Lodo Monticava per 700mila euro, Torricelli si rivolge alla Corte dei conti

L'esponente del Pd sollecita una verifica della magistratura contabile su presunte negligenze e responsabilità del Comune di Lecce condannato dal collegio arbitrale a risarcire l'impresa aggiudicataria per lavori mai iniziati

Antonio Torricelli

LECCE - Non si può escludere che la Corte dei conti torni ad interessarsi degli affari del Comune di Lecce. Non per le vicende legate all'operazione filobus - di cui si è già scritto ieri - ma per una questione sulla quale il consigliere del Pd, Antonio Torricelli, vuole da tempo vederci chiaro, tanto da presentare al consiglio comunale, il 20 febbraio scorso, una richiesta poi votata all'unanimità di istituzione di una commissione consiliare di indagine sul lodo Monticava.

Il vice presidente dell'assise cittadina ha inoltrato una formale segnalazione alla Procura regionale della magistratura contabile, ricostruendo puntigliosamente la vicenda. Il primo atto è datato 13 aprile del 2000 quando viene siglato un contratto d'appalto - di 1 milione 852mila euro - per la costruzione di un centro di raccolta, prima lavorazione e stoccaggio del materiale proveniente dalla raccolta differenziata dei comuni del bacino afferente al capoluogo. Poi sorge un intoppo: il 25 luglio la direzione dei lavori comunica la sospensione degli stessi per la presenza troppo ravvicinata di un deposito di materiali esplosivi all'interno di una cava in attività. Contestualmente viene chiesta l'adozione di una variante di localizzazione, reiterata per ben cinque volte dal 2001 al 2009, fino alla decisione dell'azienda incaricata, la Monticava, di chiedere un risarcimento per 1 milione e 338mila euro e l'accesso alla procedura arbitrale

A quel punto Torricelli scrive a Maria Luisa De Salvo, responsabile dell'Ufficio legale di Palazzo Carafa, invitando l'amministrazione alla revoca della procedura attraverso un atto di autotutela fondato su due motivi: l'inammissibiltà dell'arbitrato perché non era espressamente prevista né sottoscritta la clausola compromissoria e l'arco di tempo - nove anni - trascorso dalla sospensione dei lavori, peraltro mai iniziati. Il settore legale del Comune, tuttavia, legittima la procedura così come fanni gli stessi componenti del collegio sottolineando come l'amministrazione, nominando il proprio componente nel collegio, "abbia manifestato, e solo in questa occasione, la volontà di accedere alla giurisdizione arbitriale". 

Il 22 ottobre del 2010 arriva il "verdetto": Comune condannato a pagare 807mila euro. L'amministrazione, nel gennaio successivo, propone l'appello ma il 21 ottobre viene accettata una transazione bonaria di 700mila euro. Il compenso finale  complessivo per il collegio arbitrale è di 250mila euro. 

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"Va tutto bene?" si chiede retoricamente Torricelli. "No, primo perché l’ente non doveva accedere alla proposta di arbitrato e poi perché si perviene alla ingombrante decisione, ripeto per un lavoro neanche iniziato, con danni richiesti e quantificati a distanza di nove anni e perché comunque amministratori e burocrati si sono sistematicamente dimenticati di dare seguito alla sospensione con una tempestiva e legittima revoca dell’appalto dei lavori ed altri si sono dimenticati di rispondere alle tante richieste (sopra evidenziate), consentendo all’impresa di legittimarsi nell’azione risarcitoria".

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