Violenza di genere. Numero delle denunce stabile: 234, ma preoccupa il dato sommerso

Rispetto al 2017, le segnalazioni per atti persecutori sono rimaste pressoché invariate. Discorso analogo per gli ammonimenti del questore: sono 14 per il 2018

LECCE- “Stabile”, ma non per questo meno preoccupante. Il fenomeno della violenza di genere, almeno nel Salento, è sintetizzabile in dati rimasti invariati rispetto allo scorso anno. Mentre nel 2017 le denunce sporte negli uffici della questura per atti persecutori sono state 275, per l’anno in corso, non ancora terminato, ne sono state presentate 234. Trend costante anche per ciò che riguarda il decreto di ammonimento del questore: nell’anno passato ne sono stati emessi 15  per il 2018 appena uno in meno.

Preoccupa il sommerso

I dati sono stati diffusi dalla questura leccese che, anche per quest’anno, in occasione della Giornata contro la violenza sulle donne, metterà a disposizione un camper, con un team di poliziotte all’interno, per avvicinare il numero maggiore di cittadini e sensibilizzarlo al problema sociale.  Non soltanto le vittime, dunque, ma tutta la rete che orbita loro attorno: i figli, le madri, gli amici, i vicini di casa che sono a conoscenza di eventuali violenze tra le mura domestiche, Tutti quegli attori che possono concorrere a mettere fine a grovigli di abusi, piscologici o fisici, che altrimenti sarebbero inestricabili.

I numeri ufficiali relativi all’ultimo biennio vanno infatti letti come parziali: quelli certi sono i dati relativi alle effettive denunce formalizzate, ma poi c’è il "sommerso". Una fetta consistente di episodi che non verranno a galla, per diffidenza, per resistenza da parte delle stesse vittime, spesso non spalleggiate neppure dalle figure femminili interne al proprio nucleo familiare come ci eravamo fatti raccontare dalle dirette interessate in occasione dell’inaugurazione del camper della Polizia di Stato, lo scorso anno, con la collaborazione dei centri antiviolenza diffusi sul territorio.

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Quell’iniziativa, che sabato 24 verrà replicata in Piazza Primiceri a Matino, è diventata ormai permanente: la stessa polizia si è resa conto, nel tempo, che è molto più efficace andare incontro ai disagi, nelle piazze, nelle strade, invece di attendere che siano le vittime a presentarsi spontaneamente negli uffici. Le agenti della Divisione anticrimine di viale Otranto saranno dunque a disposizione di chiunque voglia ottenere informazioni sulle procedure da intraprendere per denunciare una violenza. A giugno scorso, peraltro, la questura ha allestito, all’interno dei propri uffici, una sala ascolto per le donne e per le persone vicine, bambini inclusi, che intendano affidarsi a un programma di “uscita d’emergenza” da una situazione di subordinazione psicologica e vulnerabilità.

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Intanto, i poliziotti della sezione volanti, i primi a intervenire tra le mura domestiche anche un ordinario litigio, hanno adottato una nuova modalità per redigere informative. Sono tenuti a compilare una scheda denominata Eva, l’acronimo di Esame violenze agite, elaborata da ricercatori del Dipartimento di Psicologia dell’Università di Napoli e dal Dipartimento di sicurezza del ministero. Un modulo col quale anche una lite familiare viene ormai archiviata in una memoria informatica: contiene dati come eventuali armi detenute, pregressi e dichiarazioni.

Il problema resta la diffidenza

Eppure, nonostante le modalità innovative intraprese dagli enti pubblici per fronteggiare il fenomeno della violenza di genere, il problema nel problema resta la diffidenza. Non soltanto quella psicologica, fisiologica delle vittime, ma anche la ritrosia in termini “giuridici”. Come mai quell’uomo tanto pericoloso è ai domiciliari e non in cella? Come mai se ne sta tranquillamente a spasso? Mica un ammonimento o un allontanamento dai luoghi frequentati dalla malcapitata può farlo desistere da piani violenti. Sono soltanto alcuni dubbi che, in maniera sistematica, ci sentiamo porre da lettori e che, più in generale, serpeggiano nell’opinione pubblica. Una domanda che abbiamo rivolto direttamente  al vicequestore Monica Sammati.

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“Non è sufficiente un unico episodio perchè un individuo possa essere classificato come violento. In caso di episodi accertati vi è l'arresto immediato, ovviamente Non è previsto limitare la libertà personale sulla scorta di un fatto non di particolare urgenza o solo accennato, anche perchè gli atti percesutori si consumano se reiterati nel tempo: dapprima un sms, poi una minaccia, un insulto o un appostamento, attegiamenti che vanno letti in una continuità”, dichiara Sammati.

“Allora una misura come l’ammonimento, per esempio, risulta tanto più efficace quanto più c’è collaborazione anche della rete attorno alla vittima, amici, parenti, vicini di casa. L'ammonimento costituisce una tutela anticipata della vittima e in caso di violazione è previsto l'arresto. Se tutti segnalassero tempestivamente atteggiamenti sospetti, anche apparentemente insignificanti, le forze dell’ordine potrebbero intervenire subito, proprio alla luce di una misura già emessa dal questore”, spiega.

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Non è del resto possibile avere una volante parcheggiata sotto casa di ogni donna, del resto. Ma c'è una soluzione che ogni cittadino potrebbe, anzi è chiamato ad adottare: segnalare. Comunicare. Interpellare le forze dell'ordine. Anche laddove si ha il timore di essere deriso ed essere invadente. Si inficiassero pure i rapporti di buon vicinato se questo significa, a volte, persino salvare una vita.

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