A Lecce in soli sei mesi i due volti di Conte in un'Italia in attesa del futuro

Qui annunciava la sua esperienza di governo al capolinea. Ma sempre qui, parla oggi in prospettiva futura. Molti sembrano aver già dimenticato

“Non bisogna pensare come nella vecchia politica, lavorare a una chance di governo. Sarebbe una prospettiva completamente sbagliata. Io, personalmente, l’ho detto: non ho la prospettiva di lavorare per una nuova esperienza di governo. La mia esperienza di governo termina con questa”. 

Lecce, 24 marzo 2019. E’ storia.

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Lo scenario è avveniristico, quello del campus universitario Ecotekne. Per contrasto, non s’intravede il futuro, la luce di un nuovo giorno. Primi sintomi di crisi incipiente, fastidio evidente nel portarsi dietro la Lega, forse un pizzico d’imbarazzo anche nel trascinarsi per catene alcuni immaturi e chiacchieroni pentastellati che pure l’hanno tanto amato.

Ma c’è poco da dire. Sono quelle le uniche parole degne di nota a un orecchio esercitato alla caccia della notizia, nel pesante consesso celebrativo della firma per quattro nuovi laboratori di ricerca. Escono dalla bocca di Giuseppe Conte, atteso per ore sotto il primo, impietoso, sole primaverile, solo per avere il conforto di una dichiarazione piccante strappata a mille altre, trascurabili, fra una selva di microfoni e macchine fotografiche.

Non c’è una nota più alta nel proferirle, un’enfasi. Scorrono nel fiume di frasi con studiato tono uniforme e bisogna saperle cogliere, fermarle nella mente, riascoltarle in ufficio sbobinando il registrato. Solo così, ci si fa caso: risuonano come una sentenza inoppugnabile. La sintesi? “Io ho chiuso”. Inutile girare attorno.  

A Lecce, in particolare, quel giorno si stringevano mani e firmavano carte per la nascita di uno studio sui cambiamenti climatici nell’Artico, ma intanto, c’era il gelo nel cuore del premier prima versione. Ma, ecco, ora rimarrebbe di sasso anche l’impavida guerriera nordica dell’ambiente Greta Thumberg, se leggesse queste righe. Perché l’italico cambiamento climatico è stato talmente rapido e bizzarro, da provocare violente vertigini e scioglimento repentino di ghiacciai. La scena? Resterà scolpita nella mente degli osservatori, scheggia di memoria nella storia che fluisce: Conte che decreta la morte di Matteo Salvini, un’amorevole mano sulla spalla con quel tono piatto, studiato, soporifero e nel contempo letale. Morte, amore. Che fantastico paradosso.

E siamo a oggi. Sei mesi esatti dopo (22 settembre). Latitudine e longitudine, sempre quelle di Lecce. Eccolo qui, di nuovo Giuseppi Conte, nel frattempo, non si capisce come, penetrato persino nel duro cuore d’acciaio di Donald Trump, che pure è agli antipodi. Scenario diverso, questa volta, il burroso e seducente barocco della città vecchia celebrato nel mondo. L’antico che sopravvive ai secoli, non l’ultramoderno destinato a rapide mutazioni. L’occasione sono le Giornate del lavoro della Cgil, salda – più o meno – aggregazione di 5 milioni di incazzati nudi e puri che pendono a sinistra. Alle sue spalle c’è un governo (quasi) nuovo di zecca, depurato dalla Lega e rimpiazzato dal Pd. E lui viene dritto nientemeno che dalla riunione dei giovani di Fratelli d’Italia, chiusa al grido di “questa è democrazia”. Ah, però. Rispetto per le visioni opposte.

Furbo. Basta non urlare, mai. Metterla sul dialogo, come ripeterà pure davanti a Landini. Parlare e confrontarsi, parlare e confrontarsi. Cercare la pacificazione. Sempre. Così, dimentico del suo stesso drammatico verdetto di quei giorni che sembrava senza appello, ecco il nuovo Conte, il Conte bis, discorrere di novità sul fisco, mannaia sui grandi evasori, dialogo con le parti sociali, programmi d’investimento per il Mezzogiorno, con la solita, fluente, parlantina dai modi pacati che tradisce rispetto e note di apprezzamento. Qualcuno direbbe, uno stile vicino alla nonchalance. Discorsi, comunque, proiettati verso il futuro, e non prossimo, ma remoto. Guardando avanti di anni. Perché per cambiare il mondo ce ne vuole, figurarsi l’Italia.

Sei mesi. Solo mesi. Eppure, quelle parole che a Lecce avevano suggerito solo a inizio primavera titoloni su agenzie e giornali circa un abbandono imminente, smentite a fine estate, e sempre a Lecce, sembrano oggi proferite da chissà chi e quando. Con lo stesso, inconfondibile aplomb. Ed ecco, forse, il segreto di Conte premier double face, l’aspetto che colpisce, che lo rende impercettibile, indecifrabile. E’ il vecchio che si rinnova, che riesce a contraddirsi senza provocare conati. L’evoluzione dell’homo politicus (rigorosamente italicus), in grado di addormentare anche il cane da guardia più sveglio, sull’onda di un’atonia rincuorante. Non offende, non urla, non sbraita, non manifesta eccessi, non minaccia e promette tutto a tutti. L’importante, è avere un tono conciliante. Miglior politico del più navigato dei politici, senza avere esperienza politica. Chapeau.  

Viene da pensare che forse, oggi, si trovi finalmente più a suo agio, dopo aver messo a sedere tutti quelli che schiamazzavano. E che possa permettersi di pronunciare pure il contrario rispetto alle sue stesse affermazioni recenti (o meglio, fingere di non essersi pubblicamente arreso solo sei mesi or sono e parlare ora in prospettiva futura, come se non ci fosse un domani), forte anche della tendenza di questo Paese, quasi una malattia: la sua innegabile, impareggiabile memoria corta.

Intendiamoci. Non dispiace affatto che qualcuno parli finalmente a voce bassa, con apparente cognizione, che sembri ragionare sui fatti, ascoltare e mettersi in discussione, che non minacci ogni due minuti la terza guerra mondiale, con populistici piagnistei, infliggendo sulla tela della penisola cupe spennellate circa una prossima invasione. Ma si ricordi sempre che lo stesso premier, solo l’altro giorno, giusto un governo e mezzo prima, si era detto vicino a mollare tutto. Meglio: certo di mollare tutto.

Lecce ieri, Lecce oggi. Italia domani, in fin dei conti. E questo Paese ha bisogno di serietà, rigore, capacità, tenacia e non di nuove promesse sussurrate dopo aver gettato la spugna, e sempre sussurrando. Allora, vediamola così: rispetto a soli sei mesi addietro, s’è aperto uno spiraglio diverso, in cui Conte, oggi, si trova più a suo agio, ed è arrivata una sorta di chiamata alle armi. Per un’opportunità (quasi) inattesa. Ma i toni sempre sobri non cambiano la sostanza. E si potrà perdonare il trasformismo, perenne male della politica, solo se arriverà davvero qualcosa di buono. Siamo tutti alla finestra, oggi come ieri, in attesa che il futuro abbia inizio.

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