Condivisione, cura, confronto: la birra artigianale come dimensione di vita

Popolare, ma non di massa. Di nicchia, ma non elitario. Un fenomeno di aggregazione sociale e culturale che va molto oltre il consumo

Da sinistra Christian Collura, Raffaele Longo e Mirko Verdesca.

LECCE - Popolare, ma non di massa. Di nicchia, ma non elitario. Il mondo delle birre artigianali, e tutto quello che ruota attorno alla produzione e alla distribuzione, sta diventando  un interessante fenomeno di aggregazione sociale che attraversa diversi segmenti rivendicando una identità forte ma non escludente, anzi quasi portatrice di una funzione pedagogica.

Nel Salento uno dei pionieri di quello che è un vero e proprio stile di vita è Raffaele Longo che ha iniziato ad appassionarsi a orzi, luppoli e fermentazioni negli anni Novanta, partendo da una semplice collezione di bottiglie, rigorosamente piene. La sua vocazione, dilettandosi quasi per gioco, l’ha covata per oltre una decina di anni, durante i quali la vita scorreva con alterne vicende e con una girandola di lavori che l’aveva portato fino a Bologna.

Nel 2006 decide di tirare una linea, di superare i compromessi con se stesso e in  men che non si dica nascono, sotto il marchio B94 la Dellacava (blanche), la Terrarossa (bitter), la Porteresa (porter), che richiama il nome della madre. Il legame con la famiglia Raffaele se lo porta dietro nella sua attività, che passo dopo passo si consolida: la Classe1943 è dedicata al padre, venuto a mancare, mentre nel 2009 avviene quella che lui stesso definisce “la svolta”. Ecco la November Ray, una Pale Ale che debutta nel mese che richiama la nascita del figlio (oltre che la sua stessa). Un successo enorme, ma la testa resta sulle spalle: una birra artigianale deve rimanere sempre accessibile e chi cerca di venderla con un margine ritenuto esagerato rischia il ritiro della fornitura. Profitto è un termine bandito, così come lo sono pastorizzazione e microfiltrazione, i procedimenti su cui si basa la produzione industriale.

Alla November è legata anche un’altra storia: quella di una causa vinta contro una major della produzione industriale che aveva lanciato sul mercato una bevanda caratterizzata da una grafica molto simile, tale da generare una violazione del marchio che, di fatto, era oramai ritenuto noto e diffuso a livello nazionale. Davide non è sempre destinato a perdere contro Golia.

In Italia i birrifici artigianali arrivano grosso modo a coprire il tre per cento del mercato. Poco, se considerato dal punto di vista del consumatore, abbastanza da quello dei bilanci: insomma, i piccoli produttori – che in Italia si muovono all’interno di disposizioni di legge molto dettagliate, caso unico al mondo – danno fastidio alle due, tre multinazionali che si contendono il mercato e che non accettano di buon grado la presenza di questi “corpi estranei”. Nel mondo il consumo di birra non conosce soste e già si è aperta una nuova dura competizione: l’Africa è un continente in gran parte da esplorare, con margini di crescita enormi che legittimano un’espansione commerciale molto aggressiva, quasi in stile coloniale.

Ecco perché fare birra artigianale è una scelta etica. Lo spiega molto chiaramente Mirko Verdesca, titolare insieme a Christian Collura del Bluebeat, un pub diventato non solo un punto di riferimento per gli appassionati del genere, ma anche un centro propulsore di contaminazione con altri ambiti dell’enogastronomia di qualità e di interferenze culturali che si esplicano accogliendo, per esempio, diversi appuntamenti legati a una letteratura eterodossa e particolarmente attenta alle criticità del territorio salentino, ma anche alle sue passioni, come il calcio. Si narra, al proposito, che sabato siano stati consumati almeno 400 litri di birra per festeggiare la meravigliosa promozione del Lecce in serie A.

Dal locale in via Egidio Reale, dove cinque anni addietro il passaggio da caffetteria a pub è stato definitivo con il montaggio delle spine, sono passati e continuano a passare i maestri più cool del Belpaese: dal birrificio Extraomnes di Varese a Jungle Juice di Roma, fino al Birrificio Italiano (Como). Al Bluebeat, come del resto al Prophet di Simone Pagliaro (altra mecca cittadina), la birra è un modo di intendere la vita. Ci si arriva quasi solo per passaparola, ma poi è difficile abbandonare l’attenzione per la qualità e la propensione alla convivialità che rende gli avventori persone che hanno voglia di condividere uno spazio, oltre che una discussione.

Di questa allegra empatia si avrà una dimostrazione lampante nel manifestazione “Birre di primavera” che B94 e Bluebeat Pub hanno organizzato presso lo stabilimento produttivo che si trova sulla strada per Cavallino: sabato è previsto una sorta di talk dal titolo molto sincero “Se non fosse birra, non sarei nemmeno qui – Il valore etico e politico delle birre artigianali” (con la partecipazione, oltre che dei “padroni di casa”, anche di Luigi D’Amelio di Extraomnes, Alessio Gatti di Canediguerra, Giovanni Faenza di Ritual Lab, Donato Di Palma di Birranova, Stefano Chironi di Birrificio Malatesta, Fabio Calò di Stazioni di Birra e Manila De Benedetto di Unionbirrai/Slowfood, Angelo Ruggiero di Lieviteria e il giorno dopo “Il pranzo della domenica”, già sold out, ma con un live painting e dj set nel pomeriggio, a cura del magazine “Lamantice”, altra ottima sorpresa dell’ultimo periodo nella contraddittoria, ma pur sempre vivace, provincia salentina.

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