Salotti, poteri, consenso e famiglie a Lecce: intervista a Giuseppe Fornari

Di lui si parla come di un possibile candidato del centrosinistra. Milanese d'adozione, ma sempre molto legato alla città, è stato tra i fondatori de La Rete

Giuseppe Fornari.

LECCE – Di candidatura ancora non parla esplicitamente, ma quella di Giuseppe Fornari non sembra una sortita estemporanea. Avvocato, leccese di nascita ma milanese di adozione, è stato citato nei mesi e nelle settimane scorse nel novero dei possibili riferimenti del centrosinistra per la difficile sfida delle elezioni amministrative di primavera.

Sabato 19 ci sarà un primo incontro aperto ai cittadini, sotto l’egida dello slogan “Una buona storia per Lecce”, dal titolo “Scusate se m’intrometto”. Un modo per entrare in punta di piedi in una situazione complessa e confusa, quale quella delle forze che ambiscono a fermare il governo del centrodestra in città.

Un primo momento per sondare il terreno, per ripresentarti ad una città dalla quale manchi da tempo.

Dopo 30 anni di lontananza da Lecce, dopo l’esperienza professionale e l’impegno sociale e politico nel Milanese, l’osservazione che una fase politica si stesse per concludere in una città che sta vivendo una fase di grande visibilità nazionale ma che nello stesso tempo che dà risposte poco soddisfacenti, mi ha spinto a fare le cose come ogni tanto le faccio, per passione e basta.

E’ evidente che il punto di partenza secondo me deve essere quello di colmare la cesura tra il mondo politico e la società che a Lecce mi pare radicata e preesistente alla disaffezione che si respira anche altrove. Mi pare che Lecce abbia avuto sempre caratteristiche feudali, non per forza a causa di dinamiche distorte ma per un fatto storico e antropologico. E’ evidente che tutto questo, prima o poi, sarebbe andato a scontrarsi con una realtà sempre più dinamica, complicata ed è chiaro che questo tipo di guida della città non risponde più alle esigenze e alle sue sfide di culla dell’arte, posizionata in maniera tutto sommato strategica, capoluogo di una provincia che è un brand oramai mondiale. Per dare queste risposte io credo che l’offerta attuale dei partiti sia insufficiente e penso che Lecce abbia talenti e risorse che se messe in moto e valorizzate possono cambiare questo cortocircuito.

Qual è la storia della tua formazione politica?

La mia storia nasce nei movimento dell’antimafia, di ribellione al sistema di corruzione decisamente degenerato. Sicuramente la magistratura ha supplito all’incapacità della politica di archiviare un’epoca. In quel periodo sono stato accanto a Nando Dalla Chiesa, Leoluca Orlando, sono tra i fondatori della Rete che si chiamava esattamente Movimento per la democrazia – La Rete, che dal punto di vista ideale era e resta il mio partito: io mi definisco di centrosinistra e penso che la sinistra debba essere riformista, altrimenti non è, e radicale sui principi, sui valori, sull’onestà e sulla trasparenza. Una formazione, insomma, tutta post ideologica fondata sull’esigenza di rinnovamento e di rigore morale. Il mio percorso si sviluppa con la candidatura di Giuliano Pisapia prima e di Francesca Balzani alle scorse primarie poi. La vicenda del primo, per esempio, è stata un grande successo per Milano perché Giuliano è riuscito a dare una forte spinta riformista essendo molto rigoroso sugli aspetti etici, tenendo la barra dritta per quanto riguarda gli incarichi, le consulenze. Un sindaco galantuomo.

La situazione della sinistra a Lecce è particolarmente difficile. E’ quasi sparita dai quartieri periferici e le sconfitte elettorali sono nette da un quindicennio.

La sinistra deve smettere di essere salottiera, di ritenere che la vita si svolga solo nel centro storico e deve pensare che la risposta è il cambiamento che presuppone anche un profondo ripensamento di sé, proprio perché la cesura con la città è netta e le dinamiche perseguite sono quelle di scimmiottamento del centrodestra che però è molto più bravo nel mettere in pratica dinamiche che sono di piccolo e quotidiano consenso con promesse e magari anche elargizioni di piccolo cabotaggio. Se la sinistra fa questo mestiere, lo fa male e perde. La sinistra deve fare un altro lavoro, anche più lungo. Per questo il mio percorso con questo movimento non può non considerare l’eventualità che il passaggio prossimo possa anche essere uno step intermedio in un percorso faticoso per ripescare una per una le persone che si impegnano per la città e che per vari motivi sono rimasti ai margini. La sinistra deve andare a prendere talenti dovunque siano, perché questo consente il cambiamento.

La sensazione è che Lecce sia da tempo governata da un accordo tra famiglie che comprende anche dei pezzi di centrosinistra.

Queste dinamiche vanno rotte, bisogna avere la sfrontatezza di dire che questi salotti non possono più rispondere alle esigenze della città. Il punto vero è far capire alle persone che si può rompere questo meccanismo dei salotti in cui anche un pezzo di centrosinistra si è accomodato consentendo col suo lasciapassare un centrodestra perennemente vincitore. Bisogna dire che questa epoca è finita, non perché lo dico io ma perché le sfide impongono di fare i conti con una realtà che non è più governabile da quattro famiglie leccesi. L’alternativa è fare i conti con il declino che oggi è mascherato dal flusso dei turisti, dalle bellezze artistiche, dalla griffe Salento, ma siccome noi dobbiamo guardare in prospettiva, è destinato a morire e una volta che sarà esaurito questo periodo fortunato che però non è governato per cui ti ritrovi una città che non sa rispondere perché non ha infrastrutture, perché non ha una classe politica forte che vada a Roma o a Bruxelles a chiedere certe risposte. I salotti tutto questo non lo reggono più. Ci vuole un centrosinistra rifondato partendo dall’ascolto delle persone, ritornando tra la gente, facendo capire che lo scambio tra la politica e la città è di mutuo scambio e non è il buono di benzina in cambio del voto perché il buono si consuma e finisce.

Domani la seconda parte dell'intervista

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