Il pasticcio dei forni crematori: diffide agli enti per fermare il nuovo iter

L'ati capeggiata da Altair chiede di bloccare le autorizzazioni per Scorrano. Ma intanto, prosegue la protesta per Botrugno

Il progetto che riguarda Botrugno.

LECCE – Diffide e richieste, la questione dei forni crematori nel Salento si fa sempre più spinosa. Tanto che in queste ore, l’Altair srl, capogruppo dell’associazione temporanea di imprese che coinvolge anche Edilver srl e Futurcrem, nata con l’intento di costruire un tempio crematorio a Botrugno (situazione per la quale vi sono da tempo strenue opposizioni), nel frattempo ha conferito mandato all’avvocato Maria Angela D’Amico.

Il legale, dunque, sta provvedendo a invitare la Provincia di Lecce, il Comune di Scorrano e quello di Botrugno, ognuno per le proprie competenze, a bloccare un altro iter autorizzativo, quello che riguarda il project financing presentato dalla Leucci srl al Comune di Scorrano.

Nel frattempo, le imprese premono per il provvedimento di aggiudicazione definitiva, atteso da cinque mesi, per Botrugno. Insomma, una lotta contro il tempo, che coinvolge anche politica e burocrazia. Di certo, secondo Altair e soci, Scorrano non comparirebbe tra i comuni individuati dalla Provincia, idonei a ospitare un tempio crematorio. Eppure, qui l’idea sarebbe di creare una struttura che serva sia per i resti umani, sia per quelli animali.

Intanto, il comitato “No al forno crematorio di Botrugno” e il movimento civico ApertaMente, continuano nella loro ferma lotta ai progetti di forni, ritenendo che “rappresentino un ragionevole pericolo sanitario ed ambientale per la popolazione e per il nostro già malato Salento”, come scrivono in una nota, ritenendo, nel contempo, “pericoloso il project financing, strumento con cui viene proposta la realizzazione di tali impianti, rivelatosi talvolta una trappola in grado di minare enormemente il bilancio dei piccoli Comuni”.

L’attacco riguarda dunque anche Scorrano, dove, accusano comitato e movimento, si parlerebbe di “aziende costituite ad hoc” e di “progetti milionari come se si parlasse di spiccioli”. “E le amministrazioni – aggiungono - propinano ai cittadini queste iniziative come occasioni irrinunciabili, asserendo facili guadagni per le casse comunali”.

Secondo comitato e movimento civico, si starebbe verificando sul tema dei forni crematori una situazione simile a quella veneta. In Veneto, sottolineano, “simili investimenti in project financing sono spuntati come funghi, tanto da costringere il Consiglio regionale al blocco delle autorizzazioni per la costruzione di nuovi impianti di cremazione fino alla fine del 2018, in attesa che la Giunta regionale effettui uno studio sulle ricadute causate dalle emissioni sulla salute della popolazione e sull’ambiente”.

Una condotta che, auspicano, sia adottata anche dal Consiglio regionale pugliese, prendendo spunto anche dalle recenti parole del sostituto procuratore Elsa Valeria Mignone, che ha esortato gli amministratori salentini a una maggiore attenzione rispetto agli ultimi 25 anni. 

Ma tornando al specifico di Botrugno, comitato e ApertaMente ricordano che la ditta dovrà attenersi a due principi: “Se dal tavolo tecnico dovessero venir fuori criticità e di conseguenza un no al forno crematorio, dovrà fare le valigie”, dicono; mentre, se le criticità non emergessero, comunque, “saranno i cittadini botrugnesi, attraverso un referendum, ad avere l’ultima parola, come più volte già rammentato dal sindaco Pasquale Barone”.

Problema: non esiste ancora un regolamento comunale a Botrugno per il referendum, ed ecco perché numerosi solleciti e richieste di convocazione della Commissione regolamenti.  Ma sul fronte delle polemiche, rispondono ancora Altair e le altre due aziende, ritenendo “paradossale” la “richiesta presentata alla Regione Puglia per una stretta degli impianti di cremazione, così come avvenuto in Veneto”.

A tale proposito, le società ribadiscono che “il Veneto con una popolazione di 5 milioni di abitanti ha in attivo sette crematori mentre la Puglia con oltre 4 milioni di abitanti ne ha soltanto uno a Bari”. A loro avviso, dunque, non c’è confronto, “se non sul grado di civiltà e progresso che differenzia le due regioni”. Aggiungendo che “proprio grazie alla legge regionale di Polizia mortuaria e alla delibera provinciale che autorizza solo un tempio crematorio sull’intero territorio, non si potrà avere la moltiplicazione selvaggia degli impianti”.  

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