Viaggio nell'inferno del pronto soccorso: aggressioni, caos e tensione continua

Gli operatori vivono una situazione esasperante e che rischia di diventare esplosiva. I varchi aperti a tutti senza porte di sicurezza, nel triage entrano scalmanati. Insulti e minacce all'ordine del giorno. E intanto, si tagliano orari al posto fisso di polizia. Di notte, diventa un incubo

LECCE – Come essere seduti sulla cima del Vesuvio. L’ultima eruzione è del 1944. La prossima, non si sa. Accadesse domani, sarebbe il disastro. Eppure la vita continua. Dicono che è un pensiero che danza nel subconscio. Si sa che il pericolo esiste, ma anche il cervello ci fa il callo e alla fine si va avanti. A oltranza.

Loro, gli operatori del pronto soccorso, la vivono così. Seduti sulla cima di un vulcano quiescente. Un occhio sul monitor, l’altro puntato verso i varchi. Eternamente sul chi va là, fin quasi a scordarsi di essere in emergenza. Che qui è uno status perenne. E non solo per i feriti che devono soccorrere. Ci sono la rabbia dei parenti per le attese interminabili e le imboscate degli esagitati da scansare.

La sensazione è che qualcuno prima o poi ci possa andare di mezzo con qualcosa di più pesante di un “vaffa” o di un ceffone. Di fronte al quale non replicare mai con le mani. Bisogna evitare, cercare di capire, resistere passivamente, sperare che il vigilante sia in zona e il posto fisso di polizia non serrato a chiave per tagli d’organico.

Si chiama ottimizzazione delle risorse, si legge paura. Ma poi si è tutti umani e a volte si perdono le staffe e si alza la voce. Stanchezza e tensione, un mix potenzialmente letale. E sprizzano le scintille.

Mezza giornata al pronto soccorso del “Vito Fazzi” di Lecce, quasi in incognito e per pura necessità - il trasporto per una visita urgente seguita dal ricovero di una persona molto cara -, rendono meglio l’idea di quanto non riescano decine di comunicati di sindacati, organizzazioni, partiti, singoli esponenti politici e associazioni, su cosa sia la definizione di caos in questo luogo di varia umanità. Da ridere amaro, se si pensa che lo chiamano, in burocratese, piano di riordino.

Si percepisce a pelle che il carico è smisurato. Chiusi i battenti del pronto soccorso di Campi Salentina, detto addio anche a quello di Nardò, il “Fazzi” è diventato l’ombelico del mondo, la confluenza di un oceano di ammalati, veri o immaginari. Lo scorso anno, 90mila accessi. E al momento si viaggia attorno ai 67mila (fonti ufficiose, ma attendibili).

Il personale, però, è sempre lo stesso, i pazienti finiscono anche in tre nella sala delle visite e se il fato ci mette del suo e arrivano un paio di codici rossi tutti assieme, è la fine per gli altri sofferenti. I tempi si dilatano, la pazienza si restringe. Qui nascono liti e incomprensioni. Anche perché nell’immaginario collettivo, ataviche disfunzioni strutturali hanno instillato il pericoloso e grossolano cliché che al pronto soccorso certe inefficienze siano il frutto di strafottenza. E invece, qui si dannano davvero, un medico risolve casi anche vitali ogni giorno, ma verrà menzionato solo per una denuncia, mentre un infermiere si può anche scordare l’indennità. Lo stipendio è quello, prendere o lasciare.    

Che poi, i malati, non lo sono forse tutti e per davvero. Italica furbizia, spesso. Oddio, non sono tutti in malafede. C’è chi non è abbiente e fa di necessità virtù. Ma il mondo gira in ogni caso al rovescio. Nonostante un cartello all’ingresso (quasi un vademecum su cosa sia un pronto soccorso), consigli espressamente il contrario, qui arriva anche chi vuole una visita oculistica o l’otorino gratis. Per dirne solo un paio. Anche perché qualcuno non intende andare dal proprio medico curante. Mentre qualcun altro, a domanda, risponde candidamente: “Il mio medico? Non risponde mai al telefono”. Alzi la mano a chi non è mai capitato. Insomma, ci sono casi e casi, persone e persone. Il dramma, comunque la si veda, è che il gran finale non cambia mai: sovraffollamento.      

E poi ci sono le parentesi nelle parentesi. Per esempio, i pazienti psichiatrici. Qui vagano come se fossero di casa. Salutano tutti e qualcuno gli regala una bibita, un pacco di patatine dal distributore. Si stendono sulle sedie della sala d’attesa e sonnecchiano. Ogni tanto sorridono. Ma se hanno la luna storta, possono arrivare a spaccare le porte. E non bisogna per forza avere qualche problema mentale per incutere sacro timore, bontà loro che non ne hanno colpa se gli gira così. Ci sono anche gli invasati per la droga e gli sconfitti dal demone dell’alcool per i quali l’esorcista è sempre quest’ingolfato pronto soccorso. Ieri notte, per esempio, sono arrivati tre ubriachi. Ma ubriachi “a stozze”, come dicono i leccesi. Un paio erano tranquilli, più che altro messi ko dal vino o chissà cos'altro. Ma uno era fuori di sé. Hanno dovuto chiamare i carabinieri.  

Il posto fisso di polizia è sempre stato un deterrente. Ma in periodi di spending review (e ci risiamo con i tecnicismi, stavolta rubati all’inglese), anche la questura deve tagliuzzare di qua e di là. Così, da quest’estate si va avanti a singulti. L’idea è di restringere gli orari dei turni dalle 8 alle 14 e dalle 14 alle 20. Addio notti. Già, ma è soprattutto la notte che porta scompiglio, quando arriva di tutto e di più, compresi tanti stranieri senza fissa dimora che hanno eletto quest’area a giaciglio. E a volte sono guai di fronte a qualche scalmanato. Senza considerare che, se manca l’agente per malattia o ferie, non c’è copertura nemmeno di giorno. Questo week-end si stanno facendo il segno della croce, lì nel pronto soccorso. Sarà uno di quei momenti.  

Il fatto è che chiunque può entrare nel triage o nei corridoi. Non vi sono porte di sicurezza. Così, basta che arrivi un’ambulanza all’accesso dei codici rossi e gialli, con paziente in barella, e dietro il codazzo di parenti e amici s’infila. Non sempre persone tranquille e in grado di sostenere un’attesa. Tutti hanno a cuore le sorti dei propri cari, ma c’è chi esagera e non perde tempo per usare toni bruschi, se non proprio le mani. Il corollario di minacce è variegato e va dal “ti aspetto qui fuori” al “ti brucio la macchina”.

Altro accesso spalancato, quello dai codici bianchi e verdi. La saletta del triage è ridicolamente separata da mezzi di fortuna. Leggasi: il pannello usato dai radiologi per bloccare le radiazioni. Se la racconti in un ospedale del Terzo Mondo, pensano che stai scherzando.

Tant’è. Quel separé si sposta con un calcio. E ci si ritrova in un nonnulla dentro a minacciare l’infermiere di turno. Se poi non c’è la guardia giurata attorno, perché impegnata altrove, è la fine. Le aggressioni sono quasi quotidiane. All’improvviso, nel bel mezzo della compilazione di moduli, sbuca qualche parente con gli occhi spiritati che strattona. Mentre i medici chiamano in continuazione ora per questo, ora per quello, vista la carenza di operatori socio sanitari. E un clima tormentato, in uno stato di confusione costante, non può che produrre effetti nefasti. Si rischia di perdere concentrazione, di valutare in modo errato un codice. Più volte gli infermieri hanno scritto ai piani alti chiedendo almeno la chiusura degli accessi. Lettera morta.

L’altro giorno una giovane donna è stata denunciata da due infermiere. Non sono sempre e solo i pazienti ad agire per presunta malasanità. Per la seconda volta era stato portato il suo fidanzato con un dolore all’inguine. Non sembrava intenzionata ad aspettare, e allora giù insulti e offese davanti a tutti. Una scenata molto pesante.  

Se questa è quasi la norma, in questi giorni i nervi sono tirati come corde di violino. Troppo fresca è la storia della morte di Emanuele Levante, 25enne di Novoli, avvenuta dopo essere stato dimesso. E’ diventata per alcuni una specie di ossessione. Nonostante investigazioni ancora in corso e nessuna certezza allo stato attuale sul perché sia sopravvenuto il decesso e se vi siano effettive colpe mediche, l’episodio aleggia troppo spesso nelle sale come un ariete da usare per sfondare ogni porta. Ed ecco insulti, accuse, maldicenze. Difficile lavorare così, se la missione, poi, è quella di salvare vite.  

ps fazzi (7)-2Il segretario cittadino del Pd, Fabrizio Marra, ha deciso di interpellare Vito Gigante, attuale direttore generale, e Antonio Sanguedolce, direttore sanitario, “sulle condizioni in cui sono costretti a lavorare gli operatori sanitari del pronto soccorso”. Questo, appunto, proprio dopo il caso delle infermiere ingiuriate oltre ogni soglia di tolleranza. E cioè, soltanto “l'ennesimo episodio di aggressione, questa volta, per fortuna solo verbale”. E spiega anche di aver ricevuto nelle scorse settimane “delle circostanziate denunce di colleghi delle due operatrici aggredite, su fatti avvenuti di recente, che delineano un quadro di insicurezza anche per l’incolumità fisica di chi ci lavora”.

“Del resto – aggiunge Marra -, più volte il primario del pronto soccorso ha suonato il campanello d'allarme, anche sul rischio collasso della struttura, per l'eccessivo numero di utenti, ma a quanto pare, senza molto successo”. Nella missiva, s’è fatto portavoce di suggerimenti per cercare di migliorare la logistica di una struttura “presa d'assalto, a scapito evidentemente anche della qualità del servizio offerto al cittadino”.

Ma la buona volontà non basta. Qualche chicca? La struttura ha una sala pediatrica già bella e inaugurata. Ma senza pediatra. Per ora è un deposito. Per non parlare di chi ha necessità di un consulto radiologico. Locale e macchinari ci sono, non il tecnico. Così un paziente, se non può da solo, deve essere portato di peso nel reparto, ai piani superiori, ritornare giù al pronto soccorso e attendere le carte, per poi magari andare di nuovo sopra, in qualche altro reparto per il ricovero. Fantozziano.

Iter macchinosi e un organico inadeguato a gestire un flusso sproporzionato sono quanto di più lontano possa far assomigliare il pronto soccorso a un luogo di cura. I danni collaterali, equamente divisi fra chi lavora e chi sta male. Sono tutti vittime.

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