"Tac, dietrofront sui diritti": Cgil denuncia salari sempre più bassi

Il problema, secondo il sindacato, è determinato dalla contrattazione di secondo livello che non migliora le condizioni. Eppure il comparto, dopo la crisi, è in ripresa

Foto di repertorio: i macchinari di un'industria tessile

LECCE - Il Salento fa marcia indietro sui diritti e sulle retribuzioni dei lavoratori del comparto tessile abbigliamento calzaturiero (Tac). Quello stesso settore che, fino a pochi anni fa, rappresentava lo scheletro produttivo del territorio.

Nel settore si intravedono confortanti segnali di ripresa ma il gap con le regioni del Nord resta elevato ed è evidente nella produzione complessiva delle aziende (-40 percento). A fare da spartiacque è essenzialmente la retribuzione media delle maestranze che, al Sud, risulta inferiore di un quarto, superando a malapena i 700 euro lordi per un dipendente di primo livello, contro i mille e 200 delle regioni più ricche.

Questi i dati diffusi dalla Filctem Cgil Lecce che è intervenuta nel dibattito nazionale aperto dopo la pubblicazione di un dossier firmato da Femca Cisl e Adapt. Un report che fotografa la ripresa del settore e, contemporaneamente, la sua criticità più grave: il basso livello di retribuzione.

“Accanto a imprese sane, che sviluppano il proprio business rispettando il contratto nazionale e i diritti, in provincia di Lecce si fanno sempre più frequenti gli accordi di secondo livello che derogano dal contratto nazionale con sacrifici enormi richiesti ai lavoratori in termini di diritti e di salario – ha spiegato il segretario locale Franco Giancane- . La crisi scoppiata nel 2008 continua ad essere l’alibi utilizzato dalle imprese per applicare una sorta di ‘gradualità al contrario’ che non possiamo tollerare”.

Il sindacato di categoria di Cgil ha lanciato l'allarme su un possibile ritorno al passato. O meglio, a prassi degli anni scorsi che si ritenevano superate. Il falla è proprio la contrattazione di secondo livello che determinerebbe una perdita secca nelle buste paga, anziché migliorare le condizioni stabilite nel Ccnl.

“Tutta una serie di istituti contrattuali sono sospesi col placet di Confindustria e di altre sigle sindacali, che a più riprese hanno tentato di sottoscrivere accordi irricevibili per la Filctem – aggiunge Giancane -. Accordi che prevedevano: taglio ai salari fino al 60 percento; azzeramento dei premi di produzione; neoassunti costretti ad un periodo di prova di sei mesi a 650 euro (per 40 ore); in alcuni casi anche la sospensione per la durata dell’accordo di tutte le maggiorazioni; sospensione di permessi a titolo di riduzione orario lavoro (Rol); mancato riconoscimento delle festività soppresse. Per non dire delle deroghe richieste, e da taluni firmate, al cosiddetto decreto dignità che fissa un limite al 30 percento dei contratti a tempo determinato sul totale dell’organico a tempo indeterminato: molte aziende chiedono di derogare al limite fino all’80 percento. Per fortuna la Direzione territoriale del lavoro di Lecce ha respinto molti di questi accordi”.

Filctem teme che si voglia far pagare la crisi ai lavoratori, ponendoli di fronte al bivio del ricatto occupazionale: volete il lavoro, seppur con meno diritti e salari bassi, oppure no?

“Questa situazione innalza anche la concorrenza sleale. Le tante aziende sane del territorio, protagoniste vere della rinascita del settore, dovrebbero affiancare la Filctem-Cgil nell’azione di tutela dei lavoratori e per il rispetto del contratto nazionale, in modo da contrastare il dumping contrattuale che svantaggia anche loro. Oggi in provincia di Lecce ci sono tutti i presupposti per un Tac di qualità, che possa fare da traino per la ripresa economica ed occupazionale del Salento. A patto però che non si facciano passi indietro sul contratto nazionale e sui diritti dei lavoratori”, conclude il segretario.

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