Dopo l'anatra zoppa, il Covid. Per il sindaco la sfida di un mandato senza tregua

A un anno dalla vittoria al primo turno, la necessità di fare i conti con le dure conseguenze dell'epidemia: meno soldi, maggiori fragilità sociali. Per Carlo Salvemini, ma non solo, la sfida di un tempo complicato

Carlo Salvemini (foto della campagna elettorale del 2019).

LECCE – Vinto al primo turno lo "spareggio" imposto dall’anatra zoppa dopo le elezioni del giugno del 2017,  il sindaco Carlo Salvemini -esattamente un anno addietro - probabilmente pensava di avere davanti a sé un mandato amministrativo molto più tranquillo rispetto ai18 mesi precedenti, metà dei quali affrontati poggiando su una maggioranza risicatissima e creata artificiosamente dopo il pronunciamento del Consiglio di Stato che lo aveva privato di una sua autonomia numerica. 

Tuttavia né lui, né nessuno dei suoi colleghi sparsi per il globo, avrebbe mai immaginato seriamente di dover fare i conti con l’epidemia di Covid-19 che ha fermato le lancette del tempo e modificato il corso degli eventi in maniera drastica: l’economia è andata in apnea prolungata, le entrate ordinarie sono state di fatto bloccate e i trasferimenti straordinari annunciati dal governo per tappare i buchi che intanto si sono aperti serviranno soltanto in minima parte a tappare un ulteriore deficit che per Lecce vale circa 20 milioni di euro.

Questo fardello non è una pietra d'inciampo su un percorso cosparso di petali di rose, ma si va ad aggiungere a una situazione finanziaria dell’ente storicamente fragile dopo una ventina di anni di politiche di bilancio abbastanza sbarazzine che hanno reso inevitabile il varo di procedura pluriennale di riequilibrio dei conti. I tributi, va ricordato, servono a finanziare i servizi pubblici, in sostanza a ridurre le diseguaglianze: ma come si può garantire l’assistenza sociale ai ceti più deboli, per esempio, o la raccolta dei rifiuti se non si paga la tassa di occupazione di suolo pubblico, mentre gli altri tributi vengono (giustamente) sensibilmente ridotti? Gli enti locali hanno l’obbligo del pareggio di bilancio e non possono spendere in deficit. Tenere in piedi i conti pubblici è dunque, oggi ancor più di ieri, la condizione preliminare per ogni azione amministrativa possibile: l’epidemia va a incidere anche sul programma di governo, questo è chiaro, sparigliando le carte, invertendo l’ordine del giorno.

Più che chiedersi quale sia stato il voto in pagella di questo primo anno – un esercizio rituale, più che altro –, la vera domanda è cosa resterà di quell’agenda del cambiamento che ha spinto il 51 percento dei partecipanti al voto a esprimere una esigenza di cambiamento rispetto a una prassi politico amministrativa che si era accartocciata su stessa, minata da troppe ambizioni personali ma senza una complessiva visione di futuro che tenesse insieme tutti i pezzi di un puzzle sempre più litigioso e spregiudicato. La vera sfida del sindaco Salvemini inizia, in altre parole, proprio adesso: è quella di riuscire a mantenere una rotta che guardi avanti, all’interesse pubblico, che significa non piacere per forza a tutti, scontentare qualcuno e magari anche tra i propri sostenitori.

La pianificazione del litorale, con l’adozione del piano comunale delle coste, è certamente un pezzo importante per il futuro del territorio perché cambia il modo di intendere le marine e le aree naturali attorno, nella prospettiva di una città di mare, vissuta tutto l’anno e diversificata negli usi del litorale, e non di una città con il mare semplicemente vicino. Necessaria appare una nuova programmazione del profilo commerciale di Lecce, che, a maggior ragione dopo i colpi inferti dall’epidemia, deve accelerare verso la pedonalizzazione dell’intero centro storico, il potenziamento del servizio pubblico di trasporto (il piano di esercizio presentato per il 2021 appare promettente) e la rivitalizzazione delle attività di comunità nei quartieri. Urgente è il rilancio della vocazione culturale della città, che deve ancora liberarsi da una certa logica di ceto per aprirsi e insediarsi più coraggiosamente nelle periferie: cosa si proporrà da giugno in poi ai bambini e ai ragazzi che sono stati privati dell’ultimo trimestre di scuola in presenza? E per gli anziani e le famiglie che vivono ai margini del benessere quale sarà l’offerta di svago?

Fondamentale, poi, è la prosecuzione dell’azione di bonifica intrapresa dal settore Politiche Abitative del Comune per quanto riguarda la complicata matassa delle case popolari: assegnare le case a chi ne ha diritto significa ristabilire a un principio di giustizia sociale che in questa città stenta ad attecchire e che continua a essere percepito più come un capriccio di parte che come un obbligo. Sul punto sarebbe auspicabile un’azione più incisiva da parte di tutte le istituzioni coinvolte, perché talvolta forte è la sensazione di un atteggiamento inerziale che riemerge dopo i sussulti dell’inchiesta giudiziaria da cui è scaturito un procedimento che, come tutti gli altri, è stato poi congelato dall’epidemia (certo, però, qualcosa di più sarebbe pure giusto sapere rispetto alla richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che dal 5 novembre sappiamo dover essere indirizzata al Senato della Repubblica, dopo una tediosa discussione sulle competenze).

Con un certo ottimismo si può dire che quello che sta arrivando potrà essere il tempo della vera politica, dove far germogliare buone idee su un terreno sempre più arido di risorse. Perché quello che l’epidemia di Covid lascia in eredità, nella speranza che non ci siano recrudescenze, è un contesto economico fragile e un malcontento sociale difficile da governare. Chi pensa oggi, da una posizione di comoda opposizione, di soffiare sul fuoco delle lamentele e delle proteste, potrà essere prima o poi egli stesso vittima della disperazione e della rassegnazione, delle promesse fatte e poi non mantenute: gli effetti di questa crisi non svaniranno nel giro di un anno e, per questa consapevolezza, a tutta la classe dirigente è richiesto un supplemento di responsabilità, di essere all’altezza di una fase senza precedenti in cui il consenso spicciolo o la volontà di visibilità a tutti i costi possono essere solo una momentanea illusione.

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Perché Lecce possa reggere alla botta ricevuta ci vuole, quindi, non solo un’amministrazione capace supportata da una maggioranza propositiva e coesa (cosa che non sempre è), ma anche una minoranza lungimirante e in grado, finalmente, di rinnovarsi, ben oltre qualche operazione di facciata. Non c’è nulla di complicato in questo, lo ha chiesto la città con il voto democratico il cui esito, tuttavia, dispiace ancora molto a certi gangli di potere locale appassionati di diritto feudale e abituati a certi privilegi diventati nel tempo consuetidini.

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