i brogli e le intimidazioni con le quali i fascisti avevano condizionato l’esito delle elezioni dell’aprile 1924, ma soprattutto ne avrebbe tenuto uno il giorno dopo – come ha ricordato Mauro Canali in numerosi studi – nel quale avrebbe rivelato le connivenze affaristiche intercorse tra il fratello di Mussolini e la Sinclair Oil, spregiudicata compagnia americana alla quale il governo di Mussolini aveva  concesso, per pochi soldi, di eseguire ricerche petrolifere nella penisola ed in Tripolitania, svendendo le concessioni petrolifere italiane che ne sarebbero derivate.

A quella fisica si accompagnava la solitudine morale. Con il discorso del 30 maggio Matteotti aveva di fatto parlato a nome di tutte le opposizioni, ma non erano queste, in quella fase, a dover prendere le distanze dal comportamento dei fascisti. Il Re ed il vecchio establishment liberale, alleato con Mussolini alle elezioni, tra il 30 maggio ed il 10 giugno tacquero. E, di fatto, lo fecero anche dopo.

L’altro aspetto è legato alla “sobrietà” dei toni usati da Matteotti in Parlamento il 30 maggio. Matteotti dimostrò come si poteva sferrare un durissimo attacco politico senza  scadere nelle offese personali e mantenendo la calma; probabilmente fu questo atteggiamento ad irritare ulteriormente Mussolini che, nonostante lo sbandamento successivo all’attentato, era il mandante materiale dell’omicidio, ben prima che se ne assumesse le responsabilità politiche in Parlamento il 3 gennaio del 1925 con un discorso ampiamente noto. Ecco allora che la sobrietà di Matteotti potrebbe risultare “fastidiosa” e fuori moda, rispetto alla vemenza del dibattito politico odierno, dove, grazie ai social network, è possibile rincorrersi nella gara all’insulto quasi in tempo reale, da uno scranno all’altro, da una piazza ad un teatro. 

Cosa resta oggi di tutto questo? Cosa rimane, oltre quegli studenti universitari che pensano che l’Aventino in cui si rifugiarono le opposizioni non era stato quello delle “loro coscienze” ma il luogo fisico?  Roberto Balzani, in alcune brevi considerazioni consegnate ai social network, invita ad andare a Fratta Polesine, dove Matteotti è sepolto, per «vedere ancora intatta questa terra elegante di carbonari, classicismo, libertà, dignità». Io aggiungerei anche il silenzio, nel suo significato più alto, quello della meditazione e della riflessione individuale, nel quale custodiamo il ricordo di quel 10 giugno 1924, ormai ovattato e acetato come la vecchia pellicola in bianco e nero sulla quale fu ricostruito l’attentato nel secondo dopoguerra per un documentario. 

A riempire di parole roboanti e tracotanti un altro 10 giugno, quello del 1940, ci pensò lo stesso Mussolini, trascinando l’Italia nella Seconda Guerra mondiale. Si sente dire, oggi, in tono assolutorio, che quella rappresentò la vera macchia di Mussolini, mentre le violenze  morali e fisiche  vadano “comprese” essedo  state compensate, tra le altre cose, dall’arrivo puntuale dei treni o dalla costruzione delle colonie. Il ricordo di Matteotti invece, indifeso di fronte a cinque sicari, ci invita a riflettere sul fatto che la memoria non offre via di fuga  La coscienza e le autoassoluzioni si, ed è per questo che l’omicidio Matteotti rappresenta ancora un colpo al cuore della democrazia.

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