Salvemini: "Una città al bivio, abbia il coraggio di diventare moderna"

L'intervista. Il candidato di centrosinistra: "La città è cresciuta, ma ora è il momento di occuparsi del benessere e della qualità della vita dai suoi abitanti ". Vuole servizi pubblici efficienti e puntuali

Un momento dell'intervista.

LECCE - Lo sguardo, dall’ingresso del comitato di via Braccio Martello, si posa su una stele. Svetta esattamente di fronte. L’iscrizione ricorda quando lì si radunarono in trecentomila. A Lecce si celebrava il XV Congresso eucaristico nazionale. Era il 1956. L’evento lasciò in eredità l’altro appellativo di piazza Mazzini. S’è trasmesso fino al giorno d’oggi.

Ad averli, trecentomila voti assicurati. Nel capoluogo salentino, in realtà, ne occorrono molti di meno, è ovvio. Ma il problema resta. Rosicchiare posizioni a una destra dalle radici sempre solide, nonostante vacillamenti e mal di pancia, è una sfida titanica. Adriana Poli Bortone prima, Paolo Perrone poi, lo scettro si tramanda da un ventennio come nelle dinastie reali.

E così la sinistra ci riprova dopo aver inanellato insuccessi, ripartendo da dove aveva finito la sua avventura di governo cittadino, nel lontano 1998: da un Salvemini. Stefano, per la precisione, padre di Carlo, quest’ultimo già sfidante mancato nel 2012. Perse le primarie con Loredana Capone per poco più di cinquecento voti. Poi, Loredana Capone si arrese alla corazzata Perrone per circa 10mila preferenze. Nel gioco di proporzioni la partita sembra impossibile, ma cinque anni sono tanti, molto è cambiato nella percezione che i cittadini hanno di Lecce e lo stesso centrodestra locale ha vissuto psicodrammi, frammentazioni e divorzi. "E' ora di farlo", recita lo slogan scelto per la campagna. Campeggia immenso, frontale, nel comitato. E' l'inno al cambiamento.  

Inizia a piovere quando Carlo Salvemini rientra da uno dei suoi tanti giri. Si alza ogni mattina all’alba e traccia sulla mappa vie da seguire, porzioni di quartiere da sondare palmo a palmo. Non sembra stanco. Ha lo sguardo sicuro di chi ha già affrontato molte tempeste e portato avanti battaglie, spesso solitarie, forte di convinzioni inattaccabili. E’ ormai un uomo politico maturo, il tono della voce è calmo, riflessivo.

So che stai girando rione per rione. Qual è oggi il problema più impellente da risolvere a Lecce? Cosa ti raccontano i cittadini? Sembrerà banale – risponde -, ma i problemi più urgenti riguardano la manutenzione dello spazio pubblico: troppi marciapiedi rotti, troppa sporcizia, troppi parchi abbandonati. Lo spazio pubblico è anche un simbolo: non ci si sente pienamente cittadini di fronte ai giochi danneggiati del Parco Baden Powell o all’abbandono di Parco Corvaglia. Il Comune per i cittadini è il  marciapiede sotto casa rotto da dieci anni o il filobus che gira a vuoto in città. Lo spazio pubblico è invece il luogo della cittadinanza e prendendosene cura ci si prende cura del tessuto di relazioni che danno sostanza al senso di appartenenza a una comunità”.

La chiamata alle armi è arrivata a fine gennaio. Dopo una sfilza di nomi lanciati nel calderone da un centrosinistra che sembrava barcollare, un appello pubblico che ha fatto da spartiacque. Le riserve, sciolte in maniera ufficiale il 4 febbraio.   

Dì la verità. Ci hai pensato davvero molto, quando ti hanno proposto la candidatura, o in cuor tuo avevi già detto “sì” al primo squillo?  

Ci ho pensato seriamente – risponde, e sembra sincero -; mi sono preso il tempo necessario per riflettere, ho cercato le conferme di cui avevo bisogno tra le persone a cui voglio bene e anche tra i movimenti e i partiti che avrebbero composto la coalizione a mio sostegno”, spiega. “Ho l’ambizione di fare il sindaco di Lecce ma non sono uno sprovveduto. So che la politica è realismo, non semplicemente la proiezione di aspettative e ambizioni personali. Dopo pochi giorni ho detto sì, convinto che questa volta sia possibile vincere”.  

E’ la ferma convinzione di chi ha trascorso una vita da mediano. Un oppositore implacabile. Consulenze esose, scandalo Boc, filobus, via Brenta, ora il Pug e sicuramente altro che ora sfugge. Le battaglie che hai condotto svelando a volte malaffare, cattiva gestione, persino reati, sono note ed è inutile soffermarsi. Ma l'opera del centrodestra in questi decenni è tutta da azzerare? Soprattutto negli ultimi anni, ci sono iniziative della giunta Perrone che senti di appoggiare?

Provo a sorprenderti: io penso che la città sia cambiata in questi anni. E’ oggettivo, incontestabile. Abbiamo investito con intelligenza nel recupero del nostro patrimonio storico. Lecce è diventata più bella, ha rafforza rato il suo posizionamento nel mercato turistico. Lo testimonia la proliferazione delle strutture ricettive: alberghi, b&b, resort, agriturismo. Non sempre abbiamo saputo dare valore a questo investimento: molto beni pubblici sono privi di una idea d’uso. Contenitori privi di contenuto. L’Apollo è solo l’ultimo esempio di una politica molto attenta all’inaugurazione, poco o nulla interessata alla gestione e alla manutenzione. E’ ora di occuparsi di altro: del benessere e della qualità della vita di chi la città la abita, la vive. Dobbiamo mettere il cittadino ed i suoi bisogni al centro dell’azione politico ed amministrativa.

Salvemini è però candidato sindaco in un momento storico della sinistra italiana (che per la verità perdura da tempo) contraddistinta da scissioni e lotte intestine, vicende che dal nazionale si riflettono anche sul locale. Questo clima potrebbe porre un freno alla vostra ascesa in città, per giunta dopo anni di rincorse?

Sono anni che tutto il mio impegno è concentrato sulla città di Lecce e sono anni che non ho tessere di partito pur essendo profondamente impegnato in politica con l’associazione civica Lecce Città Pubblica. Le vicende nazionali – a suo avviso -, anche guardando alla storia, non influiscono sugli orientamenti di voto nella città di Lecce, che invece rispondono a dinamiche legate alla riconoscibilità di un candidato, all’impegno profuso per migliorare la vita quotidiana dei suoi concittadini, alla sua presenza radicata nel dibattito pubblico”.

Proviamo a guardare al domani. Immaginiamoci un Salvemini sindaco. Il primo passo della tua amministrazione?

Io non sono un appassionato dei primi passi o dei programmi dei cento giorni”, chiarisce. “Sono suggestioni giornalistiche certamente rispettabili, comprensibili. Ma io penso che l’operato di un sindaco si giudichi sulla distanza di uno o due mandati. Io tra dieci anni immagino una Lecce nella quale la qualità della vita dei cittadini sia alta grazie a servizi pubblici efficienti e puntuali. In ogni caso, la mia prima urgenza da sindaco penso sarà convocare tutte le persone che lavorano per il Comune e condividere con loro l’idea che operare al servizio dei cittadini non è un lavoro come gli altri, ma una missione e un onore. E motivare tutte le persone perbene che ho conosciuto in questi anni da consigliere di minoranza a impegnarsi con tutte le proprie forze per far fare alla città quel salto di qualità di cui ha bisogno”.

Adesso provo io a sorprendere lui. La partita si gioca solo sul filo Salvemini-Giliberti, o pensi ci possano essere sorprese? Non faccio nomi, nella domanda formulata in modo diretto, ma è ovvio soprattutto il riferimento ad Alessandro Delli Noci, ex assessore in rivolta. “Non lo so”, risponde. “Io non vivo ansie da prestazione, ma sono certo di essere l’unica alternativa credibile in campo. Giliberti è il candidato di una squadra di assessori e personalità politiche che hanno avuto a disposizione e hanno utilizzato il potere del loro ruolo istituzionale. So che per vincere dovremo essere più forti di tutto questo”.

Quale clima percepisci attorno a te? Vedi i leccesi disillusi rispetto alla politica o pensi che vi sia un rinnovato fermento? Sul punto il candidato del centrosinistra sembra sicuro. “Percepisco una grande aspettativa. La città è pronta a fare un salto di qualità che da troppo tempo viene prospettato, promesso, ma che ancora non è arrivato. Lecce si trova ad un bivio: o si raccolgono il coraggio e le energie per diventare una città europea, moderna, e io mi candido per guidare questo cambiamento, o si resta una piccola città bloccata da troppe incrostazioni che impediscono di cambiare ciò che va cambiato e di far funzionare ciò che adesso fa comodo che non funzioni. Pensi alla mobilità: senza un ricambio al governo della città sarà difficile avere bus efficienti e puntuali perché all’azienda municipalizzata conviene puntare sulle strisce blu, sarà impossibile aprire l’ex Enel perché i liberisti che governano si sono dimostrati allergici alla concorrenza. Assicuro che i cittadini leccesi lo hanno capito”.

La vita da sindaco, in generale da amministratore pubblico, è molto diversa da quella di fermo oppositore del sistema. Hai punti di riferimento, qualcuno che a tuo avviso ha fatto scuola e di cui vorresti seguire le orme? Mi osserva e abbozza un sorriso. Non ha bisogno di rispondere. Il pensiero vola a suo padre.

Come credi che ti considerino i tuoi avversari? E tu come consideri loro? Avverto diffusa stima, oltre al rispetto e alla considerazione. Sono attestazioni che mi fanno piacere perché sono il riconoscimento di un impegno serio per la città, pur in ruoli diversi. Per i miei avversari nutro il dovuto rispetto. 

Una domanda su un tema attuale per chiudere. Di Tap si parla molto e da anni. Ma solo sul fronte Melendugno. Mentre di Tap e del suo passaggio nel territorio leccese se n'è iniziato a discutere solo ora. Perché e qual e il tuo punto di vista?

Di Tap a Lecce si parla poco perché l’amministrazione uscente non ha voluto occuparsene, lasciando la patata bollente all’amministrazione entrante”, risponde, presentando il suo punto di vista. “Il gasdotto attraverserà per circa 20 chilometri in zone di pregio il nostro territorio: lo apprendiamo dal progetto Snam, che dovrebbe unire l’impianto di Melendugno-Vernole con quello di Mesagne”.

Come ne sono a conoscenza io – prosegue -, che sono un consigliere di minoranza, dovrebbe esserne a conoscenza anche il sindaco o l’assessore Martini, i quali, evidentemente, non hanno ritenuto di discutere il tema pubblicamente. La mia posizione su Tap è chiara da anni: sono contrario all’approdo del gasdotto a San Foca e ho i miei dubbi sull’utilità complessiva dell’opera. Mi preoccupa molto il fatto che tra le tre istituzioni coinvolte, Comune di Melendugno, Regione Puglia e Governo, non si sia instaurato quel corretto rapporto di collaborazione istituzionale che avrebbe consentito di spostare l’approdo da San Foca e di non far vivere al territorio il trauma che sta vivendo”.

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