Inclusione sociale dei detenuti: la Regione Puglia punta sul lavoro

La Regione Puglia ed il Provveditorato dell'amministrazione carceraria presentano un progetto volto al reinserimento, a partire dalle qualifiche professionali

LECCE – Rompere l’isolamento della reclusione, la marginalità sociale e morale, per favorire il rapporto del detenuto con il sistema esterno: un obiettivo ambizioso ed importante che il governo regionale vuole raggiungere insieme a tutte le istituzioni penitenziarie e gli attori sociali coinvolti. Quindi le cooperative sociali, le associazioni di categoria ed i semplici cittadini.

Al fine di agevolare il reinserimento di chi ha scontato una pena all’interno della società, la Regione Puglia ha costruito un bando, già pubblicato e prorogato fino al 18 maggio, denominato ““iniziativa sperimentale di inclusione sociale per le persone in esecuzione penale”. Una misura che rappresenta l’esito dei protocolli firmati dal governo di via Capruzzi e dal ministero di Giustizia relativi ai rischi di esclusione sociale dei soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale, ed il risultato degli accordi presi tra Regione Puglia e Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria.

Il carattere innovativo di questo progetto è stato messo in evidenza dall’assessore regionale al lavoro, Sebastiano Leo, che lo ha presentato alla stampa questa mattina, nel corso di una conferenza che si è tenuta presso la casa circondariale di Lecce, alla presenza del provveditore dell’amministrazione penitenziaria di Puglia e Basilicata, Carmelo Cantone, del prefetto Claudio Palomba e del direttore del carcere di Lecce, Rita Russo.

Il bando, finanziato con 7 milioni e mezzo di euro di derivazione comunitaria, prevede percorsi formativi finalizzati al rilascio delle qualifiche professionali e percorsi individualizzati di inclusione sociale, con un ruolo attivo delle rispettive direzioni degli stessi Istituti di pena nell’ individuazione dei destinatari della misura. Si articola in due linee di azioni che coinvolgeranno complessivamente 530 persone dell’area penale.

Il punto di partenza sono i bisogni e le necessità peculiari espresse proprio dagli istituti carcerari: non è un caso, quindi, che la qualifica più scelta sia stata quella dell’assistenza famigliare e, a seguire, i percorsi professionalizzanti per diventare falegname, agricoltore, elettricista e muratore. Sono queste, infatti, le figure più richieste anche all’interno dell’istituto di Borgo San Nicola e i detenuti potranno mettersi alle prova già all’interno del carcere, prima del grande salto che li attende nella comunità sociale.

L’avviso prevede anche l'attivazione di percorsi integrati di “presa in carico globale” per l'inclusione socio-lavorativa delle persone. Il fine della misura, infatti, non è solo quello di garantire e rendere esigibili i diritti sociali delle persone sottoposte a procedimenti giudiziari o a vincoli penali, in misura uguale ai cittadini liberi, ma anche a dare un contributo all'incremento della sicurezza per i cittadini. Da non sottovalutare, poi, è il riflesso positivo sul potenziale di sviluppo economico della regione: più è alto il livello di sicurezza dei territori, infatti, maggiore sarà la loro capacità di attrarre investimenti finanziari.

È pacifico, infatti, che i fenomeni di scarsa coesione sociale e di situazioni di marginalità si riflettono sul tasso di criminalità e sul senso di insicurezza della popolazione, determinando una situazione di scarsa attrattività per gli investimenti delle imprese. Proprio questo riflesso positivo è stato sottolineato dal prefetto Claudio Palomba: “La novità del bando risiede nel recupero sociale, a tutto tondo, del detenuto: le persone che provengono dalle famiglie della criminalità organizzata, laddove il recupero sia completo e la condivisione dei valori civili consolidata, possono rappresentare un forte esempio positivo per i giovani che rimangono colpiti da esperienze forti di questo tipo”.

“Per noi – ha aggiunto l’assessore Leo – l’inclusione sociale si realizza attraverso il lavoro e attraverso la concreta acquisizione di competenze professionali. Il lavoro è il fattore determinante per una reale inclusione sociale dei soggetti in esecuzione penale: lavoro come possibilità di tornare a essere un soggetto attivo grazie all'acquisizione di un reddito per una prestazione lavorativa stabile, che risponde a una reale esigenza del territorio e, in questo modo, restituisce dignità e ruolo sociale alla persona”.

“Il progetto che presentiamo oggi è sperimentale e può diventare un modello di riferimento anche per le altre regioni – ha sottolineato Cantone-. Non è un caso che la sede scelta sia il carcere di Lecce che conta un numero importante di detenuti e una presenza forte dei clan della criminalità organizzata. Il lavoro messo in piedi per responsabilizzare i soggetti svantaggiati e marginalizzati, grazie anche alla collaborazione con le associazioni del territorio che hanno proposto idee innovative, ritengo che sia un atto di grande civiltà e un’eccellenza per gli istituti penitenziari pugliesi”.

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