La ripartenza di Salvemini: “È necessario insistere per il cambiamento”

La politica e il suo rapporto col civismo, le inchieste giudiziarie sulle case popolari, lo sfondo del nuovo piano urbanistico. Una intervista a Carlo Salvemini alla vigilia del primo appuntamento della campagna elettorale

LECCE – Alla vigilia del primo atto della campagna elettorale per le amministrative, pubblichiamo una lunga intervista a Carlo Salvemini. Nel 2017 è stato il candidato del centrosinistra al primo turno, per poi venir eletto sindaco al ballottaggio grazie all’apparentamento con Alessandro Delli Noci, rappresentante di un polo autonomo e in concorrenza con il centrodestra che era forte di quatto mandati consecutivi a Palazzo Carafa.

L’esperienza di governo è durata fino al 7 gennaio del 2019, quando si è dimesso per il venir meno della maggioranza che lo aveva sostenuto a partire da marzo del 2018. Poco prima, infatti, la sentenza del Consiglio di Stato aveva privato la sua amministrazione del premio di maggioranza attribuito dalla commissione elettorale in un primo momento: per venirne a capo, e per evitare un commissariamento che sarebbe stato di circa un anno e mezzo, Salvemini  ha siglato un patto programmatico con i tre consiglieri della lista Grande Lecce, eletti nelle fila dell’opposizione.

Al venir meno di quell’accordo, e con il rientro di fatto dei tre nei ranghi del centrodestra, Salvemini ha preso atto della situazione e dopo aver portato ad approvazione la manovra pluriennale di riequilibrio finanziario e prima ancora una complessa operazione legata alla sostenibilità della società partecipata Lupiae Servizi, si è dimesso. Il giorno successivo anche i consiglieri di opposizione hanno protocollato il loro passo indietro decretando lo scioglimento dell’assise cittadina che altrimenti sarebbe divenuto definitivo dopo 20 giorni dalle dimissioni del sindaco.

Domenica l’appuntamento è al Parco di Belloluogo. Un’occasione che sembra più conviviale che politica: intende rilanciare quel sorriso che tanto ha infastidito gli avversari e riversato su di lei anche qualche sarcasmo?

"Si riparte da uno spazio pubblico che è la definizione nella quale meglio si racconta il nostro impegno per la città. All’aperto, tra i cittadini, in semplicità, così come abbiamo sempre vissuto questi anni di impegno. Si rinnova la sintonia politica e programmatica con Alessandro, da molti vissuta con disappunto, che tanti consideravano una contingenza, ma che invece si rinnova come un’alleanza per la città".

Si è sempre dimostrato certo che questo sodalizio non si sarebbe sciolto, come pure potevano far pensare indiscrezioni e alcune suggestioni. Da cosa nasceva questa sua sicurezza?

"Dal lavoro quotidiano di 18 mesi di lavoro fianco a fianco, con lui e con i consiglieri eletti. Si è stabilita una sintonia, una trasparenza, una lealtà che mi hanno convinto di essere in presenza di una condivisione di scopo e di percorso. Non ho mai messo in dubbio che questa esperienza potesse proseguire, né penso che Alessandro abbia potuto immaginarsi altrove".

Il sostegno che Puglia Popolare ha annunciato rinforza il perno centrista della coalizione. Come valuta l’ingresso in coalizione di una forza che nel 2017 ha sostenuto Mauro Giliberti?

"Noi ci ripresenteremo agli elettori con la stessa compagine che ha governato Lecce negli ultimi 18 mesi, senza  Andare Oltre e con la presenza di un movimento di profilo regionale, civico e di provenienza moderata. Ho detto che la coalizione si definisce progressista, civica e moderata: saranno poi i risultati a definire gli equilibri interni, naturalmente io ho il compito di essere il garante dell’unità e della sintesi della stessa. Anche in questo caso sigliamo l’accordo sulla base di un accordo politico e programmatico che si può raccontare, che si mostra ai cittadini, partendo dal riconoscimento che ci viene fatto del lavoro intanto svolto, dalla volontà di proseguire su questo percorso di cambiamento della città e di discontinuità politico-amministrativa rispetto alle esperienze trascorse. Questo è un riconoscimento importante, è l’attestazione di una fiducia che ci viene accordata".

Progressista, civico e moderato sembrano gli aggettivi giusti per definire la sua biografia politica, soprattutto dopo l’uscita dal Pd, una decina di anni addietro.

"Possono essere considerati un sinonimo di centrosinistra, comunque anche di quella coalizione che ha governato per anni il Paese, certo con un’accentuazione allora più politica e meno civica perché c’erano i partiti tradizionali mentre adesso c’è una fragilità, una debolezza del radicamento sui territorio che incoraggia il protagonismo extrapartitico soprattutto nel governo degli enti locali. Per questo quegli aggettivi descrivono perfettamente i profili, la sensibilità, le esperienze di chi è chiamato a rappresentare la coalizione, io per primo".

La cultura politica riformista e progressista non gode al momento di buona salute, tra un Pd che a livello nazionale è preda di una cronica crisi di identità e una dimensione regionale dove sono frequenti le tensioni tra il governatore Emiliano e pezzi della maggioranza , a partire proprio dal Pd. Come pensa di neutralizzare questi fattori?

"Le frizioni e riflessioni che accompagnano il dibattito nazionale e regionale non le vivo qui. Sono un sostenitore delle specificità del valore dell’esperienza del governo locale, della necessità di metterla al riparo da questioni politiche legate a rapporti di forza tra soggetti organizzati che spesso, impropriamente, ne condizionano l’agire quotidiano. Ribadisco un mio convincimento profondo: noi innalziamo di più la qualità del dibattito pubblico se concentriamo le nostre attenzioni sul tema delle politiche, intese come azioni rivolte a migliorare la qualità della vita delle comunità e invece molto meno se la politica è intesa come rapporto di forza tra soggetti per la conquista del consenso e della leadership. Sono due cose diverse, che mi impegno ogni giorno a tenere separate. Io ho sempre davanti a me la preoccupazione di rispondere alla comunità su quanto essa chiede in termini di attenzioni, bisogni, di servizi che devono essere garantiti ed è questo il compito che ci viene assegnato e sul quale non dobbiamo arretrare di un millimetro".

Esiste una certa diffidenza verso il civismo, visto come casacca buona per ogni stagione, per giustificare allargamenti difficili da motivare sul piano ideologico. Ma, se i partiti arrancano senza trovare una rotta, il civismo ha una natura politica?

"Per me l’impegno politico si esprime negli spazi dell’associazionismo, del resto anche i partiti sono associazioni e così pure i movimenti civici. Afferiscono a opzioni diverse: i partiti agiscono per determinare la politica nazionale, hanno sempre avuto questo compito. Le associazioni invece si rappresentano su questioni più specificatamente locali. É evidente che in questa fase che vede, salvo poche eccezioni, progressivi sfarinamenti della dimensione dei partiti su scala nazionale, gli appuntamenti di ambito locale vedono la presenza anche dei soggetti civici: è stato chiaro nelle regionali abruzzesi, ma è vero da anni nelle elezioni amministrative. Oggi da soli i partiti non sono in grado di arrivare alla complessità sociale che si vive quotidianamente sul territorio. A livello nazionale invece, come avvenuto alle ultime politiche, la competizione è tra soggetti più o meno tradizionali. Sono due facce di una stessa medaglia, l’una non può sostituire l’altra, l’una non è migliore dell’altra: c’è lo spazio pubblico del protagonismo politico che viene presidiato da soggetti con caratteristiche di questo tipo".

Le politiche, ha sempre detto, si definiscono dall’impegno quotidiano. Ecco, la città che ha lasciato il 7 gennaio è un cantiere aperto, non metaforicamente. Da dove si dovrebbe ripartire?

"Dal principio della continuità amministrativa. Io mi auguro che si possa essere noi a riprendere in mano il timone e quindi portare a compimento i molti progetti avviati, avviare quelli che non abbiamo potuto far partire. Come diceva Aldo Moro, pugliese, salentino “per fare le cose occorre il tempo che occorre”. Noi abbiamo avuto la responsabilità oltre che l’onore di servire Lecce solo per 18 mesi, appena un terzo di un mandato amministrativo,  dopo un lungo ciclo di governo fatto di due mandati decennali di una identica coalizione. Questo ha determinato difficoltà anche legate alle note condizioni economico-finanziarie dell’ente  che hanno appesantito il nostro lavoro, alla gestione di emergenze sociali come quella della Lupiae Servizi, ma non ci ha distratto dal garantire l’ordinaria amministrazione, dal migliorare la qualità dei servizi, dall’agire con un lavoro di semina, il cui raccolto arriverà, sulle scelte strategiche in tema di pianificazione urbanistica, costiera, della mobilità, del commercio e di investimento materiale in opere pubbliche che, come si ricordava, sono testimoniate da cantieri aperti. Questo è quello che attende i leccesi da giugno in poi: chiederemo una rinnovata fiducia per poter continuare a fare quello che abbiamo solo potuto iniziare".

Una delle difficoltà strutturali del centrosinistra è la forza d’impatto delle liste. Quante la sosterranno stavolta?

"Partiamo da chi era con noi nel 2017 ed è stato con noi fino alla fine: Pd, Udc, Lecce Città Pubblica, ci saranno due o tre liste espressione del percorso di Alessandro, ci sarà Puglia Popolare, ci sarà, mi auguro, chi all’epoca stava con il Pd e con me e poi per ragioni di politica nazionale ne è uscito, come Mdp-Articolo 1. Avremo contributi nuovi come Italia in Comune, segno di queste esperienze che attraversano l’Italia (è il movimento del sindaco di Parma, Federico Pizzarrotti, ndr). Ci saranno i movimenti che sono sempre stati al nostro fianco, Idea per Lecce, Una buona storia per Lecce, tutti alle prese con il complicato compito di organizzarsi con donne e uomini che abbiano radicamento, passione e desiderio di mettersi al servizio della città, avendo tutti l’obiettivo di innalzare l’asticella dei consensi rispetto al 2017".

Qual è l’argine sinistro della coalizione?

"Al momento credo che Mdp rappresenti la linea, se vogliamo definirla tale, della coalizione".

Cambiamo tema. Due giorni addietro il rinvio a giudizio di decine di imputati, alcuni eccellenti, a seguito dell’inchiesta sulle case popolari: la prima udienza è stata fissata ad aprile, più o meno quando la campagna elettorale entrerà nella fase più intensa. Al netto degli sviluppi giudiziari, quale riflessione sulla città le suggerisce questa vicenda?

"Credo che, come sempre in vicende come questa, si debba tenere distinta la valutazione politica da quella giudiziaria: l’una spetta alle classi dirigenti, nel rapporto con la cittadinanza, l’altra ai giudici. Mi sembra di poter dire che mentre l’iter giudiziario sta andando avanti, dal punto di vista politico non si siano ascoltati gli stimoli alla riflessione su quanto accaduto, su una stagione lunga di governo, sull’esercizio del potere e sul ruolo che viene chiesto di svolgere agli amministratori pubblici. Per quanto ci riguarda, lo abbiamo detto più volte, il nostro compito è impegnarci per la discontinuità politica e amministrativa convinti che lunghi cicli di governo possano convincere gli amministratori di non essere al governo della città pro tempore e indurli invece inconsapevolmente a ritenere che la casa di tutti possa essere confusa con casa propria. Questa nostra esperienza credo sia servita, pur nelle limitatezza del tempo a disposizione, a trasferire questo messaggio importante: la politica al servizio dei cittadini, il Comune aperto a tutti, gli assessori trasparenti nel loro rapporto quotidiano con gli interessi. Questo è un risultato che noi riteniamo di poter credibilmente esibire in campagna elettorale".

Di recente Alessandro Delli Noci ha fatto riferimento alla preparazione del nuovo piano urbanistico come al motivo principale della fine anticipata della vostra amministrazione. Si tratta di un tema enorme che da solo vale gran parte del futuro di Lecce. Al centrodestra, del resto, non è bastato un lungo arco di tempo al governo per preparare la nuova pianificazione della città. È il vero sfondo della campagna elettorale?

"Noi abbiamo avviato un percorso che eravamo pronti a offrire a una prima valutazione, grazie al lavoro svolto dall’assessore Rita Miglietta. Io non ho certezza che sia stato il Pug il motivo per il quale ci hanno mandato a casa, credo che quella di Alessandro rientri nel campo delle interpretazioni possibili. Quello che è chiaro a tutti è che noi siamo stati percepiti come abusivi nel palazzo di città, come se fossimo entrati a casa d’altri e che quindi bisognasse impegnarsi allo spasimo per sgomberare. Siamo stati vissuti con manifestata e ribadita insofferenza, quasi fossimo un danno per la città. Ne abbiamo conferma dal fatto che si sono create le condizioni perché venisse meno il sostegno al mio governo senza poter esibire alla città un’alternativa in termini di coalizione, di strategie. Oggi quindi ci troviamo con un commissariamento che ci porterà al voto, probabilmente a giugno, con coloro che hanno deciso che questa esperienza dovesse interrompersi ad ogni costo  ancora alla prese con un dibattito anche teso al proprio interno su cosa e come e chi debba rappresentare il centrodestra al voto".

Seguirà con particolare interesse le primarie di metà marzo del centrodestra?

"Da cittadino e da candidato, nella misura in cui  si capirà chi, oltre ad Arturo Baglivo, candidato del M5S, concorrerà per la carica di sindaco".

Teme l’effetto trascinamento delle elezioni europee sulle amministrative?

"Difficile esprimersi perché non sappiamo se ci sarà l’election day oppure se ci saranno passaggi separati. Per esperienza sappiamo che i climi politici cambiano velocemente, non sappiamo da qui a maggio cosa accadrà nel Paese che comunque vive un momento complicato, con la maggioranza di governo costruita su un accordo che in più momenti e più passaggi mostra elementi di contraddizione e di conflittualità. Io sono concentrato esclusivamente sui temi del governo locale e sul rapporto con la mia comunità".

C’è stata una ragione che più di tutte l’ha convinta a ricandidarsi: il fatto di voler proseguire un’esperienza interrotta per cause di forza maggiore, il non volerla dar vinta dopo una vita politica spesa a rivendicare una modalità di governo diversa nei modi e nel merito da quella che si perpetuava da tempo, l’aver magari avvertito un sostegno, un apprezzamento dei cittadini, che non era scontato maturasse dopo un anno e mezzo a Palazzo Carafa?

"Come sempre accade in questi casi, è stato un mix di ragioni. Aver rispetto dell’onda emotiva che mi ha colpito un minuto dopo essere sceso dal treno dei “vincitori”: è stata un’attestazione importante di fiducia, stima e credibilità che mi è stata riconosciuta. Dall’altra c’era la consapevolezza che la necessaria discontinuità rispetto al passato non potesse essere raggiunta in così poco tempo, ma richiedesse il tentativo almeno di portarla a compimento in una intera legislatura. Queste sono le ragioni che sono prevalse a fronte di prudenze che sono inevitabili quando si vive la politica non come professione, ma come servizio, quando si è chiamati a fare i conti col proprio lavoro, con gli affetti, con la famiglia. Essere candidato prima e magari sindaco poi mi dà tanto, ma chiede altrettanto".

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