Sel, fine di una storia. Vendola, le elite e la sinistra ancora possibile

L'Assemblea nazionale ha sancito il fallimento di un progetto che, in Puglia e non solo, aveva alimentato molte speranze. Alle porte un nuovo tentativo

LECCE – Fine di una storia. Con un solo voto contrario l’Assemblea nazionale di Sinistra Ecologia e Libertà ha approvato il documento che sancisce l'uscita di scena di un soggetto politico che ha alimentato molte speranze e causato altrettante delusioni ad una fetta non trascurabile dell’elettorato che si colloca stabilmente, ma confusamente, alla sinistra del Pd e che subisce ora, almeno parzialmente, anche la fascinazione del protagonismo del Movimento Cinque Stelle.

La conclusione della parabola di Sel, preparata almeno dalle ultime due direzioni nazionali (luglio e ottobre), è un passo preliminare alla nascita di un nuovo movimento che dal 19 al 21 febbraio, a Roma, proverà ad avviare la sua fase costituente: dentro ci saranno i fuoriusciti dal Pd, come Stefano Fassina, pezzi di organizzazioni studentesche, leader storici come Sergio Cofferati, mentre Pippo Civati è attendista, l’Altra Europa valuta il da farsi e Rifondazione non si scioglie e quindi osserva dall’esterno.

Insomma, le premesse sono incerte, sebbene sia maturata, finalmente, la consapevolezza che per un nuovo protagonismo - e soprattutto più in sintonia con le esigenze e le aspettative degli elettori - siano inderogabili il rinnovamento e un argine alla logica delle rendite di posizione: è a causa dell'inguaribile vizio del guardarsi l’ombelico (in attesa di passare dalla cassa a riscuotere) che Sel si è ridotta ben presto a essere un soggetto minoritario, pur continuando a credersi rappresentativo. Nonostante, numeri alla mano, avesse da tempo abdicato al suo obiettivo di creare un contenitore – e dei contenuti – che andassero oltre i limiti angusti di un vetero ideologismo e che superassero i veleni delle diaspore tipiche della sinistra italiana, Sel si è dilaniata in una lenta agonia.

“Oggi condividiamo una grande ambizione, quella di farci lievito di una grande mobilitazione di donne e di uomini per affermare una prospettiva di cambiamento” è scritto nella chiosa del documento-testamento di Sel, ma non è forse la riproposizione dello stesso identico afflato che portò alla nascita del partito sotto la guida di Nichi Vendola?

La presa d’atto del proprio doloroso fallimento – ché di questo si tratta – è comunque una dimostrazone di onestà intellettuale che porta con sé il nocciolo di un giudizio politico anche sulla classe dirigente di Sel che si è fatta scudo dell’autorevolezza di una figura per costruirsi alla sua ombra piccoli spazi di autoreferenzialità. Questo ha sottratto forze, risorse ed idee utili per radicare il movimento sul territorio e nelle periferie sociali ed economiche del Paese, preferendo invece stucchevoli dibattiti accademici e interlocuzioni con pezzi di borghesia agiata abbondantemente rinchiusa nel perimetro delle proprie certezze.

Attribuire quindi esclusivamente a Vendola il peso di questa storia corrisponde a una forzatura politica e forse anche a una bugia. Il limite non valicato dai vertici di Sel è che hanno lasciato, spesso consapevolmente, che la propria storia coincidesse e si sovrapponesse con quella di un leader e con i suoi errori di valutazione. Ma il “cerchio magico” non è stato nemmeno in grado di articolare in un programma politico nazionale chiaro i meriti e le intuizioni che pur ci sono stati. L’ambivalenza del rapporto con il Pd e con il governo Renzi e la scelta di muoversi a macchia di leopardo nella costruzione di coalizioni per le elezioni amministrative non hanno pagato perché Sel non ha trasmesso di sé una posizione distinguibile: forza radicale di minoranza, alternativa costruttiva a sinistra, costola subalterna del Pd? Un po’ tutto, un po’ niente.

Ciò nonostante la vicenda di Sel è anche l’ennesimo capitolo di quella grande antologia della generosità che anima le persone comuni, i militanti con e senza tessera e soprattutto senza tornaconto, nel perenne sforzo di formare un soggetto progressista, plurale, aperto, inserito nel tempo e nello spazio dei rapporti di forza esistenti.

Non si riparte da zero: assumere stabilmente le istanze ambientaliste nella propria agenda politica è stato senza dubbio un tentativo in questa direzione. Recepire le posizioni europeiste più avanzate e mettersi in rete stabilmente con analoghi movimenti del Vecchio Continente ha rappresentato, alla pari, un passo decisivo per inquadrare in una dimensione sovranazionale dinamiche che non posso essere regolate nel proprio orticello.

Adesso i promotori di questo processo costituente hanno davanti a sé due orizzonti, uno di breve periodo, un altro più a lungo termine. Le elezioni amministrative e il referendum costituzionale sono certamente un assist per riconquistare agibilità politica: alla sinistra del Pd esiste ancora uno spazio praticabile nel quale risiede un potenziale di consenso capace di rendere il soggetto che riuscirà a interpretarlo determinante per i prossimi equilibri del centro sinistra. Pensare però che siano i prossimi appuntamenti a sancire il successo o il fallimento della sinistra che (forse) verrà da febbraio in poi è fuorviante e anche illusorio.

Il ridimensionamento del precariato, la riorganizzazione del welfare, la difesa dei beni pubblici, lo sviluppo intelligente dei trasporti e le economie sostenibili, come quelle del turismo e della cultura, rappresentano questioni fondamentali per il progresso del Paese e per la redistribuzione della ricchezza: per declinarli in maniera adeguata è però necessaria una visione rinnovata e anche coraggiosa rispetto a certe rigidità del passato. Non sarà solo alzando barricate che si diventerà protagonisti attivi del dibattito. Per questo è auspicabile che a guidare questa delicata, ennesima fase di transizione, ci sia un gruppo di persone, non più che quarantenni, capaci di leggere lo spirito dei tempi.

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Il problema della sinistra è anche, purtroppo, una questione generazionale: alla retorica della rottamazione di Renzi si è opposto un sostanziale immobilismo nella gestione dei circoli, degli incarichi e di tutto il resto. Il fatto che esistano anche dei “giovani già vecchi” – capaci cioè solo di attendere il proprio turno all’ombra dei 'feudatari' – non preclude di coltivare la speranza che il nuovo soggetto nasca sulla base di quelle linfa e di quell’intelligenza che fino ad oggi non hanno avuto lo spazio per esprimersi. Non sono pochi, quindi, coloro che dovrebbero farsi da parte.

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