Le Sardine: rovesciata la logica tra generazioni, sotto attacco le rendite di posizione

Insieme ai movimenti ambientalisti, sono gli inattesi protagonisti del 2019. Tra curiosità e scherno, danno fastidio alle classi dirigenti e alla società impigrita e impaurita da un linguaggio pieno di slogan

Nella foto Ansa, una manifestazione delle Sardine.

LECCE - Le Sardine un primato ce l’hanno già: quello di essere la novità politica più significativa del 2019, insieme ai nuovi movimenti ecologisti che la figura di Greta Thunberg ha rilanciato come protagonisti del dibattito pubblico.

Le une e gli altri hanno alcuni tratti in comune, ma due mi sembrano i principali: fanno perno sul dinamismo di un pezzo delle generazioni più giovani, senza escludere la partecipazione di persone anche molto più grandi, ed esprimono un palese disagio verso le inadeguatezze della classe politica e dirigente, senza scadere nel qualunquismo e nel disfattismo.

Questi tratti che si possono considerare costitutivi, sebbene non esaustivi, bastano a configurare un’ipotesi di politica “altra”, fondata per le Sardine sulla difesa dei valori costituzionali e dei principi di solidarietà, per i movimenti ecologisti sull’adozione di pratiche immediate e sostenibili più che di manifesti ideologici.

Gli ambiti operativi sono in parte sovrapponibili: il terreno su cui si muovono i giovani dalla manifestazione di Bologna in poi è potenzialmente interclassista – le Sardine non sono i nuovi campioni di un ceto sociale che teme per l’erosione delle proprie sicurezze – mentre i ragazzi dei Fridaysforfuture navigano entro un orizzonte per forza di cose più vasto, quello di una sorta di internazionalismo ambientalista.

Da quando sono presenti nel discorso pubblico i movimenti hanno provocato molte reazioni, alcune isteriche, altre scomposte, da parte di coloro che si ritengono i legittimi detentori dell’agenda del dibattito politico e sociale, sia sul versante del potere costituito che dell'antagonismo di maniera: sono i partiti degli schieramenti tradizionali, intanto, che guardano alle Sardine, dalle quali si sentono più direttamente incalzati, secondo una gamma di sfumature che va da una benevola curiosità, nel migliore dei casi, alla derisione spicciola; ma sono anche quelli di più recente formazione e affermazione, che tendenzialmente parlano alla pancia del Paese con un linguaggio intriso di slogan sempre all’insegna della contrarietà (concetto che ha il merito di individuare con chiarezza un “nemico” – l’Europa, il migrante - al quale si attribuiscono tutte le responsabilità di una fragilità esistenziale esplosa durante la lunga crisi economica internazionale).

Questi giovani non erano protagonisti attesi di questo 2019 e la loro capacità di rendersi visibili li rende ingombranti, provoca fastidio, tanto più in un paese dove la gerontocrazia è ancora dominante e la propensione al rinnovamento - che non è solo questione anagrafica, ma soprattutto - rallentata in tutti i modi: nei salotti televisivi, sui banchi delle istituzioni, sulle cattedre universitarie, alla guida di aziende, alla testa dei sindacati, dovunque l’età media è troppo alta e i ruoli molto spesso coincidono con rendite di posizione che col merito hanno ben poco a che fare. E allora li si attacca con lo stesso atteggiamento che il più grande di solito riserva al più piccolo, facendo leva sull’immaturità.

Le Sardine non hanno proposte concrete; i seguaci di Greta non fanno i conti con l’economia reale, con l’esigenza di profitti e salari per far girare il mondo civilizzato: questo è il mantra ripetuto. Ma né le une né gli altri, a ben vedere, ambiscono a sostituirsi ai grandi: indicano loro, semplicemente, una direzione diversa dicendo con nettezza quello che non si dovrebbe più fare, ciò che per loro è diventato o è sempre stato inaccettabile. Questa è una differenza di impostazione banale e allo stesso tempo disarmante, un rovesciamento della logica del rapporto tra generazioni. La risposta alla crisi economica (semplificando molto, è questo che dicono), non è lo scatenamento di una guerra tra poveri – italiani che non arrivano a fine mese contro migranti -; la risposta al surriscaldamento globale non può essere la pavidità dei governi rispetto all’assunzione di impegni precisi e vincolanti. 

Comunque la si veda, sono punti di partenza chiari, che rompono le regole del gioco consolidate sempre di più nell’ultimo ventennio almeno e che consentono a ciascuno di collocarsi da una parte o dall’altra del campo rispetto a nodi ritenuti cruciali. Questi giovani, detto altrimenti, inchiodano con pochi principi le classi dirigenti (politiche, economiche, sociali) alla contraddizione dei loro linguaggi (un po’ industrialisti, un po’ no; un po’ ambientalisti, ma nemmeno tanto; cristiani per lo più, ma indifferenti alle stragi nel Mediterraneo), alla cecità della loro visione (tutta tesa al mantenimento della rendita di posizione), alla inadeguatezza ad affrontare la contemporaneità con approcci e strumenti complessi, almeno quanto i problemi che si vorrebbe risolvere. 

E che questi giudizi negativi siano condivisi da una fetta tangibile della popolazione italiana, insofferente e desiderosa di nuovo slancio, lo dimostrano le adesioni alla sfida della piazza, quella stessa dimensione pubblica che da molti anni è sistematicamente evitate dai leader "maturi" che preferiscono rifugiarsi in strette strade del centro o nei teatri (quando li porti nei palasport, già si vedono i vuoti). Non si può dire oggi se e quanto potrà durare questo fenomeno e se resterà nell'ambito dello spontaneismo, ma una cosa appare certa: che ci siano solo qualche centinaia di persone oppure diecimila e più, questi giovani provano a ricostruire il valore delle relazioni, in un'epoca di lacerazioni sociali impressionanti, e a riempire quel vuoto di idee e di coraggio che, oggi come oggi, divide la politica in due schieramenti: quelli che proiettano sugli altri le proprie paure, la destra, e quelli che fondamentalmente ne restano prigionieri, la sinistra. 

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