Decreto Dignità, Cisl cauta. "Ma le assunzioni devono essere agevolate"

Si amplia il dibattito nato dal caso Comdata. Per gli esponenti del sindacato non basta inasprire le regole per il lavoro

LECCE – Decreto “dignità”, aspettiamo a dire, ma anche no. La vicenda di Comdata, con i suoi 188 lavoratori non confermati, ha funto da apripista verso un dibattito sempre più allargato proprio sulla legge entrata in vigore a luglio che, per dirla con le parole di Antonio Perrone, segretario territoriale della Cisl, ha portato “disorientamento”. Anche la Cisl, dunque, entra nella vicenda e fornisce una propria chiave di lettura tramite alcuni suoi esponenti. E se non c’è una bocciatura vera e propria, c’è comunque il sospetto che alcune falle rischino di non produrre gli effetti sperati.      

Bramato: "Non basta inasprire le regole"

Gianni Bramato, segretario provinciale della Fistel Cisl, ritiene che sul caso Comdata al momento “nessuno sia nelle condizioni di dire che l’accaduto sia causato esclusivamente dal Decreto cosiddetto Dignità perché, per qualunque legge che regola il mercato del lavoro, occorrono mesi per comprendere gli effetti”.

Insomma, cautela nel giudizio. La Cgil, invece, era stata più netta, nei giorni scorsi, nell’attribuire le responsabilità al provvedimento voluto dal vicepremier Luigi Di Maio. Tuttavia, anche la Cisl manifesta alcune perplessità sulla legge 96/18 che “ha certamente elementi di partenza positivi, come la riduzione del limite massimo di durata nel tempo determinato o la riduzione del numero di proroghe”, commenta Bramato. Il quale, però, precisa: “Per rendere dignitoso il lavoro non basta inasprire le regole. Comdata, come altri call center – prosegue -, svolge attività soggetta a volumi  forniti periodicamente  dai diversi clienti con grande variabilità nei vari periodi dell’anno che richiedono necessariamente, oltre ad una popolazione stabile, un fisiologico utilizzo di lavoro a tempo determinato per gestire tali stagionalità (picchi flessi)”.

“In tale ottica poco si può rimproverare a un’azienda che negli ultimi tre anni ha stabilizzato circa 350 lavoratori ai quali, come confermato al sindacato dalla stessa in questi giorni, se ne aggiungeranno ulteriori 120 entro la fine dell'anno. In un mondo del lavoro così complicato, non  possiamo limitarci a demonizzare il lavoro a tempo determinato. Il contratto a tempo indeterminato è senz'altro un obiettivo, ma è difficile – aggiunge -, per chi inizia oggi a lavorare, pensare di raggiungere l'età pensionabile sempre nella stessa azienda e con le medesime mansioni”.

La ricetta per incentivare un’occupazione stabile, secondo Bramato, è quindi soprattutto nella possibilità di agevolare economicamente le assunzioni a tempo indeterminato. “E questo – dice chiaramente - è un aspetto che il decreto ha trascurato. Piuttosto se parliamo davvero di dignità non possiamo limitarla alla sola durata del rapporto di lavoro ma considerarla in ogni giornata lavorativa. Comdata è un'impresa e come tale risponde a logiche economiche, ciò non vuol dire che sia autorizzata a fare ciò che vuole. Giorno per giorno di concerto con le organizzazioni sindacali bisogna trovare soluzioni per rendere la vita di chi ci lavora migliore: ad esempio con il rispetto per i tempi di vita che vengono mortificati da scarsa pianificazione e comunque modifica frequente dei turni”.

Perrone: "Il decreto ha generato disorientamento"

E’ poi Perrone a rimarcare tutte le ansie legate alla nuova legge. “Quello che il decreto Dignità ha ingenerato nelle aziende e nel mondo del lavoro, soprattutto qui da noi nel Mezzogiorno, e non solo nel mondo del call center - afferma -, ma in tutti i settori lavorativi, è un immediato disorientamento e incertezza”. “Da quando il decreto è entrato in vigore, luglio 2018 - prosegue  il segretario territoriale - abbiamo incontrato numerose aziende del nostro territorio salentino con i loro consulenti, su come poter tutelare i lavoratori con contratto a termine non potendoli rinnovare ma nello stesso tempo non potendo stabilizzarli, salvo poche eccezioni”.

Il motivo è semplice: “La ripresa economica, da noi, stenta a farsi sentire”. Anche Perrone apprezza “le finalità del decreto di voler sostenere il contratto a tempo indeterminato rispetto ai contratti a termine”, tuttavia, il rappresentate della Cisl, spiega: “Riteniamo che sarebbe stato più opportuno confrontarsi, governo e parti sociali, per impostare insieme le finalità della riforma legislativa del lavoro, piuttosto che fare l’ennesimo intervento legislativo”.

Insomma: introdurre nuove regole, per Perrone, “non crea nuovi posti di lavoro, né riduce la piaga della disoccupazione, soprattutto al Sud. Per noi lo si fa attraverso una pianificazione degli investimenti, sopratutto nella realizzazione delle infrastrutture utili per ridurre per far ripartire l’economia, le opere per la messa in sicurezza del nostro disastrato e trascurato territorio  ed investire nella ricerca e nell’innovazione”.

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