La famiglia di Vittorio Potì: “Discredito sull'azione di contrasto all'opera"

I congiunti dell'ex primo cittadino di Melendugno definiscono scellerata l'ipotesi di portare il gasdotto Tap nel territorio comunale. Blasi rilancia l'idea della riconversione di Cerano, Galati: "Attenzione alle zone d'ombra"

Vittorio Potì.

MELENDUGNO – Ancora pioggia di commenti dopo le dichiarazioni resea ieri da Giampaolo Russo, massimo rappresentante in Italia del consorzio Tap. Si fa sentire per prima la famiglia di Vittorio Potì, ex sindaco di Melendugno  e zio dell'attuale primo cittadino, Marco Potì, citato come il promotore di un’apertura da parte della sua amministrazione per l’approdo a San Foca del gasdotto.

“I familiari del compianto Vittorio Potì sdegnosamente respingono il tentativo maldestro e disperato di chiamare in causa, per interposte persone, il loro congiunto. La sconcertante iniziativa messa artatamente in atto intenderebbe sminuire l’azione popolare di contrasto alla scellerata scelta proposta per l’approdo del gasdotto. Pertanto invitano chiunque ad astenersi da false affermazioni, in quanto sono fermamente intenzionati a difendere l’onore e la memoria del loro familiare, stimatissimo amministratore pubblico unanimemente riconosciuto e conclamato, adendo, ove occorra, le vie legali a loro disposizione”.

Il segretario regionale del Partito democratico, Sergio Blasi, coglie l’occasione per rilanciare l’idea della riconversione della centrale a carbone Federico II: “L’approdo di Tap in prossimità della centrarle di Cerano potrebbe, grazie a uno sforzo di riconversione, costoso ma non impossibile se si pensa ai profitti che questo gasdotto produrrà, risolvere due problemi in uno. E visto che Tap ha chiesto alla Regione e al Governo di farsi carico di proposte alternative, chiedo che venga realizzato un progetto congiunto di approdo nei pressi di Cerano e di riconversione della centrale a carbone. È una occasione storica perché la politica e l’imprenditoria energetica non finiscano per giocare ancora una volta un ruolo di retroguardia, come nel caso dell’Ilva, sulle ricadute delle attività industriali sulla salute dei pugliesi. In particolare dei brindisini. Penso che sia soprattutto per il bene del Salento tutto, compreso il Salento brindisino, che questo dovrebbe avvenire. E chi, invece di affrontare i problemi, tenta di innescare una querelle stupida tra territori, con “patate bollenti” da scaricare, mistifica colpevolmente la realtà”.

Il consigliere regionale di Sel, Antonio Galati, assolve con formula piena Angela Barbanente e Loredana Capone, tirate in ballo dalle dichiarazioni di Russo, ma lancia un monito contro le zone d’ombra: “Il centrosinistra e anche Sel hanno giustamente abbandonato le pulsioni identitarie, attraendo personalità politiche provenienti dal mondo della grande impresa, spesso in relazione diretta con la pubblica amministrazione. L'inevitabile rischio, però, è che si cada in una pulsione opposta, che non dobbiamo avere timore di definire lobbystica, e che fa della “concertazione da salotto” la bussola del proprio agire. Guai a interloquire riservatamente, nel chiuso delle stanze, magari con la buona intenzione di condurre in porto una trattativa delicata. Sul territorio provinciale abbiamo visto tante vertenze, non tutte andate a buon fine, dalla Filanto di Casarano alla Omfesa di Trepuzzi, dal comparto metalmeccanico di Surbo al settore agricolo di Nardò; per i motivi più diversi, ciascuna di queste vertenze porta impresso il segno di un rapporto non sempre lineare tra politica e impresa. In queste condizioni, il rischio di un fraintendimento diventa altissimo. E un elettorato consapevole ed esigente come il nostro non perdonerà alcuna zona d'ombra”

Per quanto concerne l’atteggiamento della Provincia di Lecce, Mario Pendinelli, di Patto per il Salento, si è fatto da tempo una sua idea: “Le parole del manager Russo si commentano da sole. Si spiega quello che da mesi abbiamo detto a chiare lettere: l’amministrazione provinciale fa finta di interessarsi, ma cerca di prendere tempo e defilarsi. La spiegazione la offre su un piatti d’argento Russo, probabilmente indispettito anche lui per un atteggiamento poco chiaro e poco trasparente. Oggi il territorio, tutti insieme dobbiamo uscire dagli equivoci e dal sommerso. San Foca, Melendugno, la provincia di Lecce, le comunità salentine, l’ambiente, la salute dei cittadini devono essere tutelati e difesi senza se e senza ma anche da Palazzo dei Celestini che non ha fatto certamente una bella figura”.

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