Riforma costituzionale, le ragioni del no. Intervento di Ernesto Abaterusso

Il consigliere regionale del Pd è il coordinatore regionale dei comitati del centrosinistra che si oppongono alle modifiche proposte dal governo di Renzi

Ernesto Abaterusso.

LECCE - Di seguito un intervento di Ernesto Abaterusso, coordinatore regionale dei comitati del centrosinsitra per il no al referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo di Matteo Renzi, che del Pd è il segretario nazionale. Ma nel partito ci sono dei malumori e in alcuni territori, come nel Salento, ha preso corpo un soggetto impegnato attivamento perché le modifiche proposte vengano respinte dal voto popolare (per proporre alla valutazione della redazione un intervento pro o contro il quesito referendario, basta inviare una semplice mail a redazione@lecceprima.it indicato nell'oggetto "intervento referendum").

Il prossimo 4 dicembre gli italiani saranno chiamati per esprimersi a favore o contro la riforma che modifica  ben 47 articoli della nostra Carta Costituzionale. Una riforma questa sulla quale ho espresso forti dubbi che attengono al merito e al metodo utilizzati dal Governo Renzi per giungere a questo referendum che interrogherà gli italiani su un testo che – lo dicono eminenti giuristi e costituzionalisti – appare quanto mai confuso e pasticciato.

Io non sono tra quelli che considera la nostra Costituzione intoccabile. Al contrario ritengo che la nostra Carta Costituzionale, che contiene in sé principi e valori fondamentali della Repubblica italiana, si possa e si debba modificare. Nel farlo, però, è necessario stare attenti ai pesi e contrappesi che sono alla base della nostra democrazia. Cosa che in questo caso è mancata.

È singolare che un governo guidato da un premier non eletto, un parlamento eletto con una legge elettorale che l’Alta Corte ha dichiarato incostituzionale e una maggioranza risicata grazie ad un gruppetto di transfughi possa stravolere un documento così importante come la nostra Costituzione. E lo faccia producendo un vero e proprio pasticcio. Se si modifica la carta che regola la vita delle istituzioni e dei cittadini a colpi di maggioranza è chiaro che si crea un precedente dando a chi viene dopo l’alibi per altre modifiche. Così quella che era la Costituzione di tutti diventa solo di una parte.

La riforma sulla quale saremo chiamati ad esprimerci il prossimo dicembre di fatto non supera il bicameralismo, come viene sbandierato, ma rende piuttosto confusi i ruoli tra le due Camere generando conflitti di competenze nel rapporto Stato-Regioni. Non solo. Con questo testo si riducono drasticamente le autonomie locali, con un ritorno al passato e il ripristino della centralità della politica romana. Tutto ciò non potrà che generare gravissime ripercussioni sulle autonomie locali e soprattutto sulle regioni del Mezzogiorno che avranno meno potere sui temi ambientali, energetici e infrastrutturali.

Si dice poi che con questa riforma si abbatteranno i costi della politica. Falso. Il Senato continuerà ad esistere. Solo sarà composto da sindaci e consiglieri regionali, ai quali verrà data anche l’immunità. Risulta difficile comprendere come questi, già presi da tanti impegni, riusciranno a svolgere il loro ruolo. Peraltro i senatori non verranno eletti, ma designati dai partiti. Allora era meglio abolirlo completamente il Senato. Invece succede come con le province: si dice che sono state abolite, ma continuano a stare lì.

L’unica novità che introduce Renzi, e questo vale sia per il Senato che per le province, è che prima i consiglieri ed i senatori venivano eletti dai cittadini, ora vengono nominati dai segretari di partito in maniera da assicurarsi la fedeltà assoluta. Renzi ha una strana idea della democrazia partecipata. Mantiene le istituzioni, abolisce il voto popolare. Più o meno quello che avviene con l’Italicum che permette ai partiti di eleggere quasi tutti i deputati. E questo è il motivo per il quale tutti o quasi tutti i deputati del Pd stanno con Renzi.

Coltivano la speranza della rinomina, insomma. La verità è che a Renzi della riforma non importa nulla. Lui vuole un plebiscito che lo legittimi e per questo non usa mezzi termini.Da qui alla data della consultazione sarà un crescendo di promesse che fanno invidia al peggior (o miglior) Berlusconi dei tempi andati: pensioni aumentate, tasse abbassate, ponte sullo stretto, treni ad altissima velocità, posti di lavoro per tutti e chi più ne ha più ne metta. C’è solo un piccolo problema. Renzi in questi giorni sta chiedendo all’Europa la possibilità di sforare il patto, cosa che gli consentirebbe di ottenere la disponibilità di 6/7 miliardi. Per fare ciò che sta promettendo, di miliardi ne servirebbero alcune centinaia. Da dove li prende? È chiaro che si tratta di un imbroglio mirato a raccattare qualche voto in più.

Ma gli italiani non sono stupidi e Renzi lo ha capito. Tanto vero che ora chiede il voto agli elettori della destra promettendo di attuare il suo disegno: il partito della nazione. Noi siamo la sinistra che avrà pure commesso degli errori, ma ha permesso a questo Paese di diventare uno dei più importanti al mondo garantendo al contempo lo sviluppo del sistema produttivo e i diritti e le garanzie dei meno abbienti, dei più bisognosi, di quelli che non avevano voce.

Oggi, invece, si toglie l’Imu ai ricchi, si regalano miliardi agli imprenditori senza garanzia alcuna per i lavoratori, si tolgono soldi e poteri alle regioni e ai comuni che sono i presidi istituzionali più vicini ai bisogni dei cittadini, si utilizzano i soldi pubblici per salvare le banche di amici e parenti e si trascurano completamente i bisogni dei più deboli. D’altronde se si caccia la sinistra dal partito e al suo posto si imbarcano Verdini, Bondi, Lorenzin, Formigoni e Alfano il risultato non può essere che questo. Per questo vince il M5S, non per quelli che votano NO.

Sono queste alcune delle ragioni che mi hanno portato alla decisione di votare convintamente NO. In questi giorni abbiamo dato vita ad un coordinamento provinciale dei comitati del centrosinistra che si occupa di pianificare le iniziative che si terranno nei comuni per portare a tutti le ragioni del NO. Sono stati  già costituiti 30 comitati locali sparsi in tutto il territorio.

Il coordinatore del comitato provinciale è l’avvocato Adriano Tolomeo e ne fanno parte due consiglieri provinciali, diversi sindaci, oltre un centinaio di amministratori, molti coordinatori di circoli PD, la maggioranza dei componenti la segreteria provinciale del Partito Democratico e tante altri semplici militanti. Siamo convinti delle nostre ragioni e ci impegniamo perché a Lecce il NO ottenga un successo importante.

(Per proporre alla valutazione della redazione un intervento pro o contro il quesito referendario, basta inviare una semplice mail a redazione@lecceprima.it indicato nell'oggetto "intervento referendum").​

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