Per una nuova Europa fondata sull’equità. Intervista a Vittorio Emanuele Parsi

Parla il direttore di Aseri, Alta scuola di Economia e Relazioni Internazionali, anticipando i temi che affronterà il 23 aprile al Cinema Araldo di Casarano in occasione dell’incontro “Il nostro destino Europeo

LECCE - Qual è il destino dell’Europa? Per rispondere a questa domanda impegnativa, il gruppo VentottoGennaio organizza il 23 aprile alle 18 nel foyer del Cinema Araldo di Casarano un incontro a cui partecipano Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto, e Vittorio Emanuele Parsi, professore ordinario alla Cattolica di Milano, direttore di Aseri (Alta scuola di Economia e Relazioni Internazionali) ed editorialista di Avvenire e del Sole 24 Ore. L’ha incontrato il giornalista e scrittore Carmelo Greco, per farsi anticipare alcune delle questioni che affronterà durante il suo intervento.

Professore, l’incendio della cattedrale di Notre-Dame ha emozionato tutti, non solo i francesi. È come se, all’improvviso, nel mondo, ma soprattutto in Europa, fosse emersa una specie di unità. Qualche tempo fa si sarebbero scomodate le radici giudaico-cristiane…

“Bisogna essere molto sobri nell’evocare i simboli. Tutti, in quanto europei, siamo stati intimamente toccati senza che nessuno ce lo dicesse. Ognuno per come doveva essere toccato: chi perché si sentiva toccato nelle radici giudaico-cristiane, chi per la comune appartenenza all’Unione europea, chi per l’appartenenza alla cultura dei Lumi, chi perché sentiva la distruzione di un bene artistico di immenso valore. In questo c’è l’identità comune europea che si è costruita negli ultimi 60-70 anni. Non andrei oltre. Se ognuno cerca di appropriarsi di un sentimento che è condiviso, perché è di tutti e quindi non è di nessuno, questa identità si smonta e cade. Altro che il tetto della cattedrale”.

Nel suo discorso, subito dopo il disastro, il presidente Emmanuel Macron non ha fatto cenno all’Europa. È normale?

Macron si è rivolto alla nazione francese in veste di presidente di fronte alla distruzione di un simbolo di Parigi e della Francia. Ha fatto un discorso giusto, parlando ai francesi di un dramma francese, la distruzione di un loro monumento. E quindi va rispettato”.

Vanno rispettati anche gli inglesi e la loro scelta di abbandonare l’Unione? Come finirà la Brexit?

Incontro Europa Casarano-2“Tutti guardiamo con preoccupazione alla Brexit, ma il nostro futuro rischia di assomigliare a quello della Turchia, cioè di sovranità nazionali progressivamente limitate e vincolate dai Trattati, ma non assicurate a un punto d’approdo come l’Unione. In altre parole, né più sovrani e neanche più federali. Come è successo alla Turchia, svincolata dalla sua costituzione kemalista (riferita al padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, ndr), dal ruolo guardiano dei militari, con la promessa di entrare in un mondo diverso, quello dell’Unione, alla fine non è stata fatta entrare. Il “trapezista” è tornato indietro e ne ha approfittato Erdogan. Da qui la deriva autoritaria. Se guardiamo a quello che sta succedendo a molti Paesi in Europa, c’è il rischio di una deriva autoritaria sulla direzione turca. La Brexit resta all’interno di un dibattito costituzionale, con tutte le responsabilità politiche del leader conservatore di allora che ha pensato di usarla per far fuori la concorrenza interna. Ed ecco il risultato”.

Il legame fra Turchia ed Europa ne fa venire in mente un altro: quello tra Europa e Mediterraneo. È stato Aldo Moro ad affermare che “nessuno è chiamato a scegliere tra l’essere in Europa e essere nel Mediterraneo, poiché l’Europa intera è nel Mediterraneo”. È un legame reale o ideale?

“I contributi venuti dal Mediterraneo, sponda nord e sponda sud, a farci europei nel corso di tremila anni di storia, per quanto ne sappiamo e di cui abbiamo traccia, sono enormi. Non esisteremmo neanche per come ci siamo definiti, anche per opposizione, in certe fasi dei rapporti molte volte antagonistici, che però ci hanno aiutato a superare i momenti di antagonismo nella ricerca di una convivenza e di un sincretismo. Detto questo, il Mediterraneo ci butta anche in faccia la nostra incapacità di europei. Ci ricorda di avere europeizzato molte questioni: sicurezza, confini, politiche dell’immigrazione, politiche contro la disoccupazione e la disuguaglianza. E ci ricorda anche che la via che può aiutare, innanzitutto noi italiani, è l’internazionalizzazione delle questioni”.

Che cosa significa?

“Significa che bisogna partecipare ai tavoli di discussione, lavorare insieme agli altri, cercare le sponde e non pensare che ci si chiude e si scaricano i problemi sugli altri. In fondo, non è cambiato molto negli ultimi Governi che si sono succeduti alla guida della Repubblica: scaricare il problema sugli altri. Questo non solo è eticamente inaccettabile, ma è anche politicamente insostenibile. C’è un diritto internazionale che ci porrà di fronte alle nostre responsabilità nel momento in cui dovesse verificarsi un flusso di profughi da un Paese in cui c’è la guerra civile”.

Ipotesi che le recenti vicende della Libia rendono assai probabile. Saremo in grado di affrontare questa eventuale ondata migratoria?

“Non certo come adesso, trasformando automaticamente ogni richiedente asilo in clandestino perché la nostra macchina burocratica è sommersa dalle richieste e queste scadono senza essere processate. Mentre il problema sarebbe: come processo più domande per poter capire chi ha aspettative legittime di tutela giuridica e chi invece non ha questa aspettativa? Su cui subentra poi un giudizio politico, che non vuol dire che i secondi non godano di alcuna tutela. Ma questo è, appunto, un giudizio politico. Nel primo caso, invece, non c’è niente da giudicare, perché a sostenerlo è la legge internazionale a cui noi abbiamo aderito liberamente. Questa sarebbe una politica responsabile”.

Quanto è recente questa incapacità politica?

“È un processo graduale in cui la politica dei fatti, delle policy, dei regolamenti è stata sostituita dalla politica degli annunci, neanche delle promesse. Ed è aumentata, paradossalmente, con l’europeizzazione che si è inventata il vincolo esterno (“Ce lo chiede l’Europa”) fino a costruire classi politiche in cui una parte si appoggiava al vincolo esterno (“Non vorrei, ma devo”), mentre l’altra parte era contraria a questo presunto vincolo. Il che ha finito per deresponsabilizzare tutti. L’Europa è diventata il grande alibi. Il fiscal compact, il vincolo di Bilancio, i vari parametri sono stati usati per costruire politiche senza preoccuparsi di costruire consenso. Adesso c’è qualcuno che ottiene il consenso senza preoccuparsi di costruire le politiche. Ma è figlio dei predecessori che non hanno lasciato decidere su niente”.

Ha senso parlare di Europa dei popoli contrapponendola a quella dei burocrati?

“Il cambiamento in Europa è necessario, ma la palla è stata lasciata nelle mani delle forze che vogliono cambiare in una direzione, quella in cui i popoli esistono come una entità immutabile scolpita nella pietra. Sappiamo per esperienza, però, che chiunque di noi rielabora il proprio passato in base alle esperienze presenti e all’idea che ha del futuro. Perché dovremmo pensare che un aggregato, cioè il popolo, che esiste per proiezione mentale, non sia soggetto alla stessa dinamica? Non si tratta di dire: teniamo l’Europa o cambiamo l’Europa, quanto di definire in che modo vada cambiata. Io dico innanzitutto verso i ceti più deboli, che sono la maggior parte. La sfida di oggi si chiama equità. La gente non crede più che il sistema sia equo. Le persone credono che sia truccato e, quindi, non hanno fiducia nelle istituzioni”.

E come si fa a recuperare questa fiducia?

“Per ricostruire la fiducia nelle istituzioni, dobbiamo ricostruire la fiducia nell’equità. E la fiducia nell’equità si costruisce proponendo politiche attive per la lotta contro la disuguaglianza, che è il tema centrale. Dobbiamo rimettere in condizione l’Europa di essere quello che non è riuscita a essere finora: uno scudo contro gli effetti più pesanti della globalizzazione. Cosa che non è avvenuta per colpa dei Governi europei, tutti in passato sovranisti di fatto, non solo quelli di adesso”.

Però l’Europa, a proposito della mitigazione degli effetti della globalizzazione, ha varato alcuni provvedimenti contro colossi del mondo digitale come Google o Facebook. O no?

“Sì, qualcosa ha fatto. Ma bisogna partire dal concetto dei mercati e della circolazione di capitali, merci e persone. Oggi, fra queste tre categorie, chi si può muovere a minor costo e traendone più profitto sono i capitali. Poi vengono le merci e per ultime le persone. Non dimentichiamo che l’ordine liberale in cui questo è sorto, compresa l’Unione europea, prevedeva che anzitutto si muovessero le merci, un po’ i lavoratori e per nulla i capitali che erano controllati dai Governi e dalle rispettive banche centrali. Adesso, invece, è come se fossimo in un campionato di boxe in cui i pesi massimi combattono contro i pesi mosca. E poi si dà la colpa all’arbitro. Il mercato così com’è accentua la divergenza, perché è concepito per premiare semplicemente l’efficienza”.

Lo si potrebbe dire anche dell’Italia.

“Infatti, l’Italia “tedesca”, cioè il nord - ed è quello che ha capito in termini di fiuto politico uno come Salvini, che si occupa solo del consenso, ma non delle politiche – nel momento in cui è diventato un façon, un produttore di pezzi di ricambio per l’industria tedesca, ha fatto emergere il divario con un sud che peserà sempre sulle spalle della collettività italiana. Se il sud non si sviluppa, se si svuota, se perde giovani, capitali, investimenti in cultura perché le sue forze migliori vanno a Milano a cercare lavoro, ci costerà sempre di più. Ecco perché uno che abbia una politica vagamente nazionale e pensa davvero agli italiani, dovrebbe innanzitutto riflettere su come fare per sviluppare il sud. Lì avrebbe senso lo slogan “Aiutarli a casa loro”.

Tutto ciò detto, conviene andare a votare alle europee?

“Conviene sempre, perché il popolo quando vota esercita il suo diritto, ed è l’unico diritto che ha. Quando si parla dell’Europa dei popoli si dimentica che l’Europa dei popoli esiste perché esistono le Costituzioni. Prima c’era l’Europa dei sudditi. I popoli sono i cittadini “inventati” con le Costituzioni. Senza una Costituzione si è carne da cannone o tasse da spremere. Anche noi come popolo siamo definito dalla Costituzione, ecco perché sono importanti i valori costituzionali, mica perché sono parole scritte in astratto”.

Quale sarà l’esito di queste elezioni?

“Non credo ci sarà chissà quali tsunami. E neppure che arriveranno a fare maggioranze di blocco. Quelli che si chiamano sovranisti sono tutti alla ricerca di un interesse nazionale contro l’interesse dell’altro. Gli austriaci non fanno passare i migranti dal Brennero, e neppure gli Ungheresi, gli Slovacchi, i Polacchi, i Cechi. E questi sarebbero i nostri “amici”. Figuriamoci come possono mettersi d’accordo. Però, attenzione, non è che gli europeisti siano naturalmente d’accordo. Hanno la potenzialità di accordarsi, ma devono lavorarci. Bisogna comprendere che le idee buone non si vendono da sole. Lo strumento è portare una nuova convergenza su queste idee e riprendere l’egemonia culturale e politica, per citare la lezione di Antonio Gramsci”.

In che cosa si traduce oggi il concetto di “egemonia culturale”?

“Bisogna ritornare a dire che certe cose non stanno né in cielo né in terra. Non si può ogni giorno dire tutto e il contrario di tutto. Esiste una Costituzione, esiste un sistema in base al quale, ad esempio, il ministro degli Interni non può scrivere ai capi delle Forze armate dicendo loro che cosa fare, perché questo lo fa il ministro della Difesa. È la Costituzione, bellezza. Si chiama governo democratico”.

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