Premio di maggioranza a Salvemini? Le 370 schede che fanno la differenza

Dalla verifica dei registri delle sezioni possibile revisione di alcuni dati. Anatra zoppa: ad Avezzano caso identico

La scheda del ballottaggio.

LECCE – Mentre si attende con trepidazione la conclusione dei lavori dell’Ufficio elettorale centrale, presieduto dal magistrato Alcide Maritati, da altre parti d’Italia giungono verdetti che lasciano ben sperare il sindaco Carlo Salvemini, sul quale pende lo spettro della cosiddetta “anatra zoppa”: in questo modo viene definito lo scenario, previsto dalla legge elettorale in base all'esito del primo turno, in cui il primo cittadino si ritrova un consiglio comunale con una maggioranza a lui ostile.

Ci sono però due questioni da considerare che, nel caso di Lecce, prescindono dall’interpretazione della norma e che riguardano invece il lavoro sui registri di tutte le sezioni elettorali che la commissione presieduta da Maritati sta compiendo: la prima sta nei 370 voti che fanno la differenza a favore del centrodestra per il superamento della soglia del 50 per cento al primo turno; la seconda sta nelle schede nulle, 1325 pari al 2,44 per cento del totale. Al termine della verifica dei verbali, che gli uffici elettorali compiono sempre prima della proclamazione ufficiale, non è escluso, infatti, che il montante complessivo dei voti possa essere rivisto anche al ribasso, allontanando così definitivamente ogni ipotesi di “anatra zoppa”.

Il verdetto di Avezzano

Ad Avezzano, in provincia dell’Aquila, il candidato risultato eletto al ballottaggio (di centrodestra) si è visto attribuire il premio di maggioranza nonostante al primo turno le liste collegate a quello perdente avessero superato il 50 per cento dei “voti validi” ai fini dell’attribuzione dei seggi in consiglio, cioè il totale dei voti espressi per gli aspiranti sindaci al primo turno (e non per le liste).

Il pronunciamento che arriva dal comune abruzzese riguarda una fattispecie del tutto identica a quella leccese e si inserisce in un filone interpretativo che a partire dalla sentenza del Consiglio di Stato del maggio scorso, riguardante il caso di San Benedetto del Tronto, pare definire un orientamento che privilegia la governabilità a beneficio del “sindaco democraticamente eletto” a scapito della lettera della legge elettorale.

A dirla tutta, la decisione su Avezzano sancisce un passo in avanti rispetto al caso della città marchigiana (ma anche della più vicina L’Aquila) dove le liste collegate al candidato sconfitto al ballottaggio avevano sfiorato ma non raggiunto la metà dei voti validi (quelli cioè espressi per i candidati sindaci e non solo per le liste) ai fini della suddivisione dei seggi. In ogni caso il ricorso alla giustizia amministrativa pare quasi inevitabile in casi come questi.

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