Intervista a Luca Casarini: "Questa disobbedienza è democrazia"

Storico esponente dell'antagonismo italiano, oggi a San Foca tra gli attivisti del presidio No Tap e gli amministratori che stanno animando la protesta

Con il giubbotto rosso, Luca Casarini.

SAN FOCA (Melendugno) – Luca Casarini, oggi componente della direzione nazionale di Sinistra Italiana, ha conosciuto per la prima volta i volti della mobilitazione contro il gasdotto Tap. Storico leader italiano delle “Tute bianche”, poi “Disobbedienti”, comunque uno dei soggetti più attivi nel movimento No Global, è un profondo conoscitore delle dinamiche del conflitto sociale in Italia che ha praticato in prima persona e per la quale è stato anche condannato in tribunale.

Qual è l’impressione che ti stai facendo del fronte No Tap?

“Mi sembra una lotta straordinaria: ci sono i sindaci, ci sono tanti giovani e il livello di consapevolezza è molto alto. Qui si ragiona di meccanismi finanziari, non solo di ulivi che vengono espiantati e che sono il simbolo più odioso dell’arroganza di questo tipo di processi, visto che stiamo parlando di una grande opera, di tecnocrazie che riescono a manovrare parlamenti e governi per produrre volani finanziari che poi hanno poco a che fare anche con la realizzazione dell’opera stessa. Si sta progettando una devastazione in nome non tanto di un gasdotto, ma di profitti nel project financing, cioè quello che le multinazionali hanno drenato di denaro pubblico e che poi viene calcolato come future, da piazzare in borsa. Io ho incontrato qui tante persone informate, che non sono disposte a farsi dipingere come quelli affetti da sindrome Nimby, non come ambientalisti romantici, ma che si sentono parte di una umanità che resiste e che resistendo progetta anche un nuovo modo di pensare il territorio. Quando i movimenti hanno queste caratteristiche costituenti lasciano delle tracce, lasciando un sedimento culturale e politico importante”.

In questa vicenda il ruolo della politica a tutti i livelli è fondamentale. Se il progetto riguarda la Puglia e San Foca un perché ci deve essere. Quali sono le responsabilità?

Se siamo ridotti così è perché ci sono stati anni di sottovalutazione, di complicità, di non assunzione di un problema come centrale. Tutte queste cose, a volte, sembrano piccole all’inizio invece poi scopri che sono nodali. Oggi però con la consapevolezza che è stata acquisita, non è più possibile sbagliare. Dieci, venti anni fa poteva anche accadere di scambiare delle cose per delle altre, oggi è tutto pubblico. Mettiamo il fatto che qualcuno vedesse nel gas una possibile alternativa al carbone, oggi è impossibile crederci perché lo stesso governo che autorizza Tap è quello che autorizza le trivelle, ma non solo perché dal punto di vista del piano energetico nazionale sa benissimo che questo gas non servirà né al Salento e nemmeno all’Italia ma solo ad alimentare monopoli privati.  Il meccanismo prevede società private che costruiscono opere attraverso pesanti azioni di lobbing per drenare enormi risorse pubbliche. Questi ulivi li dovevano eradicare per giustificare i soldi già presi e averne degli altri”.

Cambia la consapevolezza, cambia anche la manifestazione del dissenso.

“Il potere di decidere, fare, imporre è una dinamica complessa che è fatta di comunicazione, di convincimento, di legittimazione e di forza materiale rappresentata da questi jersey, da queste grate e da centinaia di poliziotti che arrivano. L’unica soluzione per chi è piccolo e vuole combattere un gigante, come nel judo, è di utilizzare la forza del nemico e ritorcere contro di lui tutta la sua dirompenza politica, comunicativa, anche quella militare. Qui ci sono riusciti e bisogna studiarla questa cosa. Qual è il segreto? Gli ulivi ci hanno aiutato perché è chiaro che problema non tanto l’espianto di 200 alberi, ma i sindaci ne parlano come fossero persone di famiglia: questo è un punto centrale perché gli ulivi racchiudono una storia millenaria che è stata assopita, nascosta ma che ci sta facendo riprendere coscienza del fatto che gli ulivi hanno accompagnato la nostra evoluzione, sono una cosa viva. Mai pensare che l’elemento dell’identificazione empatica sia secondario perché penso che sia un elemento destrutturante della narrazione del progresso che ci ha portato al disastro. Gli indiani del Sud Dakota che si ribellano alla pipeline sono No Tap, c’è un linguaggio universale che sta attraversando soprattutto il mondo occidentale nel quale si riscopre l’esigenza di riscoprire le radici di essere umani. Nel momento in cui parliamo di tassazione sui robot non mi sembra un elemento secondario.

L’opposizione al gasdotto come può continuare a essere efficace?

Con l’intreccio tra istituzioni locali e movimenti perché in questo tipo di situazione c’è la democrazia che non è una cosa già data che si conquista giorno per giorno e si modifica in continuazione. L’intreccio è un elemento di forza perché quando i poliziotti devono caricare uno con la fascia tricolore oppure quando hanno davanti delle famiglie che probabilmente sono venute perché c’è il loro sindaco, è una cosa diversa che caricare un ragazzo. Infatti cosa sta cercando di dire la politica in questi giorni? State a casa. Qui invece si dice no, la democrazia è un’altra cosa, non è essere soldati di un capo, è costruire condivisione, consapevolezza, opporsi e disobbedire. La disobbedienza è un elemento della democrazia, infatti quello che loro vogliono è un’altra cosa, una società piatta che accetta tutto quanto viene imposto da una oligarchia. Cambia anche il concetto di autorità: i sindaci che sono qui sono le istituzioni perché le istituzioni sono il luogo in cui i conflitti si trasformano in progetti, mentre la legge impone. Noi viviamo in una post democrazia della norme, non delle istituzioni. Penso anche che molti ragazzi che sono qui studino meglio questi processi che dai banchi delle scuole o delle università”.

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