Dai caucus in Iowa alla disfatta di Hillary Clinton. Il racconto di chi c'era

Intervista alla leccese Anna Lisa Rapanà, corrispondente Ansa da Washington e inviata a New York per la maratona elettorale che ha visto il trionfo di Donald Trump

Foto Ansa

LECCE – Corrispondente Ansa da Washington e inviata a New York per seguire le fasi decisive delle elezioni presidenziali che hanno sancito la vittoria di Donald Trump, Anna Lisa Rapanà, giornalista originaria di Lecce, ha vissuto la maratona elettorale dell’8 novembre al Jacob K. Javits Convention Center, dove migliaia di persone si erano date appuntamento poter festeggiare il trionfo della candidata democratica.

I numeri hanno però raccontato un’altra storia, con finale a sorpresa, che in questa intervista emerge in tutta la sua complessità e potenza.

Qual è stato il punto di non ritorno, quello in cui si è avuta la concreta percezione della sconfitta di Hillary Clinton?

Dopo la Florida. Ma il nervosismo era cominciato a montare già prima. Il primo ‘colpo’ di Donald Trump – se vogliamo chiamarlo così - è stato aggiudicarsi l’Ohio, lo Stato che tradizionalmente sceglie i presidenti. A quel punto si è capito che la corsa era aperta. E’ stata però la Florida a cambiare l’umore. E con il Wisconsin attribuito al candidato repubblicano sono arrivate anche le lacrime. Tra i sostenitori di Hillary Clinton ho percepito prima incredulità, poi rabbia, fino allo sgomento e lo shock. Vederli poi lasciare il centro congressi ancor prima della notizia che la loro beniamina non sarebbe mai arrivata è stato il segnale chiaro che non solo la corsa si era chiusa, ma che si trattava di una disfatta e su più piani.

Stando alle ultime indicazioni (l’intervista è stata realizzata a dati non ancora ufficiali, ndr) Trump avrebbe ottenuto, in termini di voto popolare, più suffragi di quelli che Romney ebbe nel 2012 con tutto il partito compatto alle sue spalle? E’ stato anche il piglio di guastafeste a intrigare l’elettorato repubblicano?

Trump, in realtà, non ha superato Romney in termini di voto popolare. Mentre certamente il piglio di guastafeste è uno degli elementi rilevanti, il tycoon non ha però intrigato soltanto il tradizionale elettorato repubblicano, attirando invece l’attenzione in maniera abbastanza trasversale. E’ stata questa infatti la chiave di volta per Trump, in sostanza si è proposto come l’outsider. O meglio, come colui che del sistema aveva fatto parte (conoscendone quindi i gangli) ma che adesso si impegnava a dare voce a chi sentiva di non averne.

La presidenza Trump, secondo te, lungo quali direttrici si orienterà in politica interna ed estera? Davvero protezionismo e isolazionismo?

Questo è da vedere. Di certo non potrà discostarsi del tutto dal suo messaggio elettorale, ma intanto postura e toni dovranno cambiare. Gli slogan – come del resto accadrebbe per tutti - devono trasformarsi in decisioni. Mi aspetto però delle differenze più marcate del solito tra il Trump in campagna elettorale e il Trump presidente e le prime  indicazioni le avremo con le nomine di governo. In queste ore si parla dell’ex speaker della Camera Newt Gingrich in pole position per la carica di segretario di Stato e dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani come ministro della Giustizia. Destra tradizionale insomma. Ma molto dipenderà anche dal tipo di rapporto che imposterà con il partito repubblicano, che adesso ringrazia Trump per avergli regalato la conferma della maggioranza al Congresso, però la campagna elettorale è stata lacerante e ha rivelato divisioni profonde. Bisogna vedere fino a che punto vorranno o potranno ricucire e quanto e se Congresso e Casa Bianca risulteranno allineati.

Alla luce di quanto accaduto è lecito chiedersi: quanto sono ancora attendibili i sondaggi negli Usa e, più in generale, la capacità dei media di rappresentare la realtà e i suoi mutamenti?

Tema caldo. E sì, è vero, i sondaggi non ci hanno preso. Ed è un dejà vu dopo Brexit, al punto che porsi dei quesiti è inevitabile. Il tema però non è nuovo. Negli Stati Uniti chi lavora in questo ambito sa da tempo che, se si utilizzano mezzi tradizionali per fotografare una società che comunica e raccoglie informazioni attraverso altri canali, allora l’immagine risulterà sfocata. I sondaggi però bisogna anche saperli leggere, mettendoli a contrasto con una realtà che va osservata senza superficialità. E quest’ultima è responsabilità dei media. Detto questo mi permetto anche di difendere un po’ la categoria e aggiungo che il giorno dopo tutto sembra più chiaro. Chi fa il giornalista lo sa: nella riunione del mattino dopo, gli errori e le lacune sembrano un’ovvietà. Troppo facile.

convention repubblicana 2-2La vittoria di Trump è stata spiegata come quella di un’America, soprattutto rurale, impoverita, impaurita e arrabbiata con l’establishment. Se tutto ciò è vero, se cioè c’è un risentimento sociale diffuso, pensi che la candidatura di Sanders avrebbe potuto cambiare l’esito?

Non c’è soltanto l’America rurale dietro l’elezione di Trump. C’è anche parte di un’America benestante, se non proprio ricca. E bianca. Con nostalgie di un sogno americano che non c’è più, ma non perché si è’ esaurito, perché si evolve. Poi c’è la cosiddetta ‘middle class’, la classe media, questa sì impoverita e perciò arrabbiata. E di certo l’elemento anti establishment è stato significativo se non decisivo. Per questo c’è chi sottolinea come soltanto il 74enne senatore socialista Bernie Sanders potesse competere sullo stesso piano. Personalmente però non sono certa che l’esito sarebbe stato ribaltato.

Cosa ha impedito a Hillary Clinton di conquistare il sostegno convinto delle minoranze e dei millenials? Il suo essere percepita come una icona del potere politico o c’è anche dell’altro?

Hillary Clinton è arrivata alla candidatura con un bagaglio pesantissimo: 40 anni di vita pubblica. E doveva ripresentarsi ad un’America che sapeva tutto di lei. Un’impresa difficilissima anche per il più raffinato stratega della comunicazione. Evidentemente la diffidenza nei suoi confronti è stata tale da sbarrarle la strada anche questa volta.

Ha sorpreso un po’ tutti, a pochi giorni dal voro, la sortita di Fbi sulla vicenda delle mail. Pensi abbia influito, alla fine?

Di certo non ha aiutato. Poi è anche vero che chi su quella storia si era già fatta un’idea era difficile che la cambiasse. Però sugli indecisi può aver influito, magari riducendo l’effetto dello slancio riservato al rush finale della campagna elettorale.

Da un punto di vista personale, cosa ti lascia in eredità questa intensa campagna elettorale? C’è un’immagine in particolare, tra le tante che hai carpito durante il tuo lavoro, che da sola varrebbe un racconto?

Ce ne sono diverse. Però forse mi soffermerei sull’Iowa, ovvero l’apertura delle primarie, nonché il mio primo incontro ravvicinato con il processo elettorale americano e forse la prima volta che ho guardato l’America in faccia. Se si vive e si lavora tra New York e Washington arrivare a Des Moines, a febbraio, e mettersi in fila con la neve alta per partecipare ad un caucus è come atterrare su un altro pianeta. Caucus è un termine di origine nativa-americana che vuol dire assemblea. E riuniti in assemblea, di quartiere di fatto, repubblicani e democratici cominciano il processo per scegliere il loro candidato ritrovandosi in sagrestie di chiese, palestre di scuole ed esprimono la loro preferenza scrivendola su un foglietto (repubblicani) o per alzata di mano (democratici). A qualche decina di chilometri da Des Moines visitai anche un caucus cosiddetto ‘doppio’, ovvero due assemblee contemporanee in due stanze adiacenti. Porte aperte, tutto alla luce del sole. I repubblicani scelsero Ted Cruz (e mi spiegarono anche il perché in dettaglio). I democratici risultarono divisi esattamente a metà tra Hillary e Bernie e dovettero così rivotare. Non prima però di avere la possibilità di convincere gli indecisi a passare da una parte o dall’altra, fisicamente. Ovvero riposizionandosi nella stanza dalla parte di Bernie o Hillary per contare le alzate di mano. Questo è stato il punto di partenza di un lungo viaggio nella democrazia in America.

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